Gli Stradioti al Lido

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Chiesa di Santa Maria Elisabetta. Lido di Venezia

Gli Stradioti al Lido

La Repubblica verso la fine del mese di aprile 1496 aveva mandato sei “arsili” grosse navi da trasporto, a Modone, Corone, Napoli di Romania nell’isola della Morea e a Lepanto nel golfo di Corinto per trasportare a Venezia novecento stradioti con i relativi cavalli i quali dovevano prender parte alla guerra che si apparecchiava contro Carlo VIII di Francia dai confederati di Spagna, Milano, Venezia.

Il 13 maggio ritornarono tre arsili “et discargono a Lio trecento cinquanta stradioti cum li cavali, capi Andrea e Dimitri Cavachi quel sono zentilhomeni di Lepanto et di gran fama“, il 15 ne giunsero altri due, il 18 l’ultimo “et cussi a Lio era più di novecento stradioti et cavali, et fo dato orzi per li cavali, juta il consueto, fino fusse provisto dove dovessero mandarli“.

Gli stradioti, soldati greci agli ordini della Serenissima, vennero ricoverati in vasti casoni lungo il margine lagunare, tra la chiesa e il convento di San Nicolò e il vecchio oratorio dedicato alla Beata Vergine visitatrice di Santa Elisabetta, e la Signoria mandava ogni tre giorni farina, verdura e animali da macello per il loro rifornimento vittuario.

Ma gli ospiti d’indola turbolenta, fin dal loro arrivo nella inoperosità forzata si divertirono a saccheggiare gli orti del littorale e tentare l’assalto ai talami dei littoranei dando anche, con prepotenza soldatesca, qualche buona bastonatura a chi tentava di protestare. E il male peggiorò quando due giorni dopo giunse al Lido Nicola da Nonaqual stava a Zara provisionato nostro, con cavali cento lezeri benissimo in ordine al costume de li stradioti“, e così gli armati passarono il migliaio e la povera terra di Lido non ebbe pace né di giorno né di notte, tanto più che tra i nuovi arrivati e gli stradiotti di Corone sorsero subito sfide, rancori e forti inimicizie “che fo dubitato si tagliaseno insieme“.

Alcuni abitanti, tra i maggiorenti del Lido, si recarono a Venezia e accolti in Senato, raccontavano le vessazioni, i soprusi, le ribalderie di quell’orda mercenaria e sier Marco Tron, della contrada di San Stae appoggiò le proteste e propose “de mandar li stradioti a crema“, sier Zuane Contarini voleva mandarli invece a Ravenna, altri al duca di Milano “per meterli a quelli confini dil Piemonte” in quei giorni quasi terra francese, tutti però convennero che bisogna slogiarli dal Lido e allontanarli si più presto da Venezia.

Nel pomeriggio di quel giorno stesso il Senato elesse sier Marco Zorzi savio di Terraferma “a far la mostra lhoro lì a Lio” e decise mandarli a Pisa, protetta allora dai veneziani contro Firenze che aveva preso partito in favore di Carlo VIII di Francia.

Il 23 maggio ebbe luogo nei prati del Lido la rivista delle truppe stradiotte fatta da Marco Zorzi seguito dai sopraccomiti delle galere in porto, tutti gli abitanti del littorale “et assà persone di la terra andono a veder” e quando rullarono i tamburi e cominciò la rivista dal forte di Sant’Andrea partirono venti colpi di bombarda a salva a breve distanza l’uno dall’altro.

Finita la rivista venne preparata il pranzo: le truppe erano contente di partire, gli abitanti del Lido ancor più contenti di vederli partire e fu giorno di festa “suoni e balli per li casoni, canti e suoni per li campi verdi“.

Il giorno dopo gli stradiotti partirono su gli arsili alla volta di Cavarzere dove montati a cavallo presero la via di Rovigo e di Mantova e per Pontremoli si diressero a Lucca e Pisa “acciò danizassero i fiorentini che volea esser franzosi“.

Le truppe erano state precedute a Pisa dal provveditore di campo sier Giustinian Morosini, “homo in cosse beliche experto” e Pisa alla notizia di quei soccorsi che stavano per arrivare ruppe in alte grida di gioia inneggiando a San Marco. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 2 luglio 1930

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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