La Torre delle Bebbe (o Bebe) e la battaglia per il Castello d’Amore

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La Torre delle Bebbe

La Torre delle Bebbe (o Bebe) e la battaglia per il Castello d’Amore

Passato il lido di Brondolo si trova il così detto lido di Fossone assai largo, folto dalla parte del mare di minuti frassini e roveti, e limitato adesso dall’una parte del Brenta, il quale passava per il porto di Brondolo, e dall’altra dall’Adige che sbocca per il porto di Fossone. Varie comunità e monasteri possedevano i veneziani anche su questo lido. Primieramente di contro al porto di Fossone oltre le valli del Becco avevano la torre delle Bebbe chiamata prima Bebia o Batia, luogo ben popolato e frequentato. Quando l’Adige sboccava al porto di Brondolo, serviva di transito alle merci provenienti dalla Romagna e dalla Lombardia; ma trasferito il corso di quel fiume, si fece un tale transito alla così detta Cavanella, e quindi la torre delle Bebbe abbandonata fu all‘atto distrutta.

Anticamente aveva però due chiese ed una forte torre per la difesa contro le incursioni dei vicini Padovani, Adriesi e Ferraresi. Ebbe a soffrire varie volte le ostilità dei Franchi e degli Ungheri; ma per una lievissima cagione divenne più celebre il suo nome.

Nel tempo in cui l’ltalia settentrionale si era data all’agricoltura, al commercio, e divisa in varie repubbliche abbondava di popolo (secolo XIII) frequenti erano gli spettacoli e le feste nelle sue città. I Trivigiani s’avvisarono di darne uno singolarissimo e gaio. Fabbricarono un castello di legno in mezzo a vasta piazza, e l’appellarono castello d’Amore. Copersero le sue mura di rarissime pelli, di stoffe d’oro, di velluti, di altre tappezzerie, e dentro vi posero a difesa nobilissimo drappelle di donne e donzelle. Aventi per loro scudiere una tra le più leggiadre fanciulle delle città convicine, auree catene avevano in capo; di perle, di oro, di gemme brillavano le loro vestimenta, e l’eleganza ed i vezzi andavano al paro della ricchezza. Invece di dardi usare dovevano mele, pera, datteri ec. invero di sassi e pietre, nembi di rose, gelsomini, ovvero focacce o tortelli, come invece di pece liquefatta, d’olio bollente, acque fragranti, balsami orientali, aromi preziosi. Così tutte unite formavano quelle donne un formidabile squadrone pronto per otto giorni a ferire ed uccidere chiunque assaliva il castello. Gli assalitori, il fiore della nobiltà, della gioventù e della bellezza, erano divisi in tante squadre quante erano le città che gli inviava avendo alla testa il più illustre cittadino portatore dello stendardo della patria. Immenso fu il concorso dei popoli ad una festa si singolare e testimonio della ricchezza dei nostri paesi, del gaio umore e dell’inclinazione nostra agli spettacoli.

Ogni squadra a differenti fogge vestita traeva gli sguardi universali; ma gli occhi rimanevano abbagliati per la pompa onde spiccava la brigata veneziana ricca delle opime spoglie portate allora da Costantinopoli. Si incominciava l’assalto al suono di musica marziale mista a festosi evviva. Marciavano le squadre alla volta del castello, ciascuna si sforzava di arrivarvi la prima, per scalare le mura e guadagnare le torri.

Il grido di battaglia era il cantare sul trono delle Litanie: domina Ghiselda ora pro nobis, Domina Beatrice, domina Speronella, ora pro nobis, e cosi via discorrendo si salutavano le dame più belle del castello, intanto che l’una e l’altra parte lanciava confezioni, fiori e le altre armi amorose. Ma inutili tornarono tali assalti. inaccessibili le assediate, aspettavano impazienti la squadra Veneziana, che già più delle altre si avanzava minacciando il forte nella stessa prima giornata.

Fu allora che i Padovani combattendo vicini, invidiosi di quella vittoria dei nostri, si misero ad ingiuriarli; ma questi diedero la rappresaglia sì viva che i Padovani scagliatisi sull’alfiere gli strapparono il vessillo di San Marco e lo lacerarono. Un grido di vendetta s’innalzò in un attimo nella fila veneziana, ed i Padovani ed i Veneziani azzuffatisi, a stento potevano essere separati dai magistrati di Treviso i quali non solo ad essi ma ad ogni altra gente dovettero intimare l’uscita dal paese.

