Morto da Feltre o Lorenzo de Luzo, un pittore tra il Quattrocento e il Cinquecento

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Lorenzo de Luzo. Madonna col Bambino in trono, con San Vito e il precettore Modesto. http://www.catalogo.beniculturali.it/

Morto da Feltre o Lorenzo de Luzo, un pittore tra il Quattrocento e il Cinquecento

Scrive il Vasari: “Morto, pittore da Feltre, il quale fu astratto nella vita, come era nel cervello e nelle novità, nelle grottesche che egli faceva, le quali furono cagione di farlo molto stimare, si condusse a Roma nella sua giovinezza in quel tempo che il Pinturicchio per Alessandro VI dipingeva le camere papali, ed in Castel S. Angelo le logge e stanze da basso nel torrione e sopra altre camere“. Siamo dunque in quel periodo di tempo che va dal 1492 al 1500.

Il Vasari continua dicendo come il Morto, ch’era malinconia persona, studiando di continuo gli antichi spartimenti di volte e ordini di facce alla grottesca, divenisse si eccellente nei modi del girar le foglie all’antica, che in quella professione a nessuno fu al suo tempo secondo. Dopo essere stato per qualche tempo a Tivoli e a Napoli, ritornò a Roma, dove lavorò molti mesi, e per poter studiare anche la figura, si condusse a Firenze, ma vedute le opere di Leonardo e Michelangelo, non parendogli poter raggiungere lo stesso magisterio ottenuto nella prima professione, ritornò a lavorare di grottesche. Venutogli a noia lo stare a Firenze, si trasferì a Venezia, e con Giorgione da Castelfranco, che lavorava allora al Fondaco dei Tedeschi, si mise ad aiutarlo, facendo gli ornamenti di quell’opera. Poi se ne andò nel Friuli, ma a lungo non vi stette, che essendo i veneziani in guerra nella Dalmazia, si arruolò nell’esercito della Serenissima, e in una scaramuccia presso Zara rimase morto, come nel nome era stato sempre, in età di anni quarantacinque. Che il vero nome del pittore cognominato Morto da Feltre, fosse Luzzo o de Luzo, il Vasari non dice, come non dice che egli abbia dipinto quadri di figura. Né i documenti veneziani fanno menzione di alcun pittore feltrino quale aiuto del Giorgione nell’opera del Fondaco dei Tedeschi, né la Repubblica di Venezia, a quel tempo, aveva guerre in Dalmazia.

Carlo Ridolfi, nelle Maraviglie dell’Arte, stampate a Venezia nel 1648, intorno alla morte del Giorgione da Castelfranco scrive: “Piacque a Dio levarlo dal mondo d’anni 34 il 1511, infettandosi di peste, per quello si dice, praticando con una sua amica; benché altrimenti il fatto si racconti, che godendosi Giorgio in piaceri amorosi con tale donna, da lui ardentemente amata, le fosse sviata di casa da Pietro Luzzo da Feltre, detto Zarato, suo scolare … perloché datosi in preda alla disperazione terminò di dolore la vita.”

Qui il Ridolfi non dà il soprannome di Morte al pittore feltrino. Né del tradimento del Morto da Feltre aveva fatto menzione il Vassari, il quale credette però che Giorgione morisse di mal francese contratto da una sua amante. Luigi Lanzi afferma che il Morto da Feltre, ricordato dal Vassari, è quel Pietro Luzzo da Feltre, scolaro e rivale amoroso del Giorgione, menzionato dal Ridolfi.

Di Pietro Luzzo il Lanzi stesso trovò memorie in un manoscritto sulle pitture di Udine e in una cronaca di Feltre, scritta nel 1580 da un Bonifacio Posale. Di colui, che sedusse e rapì la donna amata dal grande maestro, e nel suo stesso nome portava un sinistro augurio, si credette ravvisare le sembianze in un ritratto agli Uffizi di Firenze, che rappresenta un uomo sparuto, accanto ad un teschio. Ma l’opera è da alcuni riconosciuta di scuola fiorentina, da altri del Torbido veronese, senza che alcun indizio ci dica che il dipinto ritragga le sembianze del pallido feltrino.

La versione volentieri accettata dalle anime gentili, che Giorgione sia morto da pena di amore tradito, inspirò il bel dramma di Pietro Cossa, intitolato Cecilia. Ricordiamo la bellissima scena, in cui a Giorgione morente viene data la notizia che il Morto da Feltre, il discepolo traditore, era morto combattendo strenuamente in difesa di Venezia. Allora Giorgione, tutto obliando, in un impeto sublime d’amore patrio esclamava: “Egli cadeva per salvare / Venezia! … Fosse stato più malvagio / Del traditore ch’à venduto Cristo, / Questo novo battesimo di sangue, / Venezia per la patria, lo fa puro / Come un fanciullo … Perdoniamo a lui ..

