Parrocchia del’Arcangelo Raffaele

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Parrocchia del’Arcangelo Raffaele dall’Iconografia delle trenta Parrocchie – Pubblicata da Giovanni Battista Paganuzzi. Venezia 1821

Parrocchia dell’Arcangelo Raffaele

Posizione. Alla estremità occidentale di Venezia; stende un promontorio in Laguna verso Fusina piccolo villaggio sulla sponda del continente.

Chiesa

Vogliono alcuni che Adrianna moglie di Genusio Ruteno signore di Padova, ricoverata fra queste isole al tempo della irruzione di Attila, facesse erigere questa chiesa per soddisfare il voto innalzato al cielo qualora il marito suo tornasse illeso dalle rovine che devastavano il continente. Tale è la volgar tradizione; quello però che merita fede perchè appoggiato a senatorio decreto 20 dicembre 1454 in cui si trovano annoverate le prime chiese, si è, che il sacro edificio fosse il secondo fra gli otto in queste isole eretti per insinuazione del peregrinante vescovo di Oderzo San Magno, in torno alla metà del VII secolo. Comunque sia, la chiesa rimonta ai primordi della città, sofferse l’incendio devastatore del 1105, indi rialzata ebbe consecrazione l’anno 1175. Cadente per vetustà, fu ricostruita dalle fondamenta nel 1618 per opera dell’architetto Francesco Contin. L’esterno prospetto si decorò nel 1755, indi fu consacrata dal patriarca di Venezia Francesco Antonio Correr nel giorno 15 maggio 1740.

Parrocchia

L’istituzione di questa parrocchia ravvogliendosi nei tempi oscuri, non lascia conoscerne l’epoca. (1)

Confini. Nella prima concentrazione delle Parrocchie di Venezia, successa in forza del Decreto 7 Decembre 1807 la Parrocchia di San Raffaele rimase conservata, come pure le sue confinanti, eccetto quella di San Basilio, che fu incorporata in quella di Santa Margarita; ma nella concentrazione e soppressione delle Parrocchie, ordinata col Decreto 12 Aprile 1810, quella di San Raffaele ricevette notabili cambiamenti. Essendo stata soppressa la Parrocchia di San Nicolò dei Mendicoli, tutto quel Circondario venne incorporato nella Parrocchia di S. Raffaele, e la Chiesa le venne aggregata in qualità di Succursale, mentre a questa venne tolta tutta la porzione circostante alla Chiesa di S. Maria del Carmine, che fu eretta novellamente a Parrocchia. I nuovi confini di S. Raffaele vennero quindi designati dalla linea prosecutiva nel Rio di S. Sebastiano fino alla sua imboccatura in quello del Soccorso la quale percorrendolo giunge all’ altro costeggiato dalla Fondamenta Rossa, seguito interamente questo, gira a destra per il Ramo della Fondamenta dei Cereri, dove incontra il proprio antico confine della fondamenta di San Marco e delle Procuratie, procede per essa comprendendo l’antico confine di San Nicolò fino alla imboccatura del Rio di S. Maria Maggiore, volta a sinistra lungo l’Arzere di San Nicolò, segue a destra il rio cosidetto dei Secchi, fino alla punta di S. Marta, là gira e per la laguna costeggia l’arzere di questa, fino a raggiungere l’imboccatura del Rio di San Raffaele riprendendo l’antico confine della Parrocchia. Soppresse e chiuse le Chiese di Santa Margarita, e di San Basilio, e divisa la Parrocchialità fra quelle del Carmine e dei Santi Gervasio e Protasio; quest’ ultima rimáneva senza Succursale per cui dopo due anni fu deciso di togliere a questa Parrocchia la Chiesa di San Sebastiano, escorporandovi tutta quella adjacente popolazione onde assegnarla alla Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio. (2)
 

Chiese nel circondario di questa parrocchia attualmente ufficiate

San Nicolò (vescovo di Mira o Mirea nella Licia). Sussidiaria. La sua erezione si nasconde fra le tenebre dei primi secoli di Venezia; si dice però innalzata a cura della famiglia Zancaruol nel secolo VIII, alcuni ruderi manifestano che siasi fondata sulle rovine di antico castello che occupava quell’area. Era parrocchia le, soppressa nel 1810, il suo circondario venne incorporato quasi del tutto alla parrocchia, di cui si parla, alla quale ora appartiene come sussidiaria. Gli abitanti ne dintorni di questa chiesa sono per la massima parte poveri pescatori, perciò volgarmente è chiamata San Nicolò dei mendicoli. (1)

È tradizione che fino dal primo incolato nelle Lagune, in cui ogni isola era retta a Tribuni, uno ne possedesse pur  Dorsoduro, il quale sembra avesse sede in San Nicolò dei Mendicoli. Trasmutato in Dogado il reggimento delle Venezie, il Tribuno di Dorsoduro avrebbe pure mutato il nome in quello di Gastaldo Grande,conservando invece una certa rappresentanza e difesa dei privilegii piscatorii di questa popolazione, aggregata in speciale Comunità, che si conservò fino al 1797 e della quale sussistono tuttavia i segni caratteristici delle Comuni, cioè lo stendardo e lo stemma.

