L’incendio del Fontego dei Tedeschi del 1505

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Giovanni Antonio Canal detto Canaletto. Il Canal Grande con il Ponte di Rialto e il Fondaco dei Tedeschi. Rijksmuseum Amsterdam

L’incendio del Fontego dei Tedeschi del 1505

La vecchia fabbrica, dimora ed emporio di traffico dei mercanti Tedeschi a Venezia, nella notte del 27 gennaio 1505 cominciò a bruciare; l’incendio, che da qualche ora covava nei grandi magazzini a pianterreno tutto ad un tratto proruppe violento e devastatore nei depositi delle tele, delle sete e dei drappi.

Si dette subito l’allarme: il vicino campanile della chiesa di San Bartolomeo principiò a suonare a martello seguito subito dai campanili vicini, mentre alcuni facchini del fondaco si spargevano per le strade gridando a squarciagola: “Fuogo al fontego de li Todeschi, fuoco grando!“. La gente a quei rintocchi e a quelle grida scendeva spaventata dalle case; dalla Piazza di San Marco correva la guardia degli arsenalotti con mannaie, scale, mastelli; le pattuglie dei Signori di notte, si affrettavano verso l’incendio le cui fiamme già alte rosseggiavano il cielo.

Era uno spaventoso incendio impossibile a frenare, bruciava tutto: stoffe ricche e preziose, mercanzie d’ogni genere, arazzi, mobili, vestiti, crollarono i tetti, rovinarono i muri “et tutto il zorno seguente brusò, e alcuni volse aiutar a stuar quel gran fuogo ma cazete uno muro et li amazò“. Furono quattro i morti tratti dalle macerie e trasportati nella piccola chiesa di San Bartolomeo, tra i quali un ricco mercante tale Ottone di Norimberga che venne sepolto nella sacrestia della chiesa stessa.

Il 6 febbraio si raccolse il Senatoper la materia dil fontego di Todeschi et acciò che li todeschi havessero habitation fo decretato do cose“, la prima che scegliessero l’abitazione più a loro conveniente e la Signoria avrebbe pagato metà della somma d’affitto, la seconda che “le balle di mercantie si ligasse sotto la loza a Rialto qual fo serada de taole“, poi fu discusso sulla rifabbrica del fondaco e tutto il Senato fu d’accordo “de volerlo refar presto et bellissimo“. E mentre i Tedeschi venivano provvisoriamente alloggiati nella case dei Lippomano a Santa Fosca, l’eccellentissimo Pregadi bandì una specie di concorso, e tra i concorrenti per la nuova fabbrica “somptuosa” furono Giorgio Spaventoproto di la chiesa di san Marco“, Pietro Solari detto Lombardo, fra Giacomo di Verona e un Gerolamo Tedesco che vinse la gara.

Difatti il giorno 10 giugno 1505 raccoltosi il Senato per l’esamina delle proposte “fo posto il modello dil Todesco et fo dieto secondo quello si fazi il fontego di todeschi, et si fazi le botege a torno et il colegio habi libertà terminar quello li pareà“.

Scelto il modello di Gerolamo Tedescohomo intelligente et pratico in far fontegi per mercantie“, la Signoria affidò la direzione dei lavori al proto Antonio Abbandi, detto lo Scarpagnino, il maggiore artefice della famosa Scuola grande di San Rocco, e così si cominciò alla fine di giugno la nuova costruzione di vera architettura della Rinascenza, di ritmo semplice ed equilibrato nelle sue vaste e complesse proporzioni.

La grande fabbrica fu terminata in circa tre anni e per renderla più leggiadra la Signoria ordinava una vasta decorazione a fresco della facciata sul Canal Grande e su quella che guarda la calle; Giorgione da Castefranco ornava la facciata principale, mentre Tiziano, alle sue prime prova, attendeva ad affrescare il prospetto laterale.

Giorgione, disponeva con concezione nuova, negli spazi tra finestra e finestra, nudi fantastici superbi, di cui un misero avanzo rimane anche oggi in alto sotto il cornicione (“La Nuda“, opera è esposta alle Gallerie dell’Accademia), e Tiziano invece affrescava episodi di storia dei quali una povera traccia si vede ancora sopra il bel portale nello sbiadito e rovinato gruppo di “Giuditta ed Oloferne“.

Così il vasto fondaco dei Tedeschi era nei primi mesi del 1509 completamente finito, lo splendido cortile, intorno a cui si apre il porticato e il triplice ordine di loggie, assumeva il suo attivo ritmo mercantile, e i Tedeschi nel lussuoso edificio, superba dimora del dio Mercurio, trattavano i loro molteplici affari sotto la vigilanza di tre patrizi eletti dal Senato, “li Visdomini dil fontego“. Soltanto nei tre giorni e tre notti che precedevano il carnevale, costume curioso nel Cinque e Seicento, il commercio taceva e nel fondaco c’era baldoria; per tre giorni e tre notti si davano pubblici balli mascherati ai quali accorrevano in fola patrizi e cittadini.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 6 marzo 1932

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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