I Castellani e i Nicolotti e le Forze d’Ercole

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Gabriel Bella. La festa del Giovedì Grasso in Piazzetta - Fondazione Querini Stampalia di Venezia

I Castellani e i Nicolotti e le Forze d’Ercole

I Nicolotti e i Castellani sono le sole fazioni che siano palesemente esistite sotto la Repubblica, dacché in ciò è dissimile la storia veneta da quella di altre nazioni, che non offre esempio di guerra civile. Lungi d’avere il carattere politico delle notevoli fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Pazzi e dei Medici e Firenze, dei Capuletti e dei Montecchi a Verona, dei Geremei e dei Tolomei a Bologna, dei Fieschi e dei Doria a Genova, degli Orsini e dei Colonna a Roma, dei Visconti e degli Sforza a Milano; i Nicolotti ed i Castellani hanno un’origine incerta ed antica. Nonpertanto lo studio di antichi monumenti storici offre qualche base su cui si possono fondare le presenti supposizioni. Leggesi p. e. in alcuni manoscritti dei secoli XIII e XIV, che nei primi tempi della sua forinazione Venezia prestando asilo a tutti i profughi, gli abitanti di Eraclea e di Aquileia, i quali formavano due fazioni molto accanite fra loro, erano venuti a stabilirsi sulle lagune, ma scegliendo punti distanti gli uni dagli altri. Per la qual cosa, è opinione avessero in alzato il ponte di Rialto a separarli. Ciascheduno partito vivendo perciò in mezzo ai Veneziani, ne nacque una fusione d’idee, di sentimenti e di alleanza che durò fra la popolazione generale delle lagune.

Ma d’altronde, senza ricercare la cauta di tali influenze negli stranieri, non sarebbe erroneo od illogico il supporre che gli isolani stessi fondando una città coll’opera delle industriose lor mani, avessero per la divisione dei terreni, per i limiti delle proprietà non ancora determinati, per i mille accidenti della caccia e della pesca fatto nascere liti, odi e divisioni, le quali perpetuandosi colle generazioni, abbiano prodotte fazioni nel seno di una medesima popolazione.

Che che ne sia, i Castellani ed i Nicolotti non furono mai fazioni politiche. I loro nomi derivano dai quartieri occupati: per lo che i Castellani occupavano l’isola di Castello, cioè l’estremità orientale della città la quale comprendeva la Riva degli Schiavoni e la Piazza di San Marco; i Nicolotti invece si concentravano nel l’isola di San Nicolò stendendosi fino a Rialto, e ponendo una gran parte del canale per limite fra gli uni e gli altri.

La Repubblica alimentò l’emulazione di coteste fazioni le quali erano piuttosto rivali che nemiche. I Castellani rappresentavano particolarmente l’aristocrazia, dacché gli abitanti del loro quartiere erano gli impiegati ed i dignitari dello stato. I Nicolotti, al contrario, formavano il partito democratico, mentre nel loro seno offrivano gli ufficiali subalterni, i pescatori ed i mozzi di bastimento.

Il capo supremo dello stato apparteneva quindi ai Castellani, motivo per cui i Nicolotti vollero eleggere anche loro il loro doge. Questo dignitario di una entità secondaria assumeva il nome di gastaldo dei Nicolotti. Quantunque nominato dal popolo, non mancava di solennità la elezione di esso, la quale facevasi nella chiesa di San Nicolò a doppio suonar di campane. La scelta cadeva per solito sopra un vecchio marinaio, il quale diventando il capo dei suoi compagni, era nullameno eguale a loro. Eccettuate alcune rare circostanze solenni, questo secondo doge continuava a vivere e lavorare in mezzo ai suoi sudditi, per la qual cosa i Nicolotti solevano dire ai Castellani: Ti li voghi el dose, e mi vogo col dose.

Il castaldo o doge dei Nicolotti aveva in custodia lo stendardo della fazione rappresentante San Nicolò ricamato in oro. Egli indossava vesti, le quali senza avvicinarsi per nulla a quelle dei magistrati repubblicani, bastavano però a dargli una certa importanza. Il governo stimò mai sempre opportuno d’incoraggiare l’emulazione dei Nicolotti, affine di mantenere l’energia morale e fisica nel basso popolo; per la qual cosa si permettevano feste e giochi in cui esso poteva far prova di vigore e di destrezza. Lo stato nulla aveva a temere da questi uomini perché li trattava con equità, accarezzando il loro amor proprio, e se i Nicolotti mostravano qualche animosità contro i Castellani, era cagionata soltanto dal sapere che dal seno di questi uscivano le dignità della Repubblica: ma coteste emulazioni, rivalità e gelosie tornavano sempre a vantaggio del patriottismo. L’esercizio dei giochi e dei combattimenti svolgeva in essi un vigore del corpo, e un indurimento alla fatica che potevano ad ogni momento giovare alla Repubblica. I Romani ed i Greci la pensavano al modo stesso: e sovente i soldati veneziani, allorché erano chiamati a scalare una fortezza o all’arrembaggio di una nave nemica, ciò operavano con tanta destrezza da destar meraviglia.

