Un omicidio rituale a Portobuffolè

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Porta e Ponte Friuli. Portobuffolè

Un omicidio rituale a Portobuffolè

A undici chilometri da Oderzo nella provincia di Treviso sorge il ridente paese di Porto Buffolè di cui era podestà della Serenissima nel 1480 sier Andrea Dolfin quondam Giacomo della contrada di San Pantaleone.

Negli “Annali Veneti” di Domenico Malipiero troviamo che il 23 ottobre 1480 sier Dolfin aveva condannato “tre zudei: che uno sia rostido, uno infrezado e il terzo squartà da quatro cavali” per aver ucciso il giovedì santo a Porto Buffolè un ragazzetto “de sie anni Albanese che andava mendicando e l’ha fato morir crudelmente“. La sentenza trasmessa da quel podestà alla Signoria per l’approvazione fu molto discussa per il suo carattere crudele “et essendo sta reputà molto severa, la Signoria che ha scrito che il tegna suspesa e ha madà sier Beneto Trevisan avogador a Porto Buffolè a inquisir sora tal fato“.

Andato l’avogador e appurati i fatti, “è sta reformà il processo“, e i tre giudei colpevoli furono condotti a Venezia “e i ha placitai in Pregaj“. Il Malipiero non racconta quello che avvenne in Senato, ma solo accenna ai difensori degli ebrei che furono sier Zuane Antonio Minio di San Gregorio, avvocato dei prigionieri, e due dottori dello Studio di Padova, ma pare che i difensori avessero cattiva fortuna poiché gli Annali Veneti accennano che “finalmente tutti e tre è sta condannai vivi al fuoco“.

Non si sa però se l’esecuzione della condanna avvenisse a Venezia o a Porto Buffolè, anzi è dubbio perfino che avvenisse, poiché nessuna cronaca del tempo e nemmeno il Registro dei Giustiziati a Venezia ricorda quel rogo umano, il quale essendo anche contrario alle abitudini punitiva della Repubblica, avrebbe fatto un grande rumore.

Però vero o non vero il fatto come lo racconta e lo conclude il Malipiero, dovette allora esser molto diffusa la sua conoscenza se fu stampato a Treviso nel 1480 un poemetto, oggi rarissimo, sul feroce delitto di Porto Buffolè.

In quei secoli di superstizione, di odi religiosi, di rancori specialmente contro la razza ebraica che dava denari a prestito, unica attività loro permessa, di tratto in tratto sorgeva la voce, a Venezia per lo meno sempre menzognera, del delitto rituale di uccidere i cristiani per averne il sangue nella confezione del padre azzimo pasquale e tale popolare credenza trovava sempre il popolo pronto a raccoglierla, ad inveire, ad accusare, ad uccidere.

Il poemetto narra così l’omicidio di un fanciullo, Sebastiano Novello, ed è opera rozza in terza rima di Girolamo Sommariva, poeta veronese, ma non si trova troppo d’accordo con gli Annali del Malipiero. Difatti il poemetto parla di sette ebrei colpevoli, fa il nome del fanciullo, figlio di un tale Piero da Seriate in quel di Bergamo, mentre gli Annali tacciono il nome e dicono il fanciullo Albanese, ucciso da tre soli giudei.

Il Sommariva, dopo una specie di prologo sul rito ebraico, comincia il racconto della tragedia; “el nuovo excidio mi convien far rima – e non lasciar che Sebastian Novello – da can zudei sia morto senza stima“. E descrive l’esodo del fanciullo fuggito dalla casa paterna, e passando per Brescia, Verona, vicenza e proprio a Treviso fosse trovato dagli ebrei che con dolci e promesse lo condussero a Porto Buffolè.

Gli ebrei erano un Servadio, due Giacobbe, un Lazzaro, un Mosè e due Davide e in casa di ServadioEl zuoba santo con voler intento – andaron tutti sette in ditta casa – a di trenta di marzo s’io non mento … – E intrando in una certa cucinetta – dove sue donne fanno la bugata – sopra una schrana di paglia malnetta” misero il fanciullo, gli legarono braccia e gambe, gli tapparono la bocca con un fazzoletto, lo presero per il collo e lo sgozzarono raccogliendone il sangue “tutti cridando cum senetro invio – cossì sia ociso quel garzon cristian – come fo Cristo suo non vero Dio”, e misero il sangue in sette ampolle, una per ciascuno, e “ciascun andò in sua casa ben contento“.

Di questo poemetto se ne conserva un esemplare tra gli opuscoli legati della nostra Biblioteca Marciana, ma il poeta deve aver giocato sempre di fantasia secondo le credenze popolari del tempo, facendo perfino gridare le loro inventive dai sette colpevoli nel silenzio serale di Porto Buffolè. Il delitto si dice accaduto il 30 marzo, il processo fu fatto il 23 quasi sette mesi dopo, cosa poco attendibile nella giustizia veneta, molto sbrigativa nei processi criminali.

Il Malipiero nei suoi Annali scrisse quello che aveva sentito dire senza fare alcun controllo. Sommariva da vero poeta fantasioso scrisse il poemetto, ma né l’uno né l’altro fecero opera di storici guardinghi e coscienziosi. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 6 settembre 1929.

Da sinistra a destra, dall’alto in basso: Ponte e Porta Friuli; Porta Friuli (interno); Fontego del Sale; Piazza Ghetto e Via dal Molin; Caffè in Piazza Beccaro; Porta Friuli (interno); Piazza Vittorio Emanuele; Via dal Molin; Torre Civica; Leone in moeca sopra la porta del Monte di Pietà; Leone sul cippo porta pennone in Piazza Vittorio Emanuele; il Duomo; Monte di Pietà e Torre Civica

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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