Uno scandaloso alterco in Basilica di San Marco

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Antonio Canal detto Canaletto. Interno della Basilica di San Marco. Royal Collection (foto dalla rete)

Uno scandaloso alterco in Basilica di San Marco

Nella sera del 31 marzo 1527, vigilia della festa dell’Ascensione si mostrava nella chiesa di San Marco “in un pergolo (pulpito) a coloro che entravano di mano in mano il sangue miracoloso di Cristo in una ampoletta“, preziosa reliquia venuta da Beirut nel Libano. Un’antica tradizione stabiliva che in quella sera dovevano entrare nella chiesa solo le donne, mentre per gli uomini era riservata la sera del Giovedì Santo, e l’osservanza di questa regola veniva affidata ai Signori di notte.

Badava appunto quella vigilia a non lassar intrar homini nella Basilica il Signore di notte Lorenzo Loredan quondam Fantino, della contrada di San Stefano, quando si presentò alla porta volendo intrar messer Vettor Grimani, procuratore di San Marco, seguito da due gastaldi della Procuratia.

Il Loredan risolutamente si oppose, ma con maniera altezzosa gli rispose il Grimani: “Non me conosseu? Un procurator de san Marco non accepta ordeni da un Signor di note“. A quelle parole e al fare superbo ribattè inviperito il Loredan alzando le mani: “Vu se’ un becho et tutti lo save, procurator de merda andè via, si no ve rompo li corni“, e come un ossesso gli gridò tre volte con grande scandalo dei fedeli: “Becho, becho, becho!“. E il Grimani se ne andò.

La mattina seguente il procuratore Grimani andò in Collegio, narrando al doge, Andrea Gritti, la brutta avventura “per il che il Serenissimo con li Consieri (consiglieri) have a mal questo caso” e volle che la Quarantia criminale procedesse contro Lorenzo Loredan, signore di notte.

Il 2 aprile messer Lorenzo venne arrestato e gli si fece il processo, ma tanto poteva ancora il suo rancore contro il Grimani che, chiestogli il perchè di quella scena, rispose: “Voleva intrar in chiesa per torse licentia con le donne“. Fu condannato, narra il Sanudo, a pagare centocinquanta ducati e cioè cento all’offeso e cinquanta a “li poveri et cussì fu et ussite di preson“.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. Il Gazzettino 22 luglio 1925.

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