I Castellani e i Nicolotti e le Battaglie con le canne

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Gabriel Bella. Guerra di canne - Fondazione Querini Stampalia di Venezia

I Castellani e i Nicolotti e le Battaglie con le canne

Circa nell’804, sotto il doge Obelerio Antenoreo, doge che si era ritirato in Francia, fosse istituita in Venezia la guerra delle canne o bastoni. Ciò fu per schivare gli effetti barbari e gli omicidi che nei duelli e tornei, come sopra accennammo, quasi sempre succedevano. I bastoni furono fissati in lunghezza e grossezza. Ma pure anche con questi nascevano uccisioni non rare e guasti miserabili di membra. Erano scelti bastoni appuntiti, di legno durissimo e per più ridur lo tale, lo facevano prima bollire nell’olio. Le botte passavano giachi, corazzette e petti e ventri. Il veneto governo fu costretto riparare alle frequenti disgrazie prodotte dal battere si coi bastoni, vietando ciò con tutta severità e sostituendo o tollerando i certami di semplici pugna.

Ma alla venuta nel 1574 in Venezia di Enrico III re di Francia e Polonia, che vi rimase dal 19 fino al 27 luglio, si sanno quali magnifici spettacoli diede a quel principe la veneta repubblica. Per adattarsi agli usi belligeri di quei tempi, si volle dare una finta battagliola, e fu scelto per luogo il ponte dei Carmini (ora Ponte Foscarini). Ma sembrando triviale di troppo quella dei soli pugni, fu permesso, per questa sola circostanza, farla colle canne. Ma queste però senza punta, sotto pena di galera ai trasgressori, e fatti tosto impiccare coloro che avessero nel tempo della zuffa tirati sassi o cagionato tumulto. Furono fatte due schiere, una tolta dai sestieri di San Marco, Castello e Cannaregio (a), e l’altra dai sestieri di San Polo, Santa Croce e Dorsoduro (b). Si dissero i primi Castellani per il sestiere posto verso levante ad uno estremo della città, i secondi si chiamarono Nicolotti, per l’opposto estremo della città verso ponente detto San Nicolò. Furono circa duecento guerrieri per parte, egregiamente vestiti e con celate e morioni in testa. Il re apparve tre ore prima del tramonto ad una finestra del palazzo Foscarini, il quale s’innalza rimpetto al ponte suddetto dei Carmini. I Castellani furono i primi a far la mostra sul ponte a due a due, il che poi pur fecero i Nicolotti. Poscia cominciarono alla precisa metà del ponte ad attaccarsi prima in pochi, ma ben presto si affrontarono in frotta che durò oltre mezza ora, cadendo più di uno giù dal ponte sì in terra che in canale (c). I due partiti combattenti si spinsero e rispinsero alternativamente più volte, ma parevano vittoriosi i Nicolotti. Si rinnovò l’attacco e pur questa volta fu per i Nicolotti il vantaggio. Ma appiccatosi un terzo assalto, i Castellani rimasero padroni del ponte, essendosi ritirati i Nicolotti, perché videro caduto a terra Luca pescatore, loro celebre campione, per gran colpo avuto sul capo. Allora il re cenno fece con la mano che si terminasse. Ma detto Luca, rinvenuto, tornò ad assalire i Castellani per ricuperare il proprio onore. Pure alzatosi il re, fu sospesa subitamente la zuffa.

Questo dubbioso risultato in valore di ambo i partiti fece nascere, com’è solito in simili casi, vivacissimi contrasti di opinione e accaniti puntigli. Quelle due fazioni di Nicolotti e Castellani, che forse prima non avevano avuto vita oppure debole, sursero rigogliose e si fecero importanti. La divisione della città fra Castellani e Nicolotti soggiacque ben presto ad un cangiamento. Fu diviso il sestiere di Dorsoduro in due, e la linea cominciava dal traghetto di San Barnaba e proseguiva per il campo e la calle lunga fino al ponte di San Sebastiano. Tutta la porzione verso mezzogiorno fu ritenuta castellana e l’altra nicolotta. Nacque tale divisione, perché la prima parte del detto sestiere era in antico popolata da gente di mare affine con quella abitante a Castello. Ecco uno dei motivi che faceva bene spesso il campo di San Barnaba luogo principale ai contrasti dei due partiti e dei loro duelli (d).

Vi è per altro chi riporta la origine di queste due fazioni ad epoca più rimota. Gli abitanti di Equilio (oggi Jesolo) e di Eraclea, abbandonate le loro città, vennero ad albergare in Venezia. I primi si collocarono nella parte ove or sono i tre sestieri di San Polo, Santa Croce e Dorsoduro, e gli Eracleani nei luoghi dei tre rimanenti. Di continuo in discordia fra di loro, si dice, siano stati gli apportatori delle più moderne fazioni dei Castellani e Nicolotti. Dette due fazioni sono assolutamente proprie degli artisti bassi e dei popolari. I patrizi, i cittadini, i negozianti, ec. non vi prendono la menoma parte.

