“El svolo del Turco”

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Gabriele Bella. Festa del Giovedì Grasso in Piazzetta San Marco. Museo della Fondazione Querini Stampalia.

“El svolo del Turco”

Era una delle feste tradizionali che si teneva per lo più nella famosa giornata del giovedì grasso in Piazzetta San Marco dinanzi al doge, la Signoria, alle nobildonne e ai patrizi più autorevoli che dalla Loggia Foscara assistevano allo spettacolo.

Venezia voleva divertirsi e fu essa la prima che ai rozzi carnevali dell’età di mezzo fece seguire le sue feste magnifiche, anche nei giorni tristi e luttuosi come qualche mese dopo la terribile disfatta di Ghiaradadda in cui lo smarrimento angoscioso non durò a lungo e il carnevale fu, più dell’usato, allegro e rumoroso. Scriveva allora il patrizio Girolamo Priuli, con la consueta rampogna, “che era male si solennizzasse il carnevale con tante allegrezze e bagordi, con gran quantità, di mascherate, balli e suoni, come se fosse Venetia nella più queta pace e nella più ricca esistenza, tanto è corrotta la gioventù in ogni genere li lasciava anco abbominevole, et in ogni sfacciata compiacenza“.

Parole al vento, in quel giorno del giovedì grasso, particolarmente sacro alla più sfrenata allegria, cominciava dall’alba per tutta la città un gran suono di pifferi e di tamburi e gruppi di maschere si spargevano per le calli, per i campi, per le fondamente vociando e cantando, mentre in Piazza si apparecchiavano gli spettacoli della giornata: la caccia del toro, le forza d’Ercole, la moresca, la lotta, e nel pomeriggio il più attraente giuoco per il popolo, “el svolo del turco“.

Un giuoco di equilibrio e di coraggio; da una barca ancorata sul Molo veniva tesa una fune fino alla cella del campanile di San Marco, una seconda fune invece collegata con la prima scendeva dalla cella campanaria, attraversando la Piazzetta, e finiva alla Loggia Foscara del Palazzo Ducale, proprio davanti al doge. Dalla prima corda, mediante un sapiente congegno di anelli e di carruccole, un uomo, stranamente vestito con abiti sfarzosi di seta svolazzanti, veniva sollevato, con una certa velocità, dalla barca fino alla cella campanaria, e da questa scendeva in volo, per la seconda fune, spargendo fiori e confetti, fino alla Loggia dove stava il doge, offrendo al principe un grande mazzo di fiori. Dal doge riceveva in dono una borsa con denaro, risaliva sul campanile, sempre gettando alla folla fiori e confetti, e ridiscendeva in volo lungo la prima fune fino alla sua barca tra gli applausi, le grida, gli evviva del popolo radunato.

Nel 1563 il famoso volo venne modificato da un turco, un tale Alì Assam che da qualche mese abitava in Cannaregio, vicino al palazzo di Marcantonio Barbaro, presso la chiesa di San Leonardo.

Venne modificato, ma reso più difficle, più pericoloso, più impressionante poiché il turco s’impegnava di salire e discendere dalle funi a passo d’uomo, senza anelli e senza carruccole, con il solo aiuto di un lungo bilanciere, per agevolare l’equilibrio: non era precisamente un volo ma un gioco così ardito che metteva, durante un’ora, un uomo di fronte alla morte.

La proposta venne accettata e nel giovedì grasso di quell’anno il turco fece la sua pericolosa passeggiata dinanzi ad una grandissima folla che lo seguiva in silenzio ansiosa e trepitante, e quando il funambolo giunse presso il doge Piero Loredan e gli offerse un mazzolino di fiori che teneva in petto scoppiò tra la folla un immenso applauso e grida di gioia e di festa proruppero dovunque.

In anno dopo la Compagnia della Calza degli Accesi accoglieva tra i suoi soci Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; tra le feste magnifiche date in onore del nuovo compagno si ebbe anche l’ascesa e la discesa del campanile eseguita da Alì Assam. Nel bacino di San Marco era ancorata una fusta splendidamente adorna, da quella partiva una fune fissata alla cuspide sotto l’Angelo d’oro, anziché alla cella campanaria, e nella discesa, all’altezza delle due Colonne della Piazzetta, il turco eseguì sulla fune vari e difficili esercizi ginnastici ricevendo dalla Compagnia della Calza un premio di mille ducati.

Per qualche anno Alì Assam fu il funambolo prediletto dei giovedì, ma egli aveva alquanto corretto il suo giuoco: saliva fino al campanile ritto a passo d’uomo, ma faceva la discesa in volo, e il pubblico applaudiva con più fervore al doppio spettacolo che riusciva più simpatico continuando le vecchie tradizioni.

Alì fece qualche allievo, ma pochissimi si azzardarono a fare la salita a passo d’uomo, specialmente dopo la triste fine di un tale Marco da San Nicolò che a metà della fune, forse per un capogiro o per una fatale distrazione, cadde sfracellandosi sul selciato della Piazzetta. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 13 ottobre 1932

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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