I regali del Re dei Persiani

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Gabriele Gagliari. Il doge Marino Grimani riceve gli Ambasciatori Persiani. Sala delle Quattro Porte. Palazzo Ducale (foto dalla rete)

I regali del Re dei Persiani

Nel libro dei Cerimoniali del Senato si legge: “Venuta di Fethi Bey Noncio del regno di Persia in questa Città. 1603 marzo“.

Intorno a questo avvenimento della Storia Veneta, Gabriele Gagliari figliuolo di Paolo detto il Veronese, dipinse un quadro che sta oggi nella sala delle Quattro Porte del Palazzo Ducale. La visita di questo straordinario Ambasciatore fu annunciata dal dragomanno Giacono Nores ed il Senato decise di ricevere subito l’ambasciata che era composta, oltre, l’Ambasciatore, da sei Persiani e di tre Armeni.

Primo entrò Fehti Bey seguito a breve distanza dai nove “huomeni del seguito quali all’uso turchesco si misero in fila tenendo in mano ciascuno le robbe che mandava Sah Abbas re di Persia al Serenissimo” e l’Ambasciatore, dopo un breve discorso tradotto dal Nores al quale rispose il doge, trasse dal petto una lettera del Re racchiusa in una lunga borsa di seta ricamata d’argento, la baciò a poi la porse in ginocchio al doge stesso che era allora Marino Grimani.

Si procedette poi alla consegna dei regali, “et per primo fu spiegato un manto tessuto d’oro. Questo, disse il Persiano, il mio Re ha fatto fabbricare a posta per la Serenità Vostra, et è tutto di un pezzo senza cucitura, fu poi spiegado un tapedo di seta tessuto a oro, quattro braccia lungo e largo, et questo, disse il Persiano, è per metter sopra di esso il Teshoro di san Marco tanto famoso per tutto il mondo, per terzo fu spiegado un panno di seta et oro di figure bellissimo, longo sette braccia et questo, disse il Persiano, il Re manda perché sia presentato alla grande Chiesa di San Marco“. E così con lo stesso cerimoniale, furono spiegate le vesti in pezza, tre di seta tessuta d’oro e tre di seta leggiera schietta “lavorate a perfetione et con gran magistro di figure, nobilissimo presente ben degno di Re così grande“.

L’ambasciatore persiano parlò e consegnò i regali stando sempre in piedi, e quando partì si fermò in mezzo alla sala fino a tanto che tutto il seguito andò a baciar la mano del doge. I senatori intanto si erano alzati in piedi e fu subito incaricato messer Dolfin, savio del Consiglio, di mettersi a disposizione dell’ambasciatore.

Il giorno dopo il Senato si raccolse di nuovo e trattò per il contraccambio dei doni deliberando, con 133 voti favorevoli e 2 contrari, la somma di duemila ducati d’oro da pagarsi dalla cassa delle “Rason Vecchie” per i regali destinati all’ambasciatore, al seguito fu regalato “per cadaun huomeno una veste di panno scarlato“.

I Persiani stettero a Venezia quasi sei mesi e partirono verso la fine di agosto “sopra una di quelle navi che sono alla vela per Soria“, ma nel frattempo essendo scoppiata la guerra fra Turchia e la Persia, l’ambasciata giunta ad Aleppo fu fatta prigioniera dai Turchi e furono sequestrati i ricchi doni della Serenissima. Però con l’intervento del Console veneto, messer Alvise Duodo, furono in gran parte recuperati e rispediti a Venezia in attesa di tempi migliori. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 24 agosto 1924

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