Il caffè e i ritrovi ove se ne vende la bevanda

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La Bottega da Caffè. Seguace di Pietro Longhi

Il caffè e i ritrovi ove se ne vende la bevanda

Il caffè proviene originariamente dal regno di Yemen nelle vicinanze della città di Moka, nell’Arabia Felice, dove meglio che in nessun altro luogo prospera rigoglioso, occorrendogli i limiti di calore fra 10 e 25 gradi. Il primo a farne uso, secondo Scheabedin, autore arabo del secolo XV, fu un muftì di Aden, che viveva sul cominciare del nono secolo dell’Egira. Ma, giusta la tradizione volgare, saremmo debitori di questa scoperta ad un Mollach (sacerdote maomettano), per nome Chadely, ovvero Seyadly, di cui dura tuttavia una grande venerazione nell’Oriente. Egli ascoltava un pastore, che gli additava la pianta cafier, ovvero cafeyer, e ne prendeva la bibita, come si fece poi, durante le preghiere nelle moschee, e fin anche nel tempio santo della Mecca, e dinanzi alla tomba del profeta, per evitare il sonno, che con eccesso di scrupolo, quel sacerdote ascriveva a tiepidezza di devozione.

La pianta del cafier, o caffè, è un piccolo grazioso arboscello, che giunge all’altezza da 15 a 20 piedi. I suoi rami sono opposti, nodosi e grigiastri, coperti di foglie ovali, lunghe, assottigliate verso le loro due estremità, lucenti superiormente, che danno una perpetua verdura. I fiori di color bianco, e di odore soave, onde si appella il caffè gelsomino di Arabia, sono aggruppati nelle ascelle delle foglie superiori. Vi succedono delle bacche, simili nell’esterno alle ciliege, da principio verdi, poi rosse, che da ultimo diventano nere, maturandosi. Quantunque il caffè abbia due periodi principali di efflorescenza, nella primavera e nell’autunno, pure la pianta è quasi sempre coperta di fiori odorosi e di bacche. È un albero esotico, appartenente alla famiglia delle rubiacee, ed si può vedere negli orti botanici a Padova, e a San Giobbe in Venezia.

Prima del secolo XVII non si conosceva in Europa il caffè. Ma alcuni viaggiatori, che ne avevano contratta la geniale abitudine in Oriente, cominciarono a metterlo in vista, e farne nascere desiderio con l’usarne loro stessi. Pietro della Valle introduceva il costume in Italia nel 1615.  Non stupirà che i Veneziani, per il lungo commercio avuto in Levante, avendo appresi molti di quegli antichi costumi, contraessero anche questa abitudine prediletta, e si avvezzassero infatti a berne molto, e a tutte le ore, divenendo per quella bevanda squisitamente appassionati. Riguardano pertanto il caffè come una principali fra le giocondità della vita, e qual mezzo per dimostrare l’accoglienze più cortesi e le ufficiosità verso le persone.

Vi ha moltitudine quindi in ogni paese del mondo incivilito dei Ritrovi, ove amministrasi la gradita pozione, e divenuta questa quasi nuovo legame con le sociali urbanità, per favorire le conversazioni delle persone, diventò anche per noi un lucroso ramo di traffico, per cui non tardò a diramarsi ovunque. Perciò nel circuito di Venezia, col moltiplicatosi uso dei Giornali e delle Gazzette, si apersero molti di tali Ritrovi, ove gli abitanti di ogni classe soffermarsi nel corso del giorno e della sera anche più tarda, parecchi rimanendo aperti per tutte le ore della notte. Tali Ritrovi, che, secondo positivi dati, il numero di duecento sorpassano, sono da classificarsi per serie, in riguardo all’antichità loro, anche storica, alla importanza di essi pur commerciale, alle tradizionali reminiscenze, ed al ritratto, che offrono, dei tempi, e del progresso che segnano, poiché può dirsi non essersi nella civiltà mai arretrati in generale, fino alla europea solennità del Pedrocchi.

I titoli ancora, che si leggono sull’ingresso dei caffè di Venezia, quasi insegne, sarebbero traccia a chiunque amasse sbizzarrirsi di curiosi aneddoti e ricordi urbani. Vedesi, per esempio, conservato il titolo dell’antico Caffè dei segretari a quello di San Giuliano, perché ivi praticavano i nodari ducali straordinari, iniziati nel secondo ordine dei ministeri della serenissima Repubblica, onde quei recinti, adesso inosservati, accolsero, a toccare degli ultimi, i celebri segretari Milledonne, Gratarol e Gabriel, ultimo cancellier Grande.

Il Caffè della Nave era ricercato ritrovo della casta patrizia, e con il mutarsi dei tempi voltò a lui pure le terga spietatamente fortuna, questa volubile e qualche volta infernale Divinità, e cosi ne rimase ai nostri giorni deserto il sito, benché nella maggior frequenza, presso la gran Piazza, da indurre l’antico signor del luogo al disperato partito di mutare posizione e abbandonarne il teatro. Ha un briciolo di storia altresì il Caffè, abbastanza negletto, delle Fondamente Nuove, richiamando ai bei giorni, in cui la gioventù animosa si addestrava a domar ivi corsieri, nelle due palestre apposite, una ad uso dei negozianti, l’altra dei gentiluomini.

