L’autodifesa di Bartolomeo D’Alviano dopo la sconfitta di Agnadello

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Giorgione da Castelfranco. Ritratto di guerriero, Gallerie degli Uffizi. Ritratto conosciuto come Il Gattamelata, ma più verosimilmente ritratto di Bartolomeo D'Alviano

L’autodifesa di Bartolomeo D’Alviano dopo la sconfitta di Agnadello

Il Senato era raccolto in solenne adunanza “con il sessanta di la Zonta“. Correva il marzo del 1513, quasi quattro anni dalla battaglia di Agnadello nella Ghiaradadda e, conclusa la pace con la Francia, Bartolomeo d’Alviano, condottiero nostro, era ritornato a Venezia dalla lunga prigionia.

Un silenzio imponente pesava sul Senato; il Consigliere anziano Domenico Contarini di San Benedetto prese la parola: “Lustrissimo messer Bartolomeo parlè pur, il Pregadi ve ascolta“. E si alzò allora dal suo sgabello posto in mezzo alla sala, messer Bartolomeo D’Alviano cominciando il racconto di quella sfortunata battaglia che aveva condotta la repubblica agli estremi. Raccontò i preparativi, assicurò che egli voleva attaccare il campo francese; accennò ai gravi errori dei provveditori Giorgio Corner e Andrea Gritti e alle paure di Vincenzo Falier, disse del tradimento dei Gambara, di Giacomo Secco, di Antonio de’ Piicondottieri estraordinari” che passarono al campo di Francia e narrò alla fine l’ultima fase della battaglia, quando scese improvviso sul campo lo stesso re Luigi. “Tutti fuzivano, io poter fuzir, non volsi, dieci homeni d’arme de Franza mi scavalcarono, combattei con lo stocco e ne atterrai alcuno, ma non potetti rimontar a cavallo, una mia lanciaspezzata, Carmine Aniello, combatteva con mi, vennero a torno per amazarmi e Carmine a gridar non far, non far, l’è il sior Bartolomeo, ferito alla testa, orbo dal sangue, fui fato preson e la mia lanciaspezzata morite gridando: Marco! Marco!!!”.

Bartolomeo D’Alviano tacque commosso; s’alzò il doge Leonardo Loredan e con lui tutto il senato. Così parlò il doge: “Havè ben combatudo, messer Bartolomeo e la Signoria Vostra sarà capitano zeneral di tutte le nostre zenti d’arme“.

Il Senato approvò con un solo grido unanime: “Viva la terra!” (a) (1)

(a) Viva la città.

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 31 agosto 1926

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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