La chiave di volta del Palazzo Coccina Tiepolo Papadopoli a Sant’Aponal, nel Sestiere di San Polo

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Palazzo Coccina Tiepolo Papadopoli a Sant'Apollinare (Sant'Aponal). Sestiere di San Polo

La chiave di volta del Palazzo Coccina Tiepolo Papadopoli a Sant’Aponal, nel Sestiere di San Polo

E’ indubitato che noi dobbiamo la fondazione di questo palazzo nel secolo XVI alla cittadinesca famiglia Coccina, ramo dei Salvetti, venuta da Bergamo, il cui stemma, formato da una gamba, od artiglio d’uccello, scorgevasi ancora poco fà replicatamente scolpito sui muri della prossime case.

Troviamo fra i Coccina i due fratelli Girolamo e Giovanni, i quali furono entrambi Guardiani Grandi della confraternita di San Rocco, e nel 1559 comperarono una cappella in sacrestia di San Francesco della Vigna per costruirvi la loro tomba, ove furono sepolti con epigrafe recante l’anno 1562. Troviamo altresi un Alvise, figlio di Girolamo, pur egli Guardiano Grande di San Rocco nel 1578, ed un Giovanni Battista, figlio di Alvise, auditore di Ruota in Roma, decesso nel 1642.

Il loro palazzo che guarda con semplice, ma armonico prospetto il Canal Grande, e che si vorrebbe nella raccolta del Coronelli disegnato dal Palladio, ma va invece attribuito al Sansovino, o, meglio, a qualche di lui seguace, passò con il volgere degli anni in un ramo della patrizia famiglia Tiepolo, perciò detto da Sant’Apollinare.

Celebre riusci questo ramo per uomini distinti, ma specialmente per il ricco museo, ora del tutto disperso, di monete e medaglie, in sua casa raccolto. Lo formò Giovanni Domenico q. Almorò, d’altro ramo dei Tiepolo, principalmente con l’acquisto di quello di Sebastiano Erizzo, e, venuto a morte nel 1730, lo lasciò ai due fratelli Federico e Lorenzo Tiepolo da Sant’Apollinare. Venne pubblicato dal secondo di essi nel 1736 in due volumi con magnifiche stampe, valendosi dell’opera di Pietro Fondi Veneziano. Nuovi aumenti aveva acquistato, come attesta il Moschini, quando ai di lui tempi era posseduto da Giovanni Domenico Almoró Tiepolo, già podestà di Chioggia, e Savio di Terra Ferma, che possedeva pure ricca libreria, e che volle nel 1828, con apposito lavoro in due volumi, rettificare alcune inesattezze riscontrate nella Storia di Venezia del Darù.

Gli eredi di Giovanni Domenico Almorò Tiepolo alienarono il palazzo, mediante istrumento 15 luglio 1837, atti Comincioli, a Valentino Comello. Esso quindi, mediante istrumento 14 luglio 1852, atti Gualandra, pervenne al maresciallo austriaco Bartolomeo Stürmer, e successivamente, mediante istrumento 27 luglio 1856, atti Gualandra suddetto, ad Alberto conte Pourtalés, con riserva dell’usufrutto di parte dell’ente venduto allo Stürmer, ed alla di lui consorte, vita loro naturale durante.

Morto il 18 dicembre 1861 Alberto Pourtalés, e il 27 giugno, ed 8 luglio 1863 gli usufruttuari coniugi Stürmer, gli credi Pourtalés vendettero, per contratto 25 gennaio 1864, in atti De Toni, il palazzo medesimo ai nobili conti fratelli Nicolò ed Angelo Papadopoli q. Giovanni, i quali, con la magnificenza che loro è propria, vollero di recente abbellirlo, ed ampliarlo, atterrando qualche stabile vicino. (1)

Sulla facciata del palazzo Coccina Tiepolo Papadopoli, prospiciente il Canal Grande, è infissa una chiave di volta sull’arco di volta del portale d’acqua. 

(1) Giuseppe Tassini. Alcuni palazzi ed antichi edifici di Venezia. Tipografia Fontana 1879

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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