Le berrette dei Castellani sono rosse; rossa la fascia che loro cinge i fianchi. Le donne castellane portano nastri rossi sulle scarpe ed il loro grembiale si allaccia con una fettuccia rossa. I Nicolotti hanno invece le berrette nere, nera la fascia; e le loro donne pur neri i nastri delle scarpe e nera la fettuccia del grembiale. Tali distintivi però dai due partiti non si fanno palesi che nei giorni in cui le dette due fazioni si trovano fra loro in gara od in contrasto. (1)

(a) Detto nome di uno dei sestieri di Venezia è termine ancora in questione. Chiamar quel sestiere canalium regio, rapporto ai canali che lo irrigano, non può stare, perché si sa quanto numerosi sono i rivi che questa cittade irrigano. Il dirlo Canal regio, alludendo alla beltà del maggiore che lo attraversa, non può persuadere, meritando ben più questo nome il vicinissimo Canal Grande. Cannarum regio, regione delle canne, perché quei terreni ad un tempo paludosi ne contenessero in quantità, è da rifiutarsi perché la canna palustre (arundo palustris) non alligna nelle acque salse, ma bensì nelle dolci od al più salmastre. Che quel nome derivasse dall’esservi colà grande deposito di canna per uso di spalmare i bastimenti, non può tenersi, essendo questo un troppo basso oggetto.

I Veneziani antichi traevano il canape, com’è notorio, dal Ponto Eusino o Mar Nero, mandando i loro bastimenti a prenderne fino alla foce dal Danubio o Tanai. Perciò il deposito del canape nell’arsenale veneto chiamasi ancora al presente Tana. Era ben cosa dura e dispendiosa ai Veneti che mantenevano in quei tempi gran numero di vascelli mercantili e flotta guerriera, il dover andar a prendere il canape per costruzione di sarte, vele ed antenne tante miglia lontano! Possessori a quei tempi i Veneti di poca o quasi nulla terra sul continente, devono aver, cercato nei loro possedimenti, di far prosperare una tanto necessaria pianta. Le grandi ortaglie esistenti anché al presente fanno vedere che il sestiere di Cannaregio fu uno degli ultimi ad essere popolato.

E probabile che si abbia fatto colà delle piantagioni di canape per riparare in parte ai bisogni della nazione. Ecco il nome di kannabis regio, regione o luogo del canape.

Esiste vicino alla chiesa di San Giobbe un calle detto delle canne, perché colà vi fu al certo deposito di questa pianta. E si nota che anche al presente si dice canna al fusto del canape e canne agli ammassi dei fusti. Ciò più comprovasi, perché nei detto calle si attortigliava non è gran tempo cordaggi, e che pur ciò facevasi nelle vicine gualchiere (chiovere).

(b) Il sestiere di Dorsoduro fa l’ultimo sestiere ad essere abitato. Il canale detto di San Rocco lo separa dal sestiere di San Polo. È noto che nel sito della scuola di San Rocco esisteva anticamente un castello per difendere la città dagli assalti dei pirati maomettani ed altri, i quali entravano occultamente di notte nella laguna per i porti allora non muniti di difesa o non bene guardati. Ciò fa vedere che il castello di San Rocco era ad un estremo della in allora abitata città; e che il terreno al di là di questa fortezza sarà stato paludoso, incolto o al più fornito di qualche capanna peschereccia. Una fortezza di tanta importanza sarà stata munita di grossa torre, giusta il costume di quei tempi. Mal non si direbbe ad appellare il sestiere al di là di quella torre, deorsum turris. Il tempo e l’ignoranza, principali storpiatori delle parole, hanno in seguito fatto Dorsoduro in luogo di deorsum turrìt, e non è da farne gran meraviglia.

(c) Era allora il ponte senza muricciuoli laterali.

(d) Esisteva anche a San Canciano una simile divisione, appartenendo parte della parrocchia alla fazione dei Castellani, l’altra metà a quella dei Nicolotti, e a questa apparteneva il resto del sestiere di Cannaregio.

(1) Soggiorno in Venezia di Edmondo Lundy pubblicato da Pasquale Negri. Vol II (Tipografia G. Grimaldo Venezia 1854)

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Orma di marmo nel Ponte Santa Fosca, Ponte Santa Fosca, Ponte Santa Fosca, Ponte del Foscarini (Carmini), Orma di marmo nel Ponte dei Pugni (San Barnaba), Ponte de la Guerra (San Zulian), Ponte Santa Fosca, Ponte Santa Fosca, Ponte dei Pugni (San Barnaba), Ponte del Foscarini, Ponte del Foscarini, Ponte de la Guerra (San Zulian), Ponte de la Guerra (San Zulian), Ponte dei Pugni (San Barnaba), Ponte dei Pugni (San Barnaba).

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