Il solenne battesimo di due ebrei

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Vittore Carpaccio. Battesimo dei Seleniti. Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.Venezia (foto dalla rete)

Il solenne battesimo di due ebrei

Il 15 luglio 1533, “zorno de Nostra Donna” cioè di Santa Marina, la patrona di Venezia, nella chiesa di San Marco c’erano fin dal mattino grandi preparativi; il doge, la Signoria e le alte cariche della Repubblica dovevano assistere al battesino di due ebrei, amministrato dal Legato pontificio per delegazione di papa Clemente VII. I due battezzanti erano Jacob Anselmi, ricchissimo proprietario di un banco giro a Rialto, e suo figlio Salomone diciasettenne; i “santoli” (padrini) erano ben dodici tra i più nobili e più ricchi patrizi veneziani.

Alle dieci entrava in chiesa il doge Andrea Gritti, “vestito di tabì bianco con manto de damaschin bianco a fioroni d’oro“, insieme con il Legato, i Consiglieri, gli Ambasciatori e gran parte del Senato. I “santoli” uscirono a prendere gli ebrei che aspettavano nell’atrio e, mentre squillavano le trombe ducali e suonavano a gloria gli organi della chiesa, il Legato, con il “pivial e mitria d’oro in testa“, procedeva al battesimo, dando a Jacob il nome di Marco e a Salomone quello di Francesco, ad entrambi il casato di Paradiso.

Finita la funzione battesimale e ascoltata la messa, si alzò il Serenissimo che, fatto inginocchiare a sé dinanzi il neofita Jacob, ora chiamato Marco, lo fece cavaliere di San Marco. “Per li vostri meriti, de honesto paron de banco, de amoroso fiol de sta Republica” e così dicendo gli metteva la catena d’oro al collo, mentre “sier Alvise Dandolo cum sier Zuane Badoer li cinse li speroni“.

Così ebbe termine la cerimonia, “cosa nova, conclude il Sanudo, né più mai sequita che davanti el nostro principe fusse batizati hebrei per man del Legato dil Pontefice et poi fusse fato cavalier per man de Soa Serenità“.

Messer Marco Paradiso, il giorno dopo, donò al Legato diecimila ducati per la Chiesa, e altri diecimila dette ai procuratori di San Marco.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 3 novembre 1925.

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