La semplicità dei tempi antichi in cui si nobilitava con sontuosa ceremonialità ogni atto ancorchè lieve della vita pubblica, aveva dato una forma imponente alla elezione di questo Gastaldo Grande o Capo dei pescatori Nicolotti, detto volgarmente da essi eziandio Doge; il che appunto lascia dubitare non fosse questa carica un simulacro d’autorità degenerata, a cui le vicende dei tempi non avesse lasciato che le apparenze.

Avvenuta la morte, e data onorevole sepoltura al Gastaldo anteriore, gli Anziani o Presidenti della Comunità in numero di dodici si presentavano al Doge e Collegio onde partecipare la mancanza del lodevole soggetto, e chiedevano facoltà di procedere alla elezione d’un nuovo in virtù dei loro antichi privilegii e consuetudini. Accolta con benigne parole la domanda veniva delegato un Segretario di Sua Serenità, onde rappresentarlo all’uopo. Giunto il giorno designato, erano congregati gli Elettori nella Chiesa di S. Nicolò mediante tre segni di Campana, dopo cui compariva il Segretario in veste lunga paonazza con stola dello stesso colore a tracollo, accompagnato da due Coadjutori della Cancelleria Ducale. Preceduto dal Pievano di S. Nicolò, coll’intervento eziandio di Quello di S. Raffaele, andava a sedersi nel mezzo dei dodici Presidenti, ilpiù vecchio dei quali presentava le Regole relative a questa elezione, in forzadi cui il Segretario comandava che non fosse ammesso a questa ballottazione alcuno non nativo nella Comunità di San Nicolò e San Raffaele, e questa specie di Araldica doveva risalire alla terza generazione, e di più non avesse supplito alle gravezze della Comunità fino a quel giorno, e ciò tanto rispettivamente agli elettori che agli eligendi: verificata dai Coadjutori l’ammissibilità dei presenti, e licenziati gl’ incompetenti , si chiudevano le porte; e venivano chiamati ad uno ad uno i concorrenti, ciascuno dei quali, a sceso il pulpito, con apposita prolusione giustificavano il loro aspiro. Ritirati gli aspiranti nella Sacrestia, ed invo
cato il Divino consiglio, il Pievano con forbita orazione e sortava ad eleggere il migliore e più sufficiente, a cui aggiungendo il Segretario conformi parole, si estraeva a sorte il nome d’uno dei concorrenti, e questo veniva ballottato, escludendosi da questa ballottazione i suoi parenti. Medesimamente la sorte regolava l’ordine delle ballottazioni successive. Compiuta quest’ opera risultava eletto quello che aveva riportata la maggioranza dei voti, il quale veniva su bito richiamato e condotto dagli anziani all’ Altare maggiore.

La contrada quantunque fusa nella città, conservò sino alla cessazione dell’antica Repubblica, qualche vestigio della originaria sua particolare nazionalità; poiché quella popolazione aveva il diritto di eleggere dal suo gremio un sindaco, che ne era il procuratore o capo, nella quale figura si riconosceva dal governo. Egli esercitava qualche sorveglianza politica in quel circondario, vestiva dignitoso costume, interveniva ad alcune pubbliche solennità, e volgarmente s’intitolava doge de Nicolotti.

Chiese non ufficiate, secolarizzate o demolite

Santa Teresa. Oratorio sacramentale. Maria Ferrazzo ebbe il merito nel 1647 di fondare questo sacro edificio con chiostro annesso, nel quale instituì un monastero di religiose carmelitane. Il veneto senato sovvenuto avendo generosamente questo stabilimento, ne assunse il Patronato, per cui il doge visitava ogni anno la chiesa nel giorno di Santa Teresa, cui più tardi venne sostituito quello della commemorazione della Madonna del monte Carmelo, ricorrente nel 16 luglio. Soppressa dal governo Italico la religiosa famiglia, il monastero fu convertito in orfanotrofio femminile, che caritatevolmente ricovera, alimenta ed istituisce oltre 200 povere fanciulle della città. 

