Famiglia Steno

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Coronelli, Vincenzo Maria - Armi o blasoni dei patrizi veneti - Da www.internetculturale.it

Famiglia Steno

Steno. La famiglia Steno venne dalla città di Altino a por dimora nell’isola di Burano, circa il 721, e da questa si trasferì in Venezia con molto avere, e, secondo parecchi genealogisti, produsse antichi tribuni; dicendo il Malfatti, che per lo innanzi si appellavano Flaboneghi, il che, aggiunta la stomiglianza dello scudo con la famiglia dei Flabanici, lascia dubbio se da questa ultima sia quella degli Steno derivata. I genealogisti stessi ed il Coronelli però ricordano primo fra gli Steno un Girolamo procuratore di San Marco nel 932, ed un Tiberio, che nel 1122 si trovava fra i nobili del Consiglio che sottoscrissero il privilegio di esenzione concesso dal doge Domenico Michieli alla città e territorio di Bari.

Usarono gli Steno anticamente per arma una banda d’oro in campo azzurro, nel mezzo di due stelle pur d’oro: poi divise lo scudo d’oro e di azzurro, con una sola stella grande nel mezzo dei colori contrapposti, ed à appunto quello che si vede espresso sotto la immagine del nostro doge.

Il doge Michele Steno nacque da Giovanni cavaliere, quello che unitamente a Paulo Gradenigo passò ambasciatore, nel 1350, appo Pietro, re di Aragona, onde stringere seco lui una lega contro i Genovesi; morto poi nella battaglia seguita contro i Genovesi stessi, accaduta nel 1354-52 nelle acque del Bosforo. Era Michele in età giovanile allorché commise quella celebre imprudenza contro l’onore del doge Marino Paliero e di sua moglie, di cui toccammo a suo luogo, e intorno alla quale può vedersi quanto ne scrisse
l’illustre cav. Cicogna nelle sue Inscrizioni Veneziane , dalla quale opera reputatissima raccogliemmo le notizie seguenti. Sostenuta dal nostro Michele la pena che per quella sua imprudenza andò soggetto, divenuto, con l’andare degli anni, più maturo di senno, era, nel 1378, provveditore a Pola, sotto il capitano Vittore Pisani, nell’armata contro i Genovesi, e con Daniele Bragadino consigliò di dare battaglia. Dapprincipio ebbero la peggio i Genovesi; poscia, tornati alla riscossa, toccarono i nostri sconfitta, sicché il Pisani e lo Steno ebbero gran mercé salvarsi nelle acque di Parenzo, rimasto sul campo il Bragadino. Raccoltisi i Veneziani o consiglio, lo Steno ebbe molta parte alle deliberazioni che vennero prese. L’anno seguente, 1379, troviamo Michele fra i provveditori della flotta capitanata dal doge Andrea Contarini; e anche egli col suo valore e con l’esperienza sua contribuì alla vittoria riportata a Chioggia nel 1380. Del 1381 si recava castellano a Corone e a Modone; e nel 1385 era podestà a Chioggia, ove stette in quel carico un anno, dappoiché fu spedito dalla Repubblica ambasciatore nel Friuli, unitamente a Giovanni Gradenigo e Leonardo Dandolo, affine di fermare la lega con Udine ed altri luoghi, contro Francesco da Carrara. Ripatriato, venne insignito della stola procuratoria de supra, il di 30 decembre 1386, in luogo del morto Giovanni Gradenigo. Siccome procuratore di San Marco, egli con Pietro Cornaro, come esecutori del testamento di Nicolò Lion, fece innalzare, nel 1390, la cappella di San Domenico, oggidì del Rosario, nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Nella Basilica di San Marco, nel 1394, fu sotto gli stessi procuratori eretta la chiudenda decorata di eletti marmi e di statue, che divide il coro dalla navata centrale; e nell’anno stesso ambedue curarono il lavoro della croce argentea, eretta nel centro sullo architrave della chiudenda medesima. L’anno seguente 1391, fu lo Steno uno dei venti savi eletti dal Consiglio dei Pregadi per sovraintendere alla fortificazione dell’argine fino in Lama e alla serraglia di Lizzafusina. Nel 1392, come nota il Palladio, fu presente alla pubblicazione del componimento fra il patriarca di Aquileia e gli Udinesi, intorno il modo di governare la città di Udine. L’anno appresso fu scelto, in unione di Benedetto Soranzo, a governatore nella minorità di Nicolò d’Este figlio naturale di Alberto. Nel 1398, intervenne nello istrumento di lega dei Veneziani ed altri, contro il Visconti; e di questo medesimo anno 1398, con Pietro Emo, fu invitato ambasciatore al duca di Milano, per accordare le differenze insorte tra esso duca unito al marchese di Mantova dall’una parte, e i collegati Fiorentini, Bolognesi e il Carrarese dall’ altra, per la pace già conchiusa in Venezia nel luglio dell’anno citato, i cui putti il duca di Milano non aveva osservati. Lo Steno e l’Emo colla loro eloquenza e destrezza ottennero intanto una tregua per trattare in questo mezzo la pace. Finalmente, passato alla seconda vita il doge Antonio Veniero, venne esaltato al trono il nostro Michele, e sedé principe fino al 26 dicembre 1443, in cui moriva nell’età sua di circa ottantadue anni, di mal di pietra. Era divenuto affatto sordo, e in lui si estinse la linea mascolina della sua famiglia. Aveva però quattro sorelle. La prima, appellata Beriola, era dama di compagnia di sua cognata Marina, moglie del doge Michele: la seconda, di nome Donata, fu moglie di Pietro Premarin: la terza, Cristina, fu monaca in San Lorenzo: la quarta, Francesca, si maritò in Pietro q. Giovanni della Fontana. Il nostro doge poi condusse sempre vita splendidissima, in mezzo a ricchezze domestiche, malgrado che il Sanudo, sull’autorità di un antico Cronacista, dica che era povero gentiluomo e ciò forse sarà stato nel 1355, ma non in progresso di tempo; sapendosi anche dal Sansovino che la sua stalla di cavalli era la più bella e migliore che avesse allora qual principe si voglia in Italia. Usava, come nota il Sivos (Vite de dogi) di vestire spesso di bianco, e ciò ad onore della Vergine Madre, della quale era devotissimo. Ordinò d’essere seppellito nella chiesa di Santa Marina, come dal suo testamento pubblicato dal Cicogna superiormente allegato.

