Il Bando contro i giochi e le bestemmie, sulla facciata di una casa in Campiello a lo Spirito Santo

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Campiello a lo Sprito Santo. Sestiere di Dorsoduro

Il Bando contro i giochi e le bestemmie, sulla facciata di una casa in Campiello a lo Spirito Santo

La Serenissima aveva diversi modi per portare a conoscenza dei veneziani le sue leggi e le sue deliberazioni: tramite stampa, mediante la pubblicazione di queste stampe sulla porta del Bando (cfr. Sanudo in Vite dei Dogi) o della Carta, o tramite la lettura dalle pietre del Bando in Piazza San Marco e in Campo San Giacomo di Rialto (si diceva allora “alle scale“, cfr. Sanudo nei Diari) o rendere imperiture le leggi e i decreti incidendoli sul marmo.

I bandi incisi su marmo riguardano soprattutto i divieti contro i giochi (a palla, pallone, pandolo, borelle e qualsiasi altro gioco di possa imaginare), e divieti contro la bestemmia e le parole di oscene, su questi stessi marmi la Serenissima ricordava le pene, per gli eventuali trasgressori, che andavano dalla prigione, alla galera, alla frusta, alla berlina, ed altre ad arbitrio dei giudici, che potevano prevedere anche il taglio della punta della lingua, il taglio del naso e la perdita degli occhi.

Queste leggi incise su pietra si trovano ancora oggi in prossimità  di chiese e di monasteri, poiché era quasi impossile proibire i giochi e la bestemmia in in giro per tutta la città, ma non erano tollerabili nelle vicinanze dei luoghi sacri.  

La bestemmia a Venezia

Nei diari di Girolamo Priuli si legge nel maggio 1512: “a Venezia la bestemmia era usata da ogni grado di persone“, sebbene fossero gravissime le pene contro i bestemmiatori, ma ormai le rabbiose maledizioni e le bestemmie atroci uscivano quasi inconsciamente dalle labra esecrande, non solo del popolo, ma degli stessi patrizi e, cosa più orribile, da parecchi preti.

La Repubblica cercava anche con le punizioni più crudeli di porre un argine all’abbominevole delitto ma il male era troppo inveterato, era un male cronico, a cui invano si cercava un rimedio, e lo seppe la Signoria quando nel marzo del 1510, dopo qualche lieto successo delle armi veneziane contro i collegati della famosa Lega di Cambrai, la Serenissima scriveva una lettera ai Provveditori in campo, sier Antonio Contarini e sier Marco Badoer, perché “dovessero persuader quelli soldati e non biastemar per non iritar l’ira dil signor Dio, questo contra de nui, maxime hora che le cosse nostre vanno prosperando“. Ma a togliere qualsiasi illusione alla Signoria giunse una lettera dei Provveditori la quale senza reticenze affermava: “questo è impossibile remediar per esser mal vecchio, et si ‘l volesse proveder bisogneria far a la turchesca, che come blastemano sono taiati per meso, ma non si avrebono alora più soldati“.

Eppure la Repubblica non aveva scrupoli nel condannare i bestemmiatori: in Venezia anche nel Cinquecento erano per sempre in vigore i fieri antichi supplizi della “cheba“, della frusta, della perdita degli occhi, del naso, della lingua specialmente per coloro che profferivano oscene parole e bestemmie, gravissimo oltraggio alla religione dei padri, sfregio grandissimo a quel dialetto, così dolce nelle consuetudini della vita, così solenne nei comizi della patria.

Parecchie cronache parlono di queste condanne contro il turpiloquio i cui risultati, quale esempio, erano quasi nulli, e se dagli “Annali” del Malipiero sappiamo che nel 1493 il giovane patrizio Giovanni Zorzi, per aver bestemmiato, ebbe tagliata una mano e la punta della lingua, nella prima metà del secolo decimosesto due fatti tipici ci dimostrano come il rigor delle leggi valesse ben poco a moderare l’istinto della bestemmia.

Nel 1519, il 2 maggio, si raccoglievano nell’osteria del Bo a Rialto, nella calle che conduceva verso il campo delle “Beccarie”, quattro compagnoni e pattuivano fra loro che “chi zugando biastemava manco pagi lo scoto”. Erano in quattro: “un fiol de l’oste de la Cerva, zovene et belo; uno barbier tale Alvise lavorava a Rialto in la calle di la Madona; un prete di san Mattio, et Todaro fiol de Marco qual havea botega de orese a sant’Aponal a l’insegna al san Zirolamo“. Cenarono, poi si misero a giocare e giocando, secondo il patto concluso, un subisso di bestemmie cominciò ad uscire da quelle bocche svergognate, a voce alta quasi di sfida alle leggi, e dopo un’ora tra le più sguaiate risate parevano vincitori il prete, “el fiol de l’oste della Cerva et il barbiere“, quando attratti da quel chiasso entrò nell’osteria la pattuglia dei Signori di notte che intimò il fermo ai quattro giocatori.

