La Pasqua di Resurrezione e “de le Zoie”

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Paolo Caliari, detto il Veronese. La Resurrezione di Cristo. Gemäldegalerie Alte Meister. Dresda (foto dalla rete)

La Pasqua di Resurrezione e “de le Zoie”

Pasqua di Resurrezione: gran festa nella Chiesa di San Marco, gran festa nel convento di San Zaccaria.

Nella Chiesa di San Marco in questo giorno si esponeva il famoso Tesoro, allora la più ricca raccolta di orificeria bizantina, di reliquie, di arredi sacri, di gemme, di cimeli, di oggetti d’arte, di trofei di vittorie: un valore inestimabile, unico al mondo. Solo di rado era permesso a personaggi eminenti di visitare il Tesoro, ma il giorno di Pasqua la Repubblica soleva mostrarlo al suo popolo che accorreva festoso ed esultante a mirar tanta superba magnificenza.

Squadre di arsenalotti armati con i soliti bastoni rossi guidavano la folla e sorvegliavano le immense ricchezze sotto gli sguardi dei tre procuratori “de supra” e di altri patrizi comandati in quel giorno dalla Signoria alla vigilanza e al buon ordine dell’annuale visitazione.

Il Tesoro di San Marco, la cui istituzione rimontava probabilmente al tredicesimo secolo con la conquista di Costantinopoli avvenuta nel 1204 sotto il dogado di Enrico Dandolo, era stato costituito con i trofei di quella vittoria nel saccheggio della grande capitale dell’impero romano d’Oriente. Aumentato col tempo per donazioni, acquisti, legati, crebbe sempre più in preziosità e splendore, conservato con cura scrupolosa dai Procuratori che amministravano la chiesa, tanto che la sua ricchezza divenne proverbiale e il Tesoro di San Marco veniva citato come una dovizia favolosa degna delle antiche leggende orientali.

Purtroppo con l’andare dei secoli, restauri, incendi, furti, manomissioni, ridussero alquanto il suo valore, ma il colpo più grave alla sua integrità lo ricevette nel 1797, alla caduta della Repubblica, quando otto operai per quindici giorni, d’ordine del nuovo governo democratico, attesero a ridurre in pezzi, per ricavare verghe d’oro e d’argento e pietre preziose, quanto di più nobile e raro per vetustà di memorie e pregio d’arte vi si conservava.

Solo trecento cimeli tra reliquie, orificerie ed arredi si potevano salvare dal miserevole e vandalico scempio, ma più di mille oggetti erano stati distrutti o dispersi tra i quali la famosa “Zoia” o Corno Ducale, le corone di Cipro e di Candia, il celebre diamante donato da Enrico II di Francia nel 1574, il pileo di gemme e di perle dato da papa Alessandro VIIII a Francesco Morosini, due “Rose d’oro” dai papi regalate alla Serenissima, trenta teche di oror massiccio con smeraldi e topazi e rubini, custodie preziose di sante reliquie, e anelli e collane e sacre icone incastronate di perle.

Nella chiesa di San Marco il popolo entrava per la porta di San Clemente accanto alla Cappella Zen, sostava in ammirazione dinanzi al Tesoro pieno di luci e scintillante per ori e per gemme ed usciva per la porta che metteva nell’ampio porticato Foscari del Palazzo Ducale.

La processione della fola durava fino a due ore dopo mezzogiorno, verso il vespero si chiudeva la chiesa e si cominciava a formare il corteo che accompagnava il doge alla visita del monastero di San Zaccaria recando con sè, sopra un bacino d’argento, il famoso Corno Ducale che si diceva da una vecchia tradizione regalato da quel convento al Serenissimo Doge Tradonico da una badessa di ca’ Morosini.

Era uno splendido lavoro, per la sua magnificenza chaimato “Zoia o Zogia“, ornato di sessantasei gioielli tra cui ventiquattro grosse perle a foggia di pera, un grande rubino di singolare bellezza, una croce sul davanti composta di ventotto smeraldi e sulla sommintà un diamante ad otto facce di mirabile limpidezza, il tutto di un valore per quel tempo di duecentomila ducati. Diadema superbo che serviva soltanto per la solenne incoronazione dei dogi, e nel giorno di Pasqua per mostrarlo, antica tradizione, alle monache di San Zaccaria nella visita dogale all’aristocratico monastero.

Festa di gioielli a San Marco, mostra della magnifica “Zoia” a San Zaccaria, il giorno di Pasqua era dal popolo chiamata la Pasqua “de le Zoie“, alludendo forse non solo al Tesoro di San Marco, ma alla gioia della Resurrezione, al risveglio della natura nel tepore primaverile. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO. 20 aprile 1930

FOTO: foto dalla rete. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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