Il Caffè del Gobbo a San Fantino, oscurissimo adesso, ha pur diritto a qualche cittadina riconoscenza, poiché al tempo della democrazia, quando si disertarono i caffè, ebbe egli il vanto di tenerlo a ridotto di personaggi diversi, che aveano lo scopo di celiare sugli affari del giorno, e sulla falloppa del promesso tempo felice, onde fu germe del magnifico Falloppiano Collegio, che da uno statuto regolato, fiorisce da mezzo secolo nel casino a San Salvatore, pressoché reliquia degli innumerevoli Casini di leciti giochi, dei quali formicolava Venezia. Particolare è poi la destinazione che si diede ai Caffè della nostra città secondo il genere degli interessi svariati della vita, delle professioni e degli esercizi sociali.

Il Genio è frequentato, per esempio, dai negozianti, a pari dell’Ancora d’oro e dell’Aurora, che vede pure riunirsi gli agenti di cambi, aventi nei dintorni una piccola Borsa, oltre la centrale nel Cortile del Ducale Palazzo. La Costanza raccoglie una colonia di mercanti scutarini o albanesi, dei quali molti fermarono il domicilio tra noi.

Il Quadri è preferito dai militari; l’Albero d’oro dai Capitani di mare; il Caffè di Santa Margarita dagli artisti dell’Accademia; quello Chiodi a San Luca dai comici; l’altro della Vittoria dagli imprenditori; quello delle Nazioni, rispondendo alla propria insegna, oltreché dei venditori di vino, è ricapito di tutti i patroni di barca dei vari porti anche esteri. Da immemorabile tempo serve poi di ritrovo principale dei forestieri il Caffè Florian, dal dì della sua fondazione aperto sempre di no e di notte, il cui nome suona oltremare e tre alpe, e rimarrà nella memoria, non senza una qualche non spregevole tradizione, e per i gloriosi nomi di personaggi, appartenenti alla storia, che vi frequentarono, e per certo talento del proprietario morto nel 1813 nell’affezionarsi i clienti, onde gli fu amorevole nientemeno che un Antonio Canova.

Incredibile a dirsi! Ma pure il moderno Fidia non dimenticava mai i più essenziali servigi, da lui ricevuti, negli inizi della sua carriera, quando aveva uopo di prodursi e far conoscere quei talenti, mercé i quali si operò tanto felice rivoluzione nelle arti, di cui fino al miracolo giunse a tenere lo scettro. Nel decorso del tempo, che tutto modifica e trasforma, alcuni primi Caffè mutarono missione, l’Altanella, la Londra e il Caffè dei Mori, che convegno di letterati nelle ore della sera, un Francesco Negri, un Gasparo Gozzi, un Gamba, un Pindemonte, un Jacopo Morelli, un Vincenzo Monti talvolta, poteva salutarsi come Veneziana Minerva. Non vanno ora senza pregio moltissimi, per un titolo o per l’altro, godendosi le più pittoresche vedute in quei della Calcina sulle Zattere e della Veneta Marina a Castello.

Nobili sono per comodi e gentili gli altri dell’Adria alla Maddalena, della Stazione a Santa Lucia, dei Cipollato a Santi Apostoli, il cui Caffè si mantiene in fama di scelto, e del Brigiacco sulla Riva, rinomato per i suoi gelati. E meriterebbero miglior cura, per divenire capaci di bell’effetto i Caffè, che pur sono per bontà di situazione e ampiezza di recinto appariscenti, del Papa, dell’Anconetta, e a San Bartolameo del Visentini.

Parecchi poi ai nostri giorni gareggiano per lusso, splendidezza ed eleganza, con le debite gradazioni, per darci quasi uno specchio della civiltà progrediente. Dopo il Florian infatti, il Suttil, e la dozzina di quei tutti briosi delle Procuratie, d’ambi i lati della gran Piazza, si ricordano volentieri i Caffè d’Angelo a San Salvatore, di Lazzaroni in Frezzeria, del Donadoni al ponte del Vin, del Giardino a San Leonardo, e di San Polo in Campo, che avrà annessa per la stagione ventura una brillante Birreria, nell’area del palazzo Priuli. Né si creda si voglia da noi assegnare un ultimo posto per merito al Caffè recente sulla Riva del Vin, che non gaio soltanto per posizione, ma per squisito artificio ornatissimo, occupa un dei primi seggi anche per il corredo di periodici fogli, che in pochissimi di Venezia in così gran copia si ritrovano, disputando ora il primato al Belzini, che pur ne tiene in buon numero, nel di lui ben ornato Caffè a piè del ponte del Sepolcro. Quello sulla Riva del Vin fu preceduto dal Caffè nuovo degli Specchi, festeggiato giustamente dal pubblico, per la galanteria e l’eleganza, che a malgrado la ristrettezza degli spazi si studiarono i proprietari di dare ai suoi recinti.

Così Venezia, la città delle conversazioni e delle belle cortesie, a nessuna seconda negli urbani costumi, e nel genio ufficioso, non poteva non adottare nella copia brillante dei suoi caffè, che favoriscono le sue tendenze alla socialità un si opportuno mezzo, per fare conta pubblicamente l’innata sua gentilezza. Perciò non poté non moltiplicare i ritrovi, gradevole surrogato alle antiche malvasie, ove si prendeva la così detta garba, allo stomaco confortevole, di cui ci resta a ricordo il Ponte, che perciò si chiama del Rimedio. (1)

(1) Gianjacopo Fontana. L’Omnibus raccolta di letture popolari di Storia, Letteratura, Belle Arti, Curiosità. Tipografia di Giovanni Cecchini 1854.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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