Il monumento di questo doge, ricco un tempo per molto oro, come dice il Sansovino, era collocato sopra la porta maggiore interna della chiesa di santa Marina. Si costituiva di una cassa laterizia internamente, ma nell’esterno impelliciata di marmi distinti, quali il porfido, il serpentello ce. Sopra la cassa stava distesa la statua in marmo dell’estinto. Sul prospetto dell’urna vi era sculta la Vergine col Pargolo in braccio. Al di sopra dell’urna s’involtava un arco a sesto-acuto, ornatissimo, nel vano del quale, a mosaico, era espressa la Vergine col Putto, ai piedi della quale stavano prostrati il doge e la moglie sua, guidati dai santi omonimi, vale a dire, dall’arcangelo Michele e da Santa Marina. Ai lati dell’arco stesso pendevano quinci e quindi le chiavi dorate, simboli delle città di Padova e di Verona, venute in dominio della Repubblica, sotto il ducato del morto principe.

Se non che, nel 1802, volendo il piovano di quella chiesa restaurare la facciata interiore, implorò ed ottenne il permesso di levare il monumento in parola. Apertolo, fu trovata incolume la salma, coperta di velluto; ma non appena i muratori vi misero le mani, che tra per l’aria entrata, tra per le macerie cadute, le ossa tutte si disunirono, o s’infransero, e benché fosse volontà di alcuni serbare gli avanzi di questo principe illustre, per riporti in luogo adatto nella nuova rifabbrica, nondimeno non più si curarono, sicché le ossa stesse con le macerie mescolate si riposero in un’arca della chiesa stessa confondendole con quelle colà giacenti. Accaduta poi, nel 1840, la soppressione della chiesa di Santa Marina, e quindi la demolizione di essa, vennero in parte confusi, in parte trafugati i marmi appartenenti al monumento del nostro doge, infine a che Emmanuele Lodi, allora parroco della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, poi vescovo di Udine, ottenne ciò che rimaneva del monumento in parola, vale a dire, la statua supina e la inscrizione, e sì l’una che l’altra dispose nella chiesa stessa, sottoponendovi al simulacro un’urna assai rozza, perduta essendosi quella dello Steno. Le chiavi poi di Verona e di Padova furono ricuperate dal canonico Giannantonio Moschini, che le collocava nel chiostro di Santa Maria della Salute, fra le altre memorie da lui raccolte; ed il basso rilievo con la Vergine, che stava nel centro dell’urna, fu acquistato dall’ora defunto consigliere Giovanni Rossi, che lo trasportava in un suo luogo a Sant’Andrea di Barbarana, nel Trevigiano, ove tuttavia si conserva, secondo rapporta il più volte lodato cav. Cicogna, nell’opera suddetta. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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