Tutto ciò è bello! Peccato che non sia vero! Non è vero che il grande pittore da Castelfranco sia morto di un morbo immondo, come affermano alcuni, profanandone la memoria, ma non è neppure vera la sua morte poetica, che inspirò la Musa del Cossa.

Sappiamo con certezza che Giorgione morì di peste, che nell’anno 1510 infierì a Venezia. Giorgio Gronau, critico sapiente, accuratamente osserva che si può accettare la versione del Vasari, dando però alla parola peste un altro senso, cioè che la donna amata fu colpita prima dal morbo, ed egli prese da lei il male e morì.

Ma il Morto da Feltre non c’entrò per nulla. Né di questo misterioso personaggio, di questo strano pittore di grottesche, la storia, la grande ucciditrice degli ideali, può trovare traccia alcuna.

Il nomignolo di Morto fu appiccicato a un altro bravo e modesto pittore feltrino, il de Luzo, che nella vita e nell’arte nulla rassomiglia al pallido e leggiadro pittore di grottesche, al quale furono invece attribuiti quadri di figure dell’eccellente de Luzo.

Che sia esistito un pittore cognominato Morto da Feltre, maestro nel dipingere grottesche, è da credere, perché il Vasari non può averlo inventato, ma Dio sa chi nascondeva sotto quel triste nomignolo. Il Vasari ha dimenticato di dircelo, e nessuno documento poté farlo indovinare neppure ai suoi annotatori. Nulla certo egli ha di comune con quel de Luzo, ricordato dal Lanzi, che si chiamava Lorenzo e non Pietro, che non fu mai né a Roma, né a Napoli, né a Firenze, che non lavorò mai con il Giorgione al Fondaco dei Tedeschi, che non dipinse mai grottesche ma figura, che non rapì mai le donne altrui, che non morì con l’arma in pugno combattendo per la Serenissima, ma nel suo letto, circondato dal dolce affetto della buona moglie.

Lorenzo de Luzo nacque in Feltre, e in patria lavorò tranquillo sino al 1519 e forse più oltre. Trasferitosi a Venezia, vi morì nel 1526. Il testamento fatto corpore languens, il 12 dicembre 1526, fu pubblicato da Michele Caffi (Arc. Stor. Lombrado, fasc. IV, anno 1889) e ci rivela la mite anima del pittore

Egli vuol essere seppellito nel cimitero dei Padri Osservanti a San Francesco della Vigna, lascia un legato ai frati di San Vittore in Feltre, e tutti i suoi abbozzi e disegni al suo esecutore testamentario l’intagliatore Vittore Screzia, Feltrese. Tutta la sua sostanza residuaria a Giovanna “uxori meae dilectae, cum hac conditione quod possit viro matrimonio copulari et post mortem suam volo et ordino quod quedam domuncula p. me fabricata (in Feltre) detur et assignatur alicui bono sacerdoti honeste vite qui habeat orae domi et celebrare missas pro anima mea“. Come pittore il de Luzo s’accosta al fare belliniano, non senza qualche influsso giorgionesco, e il Cicerone del Burkhardt, che lo crede sempre il Morto da Feltre, lo avvicina a Pellegrino da San Daniele. Del de Luzo, chiamato con il solito melanconico soprannome, sono secondo il Caffi parecchie tele e alcuni affreschi a Feltre. Nei villaggi vicini: un quadro d’altare rappresentante San Rocco nella chiesa di Villabruna, un San Pietro nella chiesa di Facen, e il quadro di Campo, che in questi giorni meritò le sollecite cure dei ladri specialisti. Finalmente un San Sebastiano nel Museo di Vicenza, e una tavola d’altare con la Madonna e i Santi Stefano e Vittore nella Galleria di Berlino.

Quest’ultima tavola che adornava la chiesa, ora distrutta, di Santo Stefano in Feltre, attrasse l’attenzione di una terza specie di ladri artistici, i conquistatori, e fu ai tempi della conquista napoleonica, rubata dal Massena e portata a Parigi, donde, non si sa come né quando, passo a Berlino. La tavola porta inscritto il nome del pittore e la data: LAURENTIUS  LUCIUS FELTRENSIS FACIEBAT MDXI. (1)

(1) Pompeo Molmenti nel Il Marzocco del 10 gennaio 1910 https://www.vieusseux.it/coppermine/index.php?cat=25

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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