In carnevale il giovedì grasso era il giorno in cui i Nicolotti e i Castellani cercavano vincersi scambievolmente nei loro esercizi. Lo spettacolo aveva luogo sulla Piazzetta, ed il doge vi assisteva dal poggio del Palazzo Ducale fra gli ambasciatori e i patrizi. Il gastaldo dei Nicolotti aveva in quel giorno una sedia vicina a quella del capo della Repubblica. La festa cominciava ordinariamente col sacrificio del loro e dei dodici porci inviati dal patriarca di Aquileia, come altrove sì è narrato. Bisognava che la testa di ciascun animale cadesse d’un colpo solo di sciabola. Ogni fazione vi si provava alternativamente, e la testa del toro era riservata a quello delle due fazioni che era meglio riuscito l’anno antecedente nel burlesco e cruento sacrificio. Se uno dei Castellani si mostrava poco esperto, veniva sbeffeggiato dai Nicolotti, e viceversa. Si può veder tuttavia nel museo Sanquirico, sì ricco in fatto di curiosità storiche, una delle spade le quali servivano a tale operazione, spada più pesante di quelle attribuite agli eroi favolosi.

Un mozzo scelto fra i più agili, vestito bizzarramente con larghe ali attaccate alle spalle, era sollevato per mezzo di cordicine lungo il gherlino di una grossa barca posta rimpetto la Piazzetta, e metteva capo alla sommità della finestra di mezzo sulla facciata del Palazzo Ducale. Talvolta, queste cordicine passavano per il campanile ove il mozzo doveva porre il piede giungendo dal suo aereo viaggio; di là mediante un’altra corda, scendeva in retta linea sino al poggio ove si trovava il doge in gran pompa; a cui, dopo aver fatto un complimento in dialetto, offriva un mazzo di fiori nascosto prima sul tetto del palazzo, e che doveva far sembianza di recare dal cielo. Il semidio nella sua corsa spandeva nell’aere sonetti e poesie veneziane, mentre risuonavano i musicali concenti misti ai gridi della esultante popolazione.

Poi cominciavano giochi, sfide ed assalti di ogni genere: il più celebre di tutti, di cui durò lunga la ricordanza, era il gioco di equilibrio chiamato le forze d’Ercole. Erano svariati gruppi d’uomini, raffiguranti una piramide, una torre, un arco e molti altri edifizi di cui i materiali erano i corpi dei giostratori. Sono alcuni anni, si vide in Francia comparire una banda di Arabi, i giochi dei quali sembravano un’imitazione degli esercizi di cui parliamo. Chi può sapere quali ne siano stati gli inventori? se gli Arabi od i Veneziani? Presso un vecchio capo dei Nicolotti conservasi ancora un grande volume manoscritto il quale offre la descrizione di simili giochi con figure che li rappresentano. Uno fra gli equilibri più difficili era quello eseguito sul ferro o sprone della gondola. L’uomo collocato alla base tenevasi con un piede sovra ciascuna delle sottili lame d’acciaio, e sopportava sulle spalle o sulla testa due e qualche volta tre uomini.

I Nicolotti hanno il berretto e la cintura neri, come oggidì il rosso è distintivo dei Castellani: del rimanente il vestito dei giostratori è splendido e pittoresco per la varietà dei colori. Ecco la lista dei differenti giochi separatamente od alternativamente eseguiti dalle due fazioni: L’anera, Ire ponti, La imperiale carega, La bella Venezia, La fondamenta dei pensieri, Quattro angoli sovra le crosette, La fuma, Il castello, Gaffaro, Due ponti, La mezza rosetta, La Gloria.

Tutta la varietà di questi giochi consisteva nelle molteplici attitudini dei personaggi formanti il disegno dell’edificio cui prendevano a raffigurare. Ritti, curvi, sdraiati, sul ventre, sulle spalle, sui piedi, sulle mani e sul capo, ciascheduno contribuiva all’insieme della voluta architettura. Allorché il gruppo era formato a dovere, il popolo applaudiva; se mancava, agiva la seconda fazione; ed ove quest’ultima fosse riuscita, il gioco passava nel numero di quelli che essa sola aveva diritto di rappresentare. Nel 1568, i Nicolotti erano padroni di undici giochi sopra dodici, e i Castellani ridotti a non figurare se non in quello delle crosette nelle pubbliche feste. Ma non andò guari che questi ultimi ebbero la supremazia sui loro rivali. La maggior parte delle feste veneziane terminavano con fuochi d’artificio di pieno giorno, come fra i Cinesi è attualmente in uso; in onta ad alcune opinioni che li volevano prolungati fino a notte.

Oggidì degli antichi giochi non resta fuorché la Regata di cui parleremo in apposito capitolo; ma non perciò cessarono le rivalità dei Castellani e dei Nicolotti. Le occasioni non sono le stesse di un tempo, ma i gondolieri attuali s’adoperano a farle rivivere od almeno a non farle morire. Così, per esempio, i Nicolotti tengono sì fattamente ai loro privilegi, che se uno dei Castellani varca i limiti del loro quartiere (verso Cannaregio) col berretto rosso sul capo, glielo fanno levare e talvolta vengono alle mani cogli ostinati. Un pittore francese, che lavorava intorno un acquarello sulla riva degli Schiavoni, aveva dipinto alcuni gondolieri in berretto nero; un d’essi gli si accostò civilmente per pregarlo di voler cangiare il berretto nero in rosso affinché, egli disse, in Francia si sappia che i barcaioli della Riva sono Castellani. (1)

(1) Venezia colpo d’occhio letterario, artistico, storico, poetico e pittoresco di monumenti e curiosità di questa città. Giulio Lecomte. (Coi tipi di Gio. Cecchini e Comp. Editori. Venezia 1844)

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