Tale avvenimento dando fine a quella festa con rammarico della folla accorsa a goderla, si fu il segnale di una guerra per la quale i Padovani, collegatisi coi Trivigiani nell’ottobre del 1214, vennero ad assediare la torre delle Bebbe. Difesa però valorosamente da certo Marco Cocano si aggiunse una procella a sommergere il campo nemico.

Frattanto sopravvenne la flottiglia veneziana e chioggiotta ad assalire i Trivigiani ed i Padovani e ad opprimerli facilmente. Molli perdettero la vita, tutti gli altri rimasero prigionieri. Tende, bagagli, macchine d’assedio, ogni cosa diveniva preda del vincitore. Avendo i chioggiotti avuto gran parte in quella vittoria furono dal doge Ziani sollevati dal tributo delle galline bianche, che per lo innanzi ogni famiglia sia di Chioggia che dal vicino litorale pagava ai dogi.

I Padovani chiesero tosto la pace alla quale il medesimo doge acconsentiva a condizione fossero scelti quindici tra i giovinastri che nella festa di Treviso avessero più insultato alla bandiera di San Marco e tradotti venissero a Venezia. Pago di averli semplicemente impauriti li rispediva, ed obbligava invece i Padovani alla restituzione delle merci tolte ad alcuni mercanti Francesi presso alle Bebbe mentre ritornavano a Venezia. Per il riscatto poi dei prigionieri, volle il doge due galline bianche per ogni tre prigionieri,  che diede luogo ad un quadro singolare nella piazza di San Marco. Riscontrata ad una ad una le galline alla presenza di numerosissimo popolo, durante quel cambio dei prigionieri con esse, s’innalzavano, come ognuno può credere, le risa più solenni.

Passato tale avvenimento, la guerra genovese doveva recare i maggiori danni alla torre delle Bebbe. Espugnala e presa dai Genovesi, stette in loro potere durante tutta la guerra ed assai dovettero affaticare i nostri a ricuperarla contro 60 soli genovesi che valorosamente la difendevano. Nessuna importanza essa però ebbe in seguito, e divenuta stanza di bissi fu poscia interamente distrutta.

Poco disotto alla della torre trovasi la foce dell’Adige nel luogo detto Fossone, forse dalle antiche fosse Filistine. Assai popolati dovevano anticamente essere ed il borgo di Fossone ed il suo lido, e chi vi si reca troverebbe ampie praterie che davano ai dogi varie regalie di fieno. Fino dal 1151 esisteva colà una celebre badia di benedettini che nella guerra genovese sofferse grandemente, ma nel 1429 il vescovo di Chioggia estinse quell’ordine e con l’assenso del pontefice Martino V convertì il monastero in una rettoria secolare, che s’affidava ad un canonico e che era perciò sotto la giurisdizione della cattedrale di Chioggia. (1)

Una lapide di marmo, posta su quello che resta della torre, illustra la sequenza storica:

QUESTA TORRE DI BEBE / A DIFESA DELLE VENEZIE / DAL DOGE TEODATO IPATO ERETTA / (742-755) / ASSALITA DA FRANCHI ED UNGHERI / (800-810) / DA ADRIESI E RAVENNATI / (1010-1015) / DA TREVIGIANI E PADOVANI NELLA LOTTA PEL CASTELLO D’AMORE / DA CLODIENSI SOTTO LA GUIDA DI MARCO CAUCO STRENUAMENTE DIFESA / (1214) / DONDE MOSSERO GLI ESERCITI CONFEDERATI CONTRO EZZELINO / (1256) / CADDE IN MANO DE’ GENOVESI / (1379) / VETTOR PISANI E CARLO ZENO RICUPERATA CHIOGGIA / ANCHE DA QUESTO ULTIMO RIFUGIO / I NEMICI SNIDAVANO / (1380)

(1) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia. I quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi veneziani. Vol I (Venezia, Tommaso Fontana Tipografico Edit., 1840).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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