San Filippo Neri. Oratorio. Apparteneva ad una Confraternita digià soppressa, nondimeno viene tuttora ufficiato a cura di alcuni devoti della contrada.

Santa Marta. La chiesa e il monastero adiacente s’innalzarono l’anno 1315 da Giacomina Scorpioni propostasi di fondare un ospitale pei poveri. Ma invece d’infermi vi entrarono alcune monache Benedettine che ebbero nel 1318 per prima abbadessa Margarita Trevisan qui venuta dal chiostro di San Lorenzo in Ammiano, isoletta di queste lagune poscia ingoiata dalle onde. La chiesa intitolata sul principio a Sant’Andrea Apostolo, e a Santa Marta, ritenne il solo titolo della santa, di cui fu affissa l’immagine sopra la porta principale, scultura in marmo del secolo XIV che tuttora vi è conservata. Il tempio minacciando rovina, si riedificò nel 1448 di maggior dimensione; fu poi consacrato nel 1 maggio 1480 dall’arcivescovo di Corinto Antonio Saracco. Papa Clemente VII intento ad introdurre miglior disciplina fra quelle suore, vi sostituì la regola di Sant’ Agostino a quella di San Benedetto; provvedimento eseguito dal patriarca Antonio Contarini. La comunità religiosa si mantenne sino al 1805, alla qual epoca fu concentrata nell’altra delle monache di Santa Giustina. Il sacro edificio secolarizzato, si consegnò nel 1806 alla militare amministrazione.

Scuole

Scuola della Fraterna . Vi si raccoglieva una pia unione per i suoi religiosi esercizi, e per la distribuzione di alcune elemosine. Soppresso quell’Istituto, il locale serve ora ad usi profani.

Località sopresse o demolite

Calle degli stendardi. Questa lunga e spaziosa via cominciava poco lunge dalla Chiesa di San Nicolò, e procede regolarmente verso Santa Marta. Sorge in essa una colonna di marmo che porta il Leone, simbolo di San Marco, Patrono di Venezia. Poco lunge si innalza un’antenna da cui pende, in alcuni giorni solenni, lo stendardo della città. Lateralmente alle case che fiancheggiavono al sud la Calle dei Stendardi scorre una lunga costa chiamata Arzere sopra Canal: il tronco successivo è detto Arzere di Santa Marta: internamente. cioè verso il Campo di Marte, vi ‘è un’altra costa intitolata Fondamenta de l’Arzere, alla quale mette il Ponte de l’Arzere, tutte queste denominazioni servono a stabilire, come ho esposto nel discorso preliminare che ivi si fosse costrutta nel primordi della città una robusta arginatura per difendere il caseggiato dalla corrosione delle acque del Medoaco maggiore (fiume Brenta) il quale scaricando una volta il gonfio e rapido suo volume nel Canale della Giudecca, percuoteva la sponda di Santa Marta.

Feste veneziane

Festa di Santa Marta. Era costume del veneziani di concorrere nella sera anteriore alla festività di Santa Marta sulla spiaggia di quella chiesa, ed ivi raccogliersi lietamente a convitto. Sostengono alcuni ciò fosse in commemorazione delle sollecitudini di Marta per l’apparecchio delle vivande offerte al SS. Redentore, che degnò visitarla; ma la origine di questa festa sembra piuttosto procedere dalla circostanza, che ricorrendo il nome di quella santa nella stagione estiva la più abbondante del pesce sfogio, solevano i pescatori portarsi in quel contorni onde raccoglierne, e fatta buona preda, sbarcare sulla vicina spiaggia per cuocerla e reficiarsi.

Quest’uso introdotto dai popolani passò indi alle classi elevate, le quali profittando della pesca esercitata dai poveri, si trasferivano sul luogo per comperare il pesce appena tratto dall’acqua, e che arrostito all’istante riesce molto delicata vivanda. Era ben naturale che i ricchi aggiungessero qualche altro cibo a quello che formava oggetto primario del loro concorso, e quindi s’imbandissero laute cene nelle circostanti contrade. E come tali riunioni si facevano nelle ore notturne, presentavano il meraviglioso spettacolo di copioso numero di natanti barchette a quella parte dirette, graziosamente guernite e illuminate, entro le quali sedevano i commensali quando non preferivano di approdare alla spiaggia per giovarsi delle tavole ivi apprestate. (1)

(1) ANTONIO QUADRI. Descrizione topografica di Venezia e delle adiacenti lagune. Tipografia Giovanni Cecchini (Venezia, 1844)

 

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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