Nel tafferuglio che nacque, Todaro, figlio di Marcoorese“, riuscì a fuggire mentre gli altri tre venivano condotti in prigione e denunciati al Consiglio dei Dieci.

Il Consiglio, quando voleva, faceva presto i suoi processi, i colpevoli erano confessi e la condanna non si fece attendere: il 7 maggio “con corone con diavoli depenti in testa fo mandati li tre che biastemono in l’hosteria del Bo a Rialto con una piata per Canal Grande cridando la soa colpa et smontati a santa Croce menati per terra et per mezo l’hosteria del Bo li fo taià la lengua, et a san Marco in mezzo le do colone li fo cavati li ochi et taià la man destra et sia tutti tre confinà in questa terra ad esempio di altri”. Todaro, figlio di Marco, ormai fuggito, venne condannato al bando perpetuo, e se preso rischiava di aver tagliata la testa.

Non più di circa venti anni un nuovo fatto accadeva a Venezia che faceva rumore se non per il fatto in sè stesso per l’austera carica che copriva il colpevole: prete Agostino, primo prete della chiesa di Santa Fosca, veniva arrestato il 7 agosto 1540, secondo narra la cronaca Barbo, per l’orribile abitudine di bestemmiare a più non posso quando giocava. La giustizia non fu tanto crudele con prete Agostino: fu posto in berlina fra le due colonne di San Marco “con la lengua in giova” (strettoio) dall’alba fino al tramonto, poi venne chiuso in “cheba” per tre mesi a pane e acqua, e alla fine serrato nella prigione Forte per mesi otto. Unica consolazione del prete fu quando lo rinchiusero in “cheba” di punire i putti che lo martoriavano con grida e insulti “de pissarli adosso per isfocar alquanto il suo dolore“.

La bestemmia continuò ancora, poi decadde, non però del tutto nel popolo nostro. (1)

Testo del primo bando:

IL SERENISSIMO PRENCIPE FA SAPER ET E PER DELIBERATION
DEGLI ILL.MI ET ECC.MI SS.RI ESSECVTORI CONTRO LA BLASTEMA
CHE NON SIA ALCVNA PERSONA SIA DI CHE GRADO STATO
O CONDITION ESSERE SI VOGLIA CHE ARDISCA DI GIOCAR
AD ALCVN GIOCO CHE DIR O IMAGINAR SI POSSI ALLA CHIESA
DI QVESTA CITTA’ ET LVOGHI CIRCONVICINI NE IVI
  STREPITAR TVMVLTVAR O VSAR ALTRI ATTI CHE POSSANO
RENDER SCANDOLO SOTTO PENA ALLI CONTRAFATTORI
DI BANDO PREGGION GALERA FRVSTA BERLINA ET ALTRE
AD ARBITRIO QVALLI ANCO SARANO IRREMISIBILMENTE
DATE A QVELLI CHE ARDISSERO PROFERIRE QVALVNQVE
BESTEMIA O PAROLE DI OBSENITA’ CONTRO L’VSO DEL VIVER
MODESTO CON TAGLIA ALL’ACCVSATOR IL QVAL SARA TENVTO
SECRETO DE LIRE DVSENTO DE PICOLI DELLI BENI DE DELINQVENTI
MDCLVIII DIE XXV APRILE
GIO. PISANI
CARLO CONTARINI 
ANTONIO ESSECVTORI CONTRO LA BESTEMIA
GIACOMO DONA

Testo del secondo bando:

ADI’ 26 agosto 1732
IL SVDETO FV REPVBLICATO DI ORDINE DELI
IN.MI ET ES.MI SI.RI ESSECVTORI ALLA
BESTEMIA FV PVBLICATO PER NICOLO
DAMIN COMANDADOR ASIOSIA OBEDITO
NICOLO CORNER ESSECVTOR
GIO. EMO ESSECVTOR
ZORZI CONTARINI K ESSEC.OR
GE.MO VALIER NO.RO

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 22 marzo 1934

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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