“Te conosso mascareta”

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Pietro Longhi. La venditrice di essenze. Cà Rezzonico

“Te conosso mascareta”

Te conosso mascareta“, è un vecchio adagio veneziano che si rivolge a un tale che s’infinge per chi non è, o che esprime un pensiero che non sente, simulazione di quello che l’uomo ha nell’animo e nel pensiero.

Il motto ebbe origine in forma non figurata dalle maschere in carnevale, quando la famosa maschera del “tabaro e bauta“, cuccagna di tanti drammaturghi e romanzieri, era permessa anche nella prima domenica di ottobre, in commemorazione della vittoria ai Dardanelli, sebbene accaduta il 26 giugno 1656, fino all’Avvento, nella fiera dell’Ascensione, per ventidue giorni, quantunque la fiera ne durasse soltanto quindici; il 25 aprile, San Marco e i due giorni successivi; il 17 luglio, Santa Marina, in memoria dei successi contro la Lega di Cambrai; il 7 ottobre, Santa Giustina per la vittoria alle Curzolari; e finalmente nelle elezioni dei Dogi, dei Cancellieri grandi o di qualche Procuratore di San Marco, purché la patria festività non cadesse in Quaresima. E difatti in quei quarantasei giorni di astinenza in aspettazione della Pasqua, un decreto perenne del Consiglio dei Dieci ordinava che “in Quadragesima sian vietate per qualunque occorrenza le maschere, eziandio per la elezione del Doge“, e l’ordine veniva ogni anno pubblicato sulle scale di Rialto e sulla pietra del bando a San Marco al suono della tromba del “Comandadore“.

Una vecchia tradizione, riportata da qualche cronaca, afferma che le maschere furono introdotte a Venezia nel secolo decimoterzo quando i veneziani presero Costantinopoli: allora passati i giorni terribili del sacco e delle devastazioni, quando tutto parve ritornato se non nella prima tranquillità, almeno in una calma relativa si videro per le strade le donne greche coperte il viso di una pezzuola di velluto forata agli occhi dirigersi alle chiese, e qual curioso costume fu recato dai veneziani nella Dominante, ed ebbe un certo successo fra le nostre gentildonne che quasi per gioco lo adottarono uscendo di casa nei giorni freddi del gennaio.

Ma ben presto quella moda assunse forma e carattere speciale: alle rozze larve (*) con i soli occhi, seguirono le maschere di tela cerata che ritraevano un viso completo colorito e verniciato da abili pittori, e sorse così l’industria dei “maschereri” che per qualche secolo tenne non indifferente rilevanza nella nostra città.

Il primo dei cento documenti all’incirca che si conservano nel nostro Archivio di Stato sulle maschere è del 1389, e vertono tutti fin dal principio sugli abusi o sulla proibizione di andar mascherati in quaresima, o di andar nei monasteri, oppure “sia prohibito ad ogni homo di qual si voglia conditione il mascherarsi da donna, et alle donne mascherarsi da uomo in habito curto a qualunque hora del giorno o della notte“.

Ma nel Cinquecento le maschere ebbero vita e fama nei teatri, e le finzioni e i travestimenti più strani avevano un condimento salace nel linguaggio “sotto il volto“, e le maschere crebbero e acquistarono nuovi aspetti trasformandosi in Pantalone, in Arlecchino, in Brisighella, in Ortolano, in Facanapa, che dalla scena passarono poi nei secoli successivi all’allegria carnevalesca della Piazza, dando origine quei carnevali splendidi e di fama mondiale quali furono i carnevali veneziani dal Sei e Settecento.

Però la maschera che ebbe carattere nazionale e di cui approfittarono i patrizi, ed anche principi e i re che venivano ospiti nelle lagune, fu sempre la bauta e il tabarro, un tabarro di seta nero con un piccolo cappuccio ugualmente di seta, una mezza larva di velluto o di seta nera sul volto e sulla testa una specie di cappello a tre punte, e sotto quel travestimento “la siora maschera” passava tra la folla rispettata e riverita, nascondesse pure un popolano, un patrizio, un principe, un re.

Tale costante pareva quasi una simulazione dell’antica eguaglianza: i nobili potevano parlare confidenzialmente con ognuno di ogni cosa, i plebei potevano farsi credere gran signori. La “bauta” conferiva i furtivi convegni, e permetteva a tutti, in alcune solenni occasioni, di entrare liberamente nelle case patrizie di giungere anche fino al doge, il doge stesso, i principi e i diplomatici stranieri andavano in “bauta” per le vie della città, per non essere conosciuti, e il Governo ordinava, per certe feste e spettacoli, ai patrizi e alle gentildonne, di travestirsi in quella foggia.

Ma certi segni, da certe movenze, da qualche particolare, si ripeteva spesso furbescamente: “mascareta te conosso“, usanza proverbiale che dura anche oggi, sebbene non ci siano più il carnevale né maschera, ma duri sempre la simulazione: dimostrare il contrario di quello che l’uomo ha nell’animo e nel pensiero. (1)

(*) maschere di cartapesta dipinte di bianco

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 26 gennaio 1933.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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