La follia del lusso della famiglia Labia

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Palazzo Labia. Sestiere di Cannaregio

La follia del lusso della famiglia Labia

La famiglia Labia, oriunda da Gerona, città di Spagna nella Catalogna, venne dalla Toscana in Venezia verso la metà del Cinquecento, ma solo nel 1646 fu iscritta nel Libro d’Oro nella persona di un Giovanni Francesco che offrì alla Repubblica centomila ducati per la guerra di Candia. In quell’epoca si fabbricò il palazzo a San Geremia nello stile della decadenza, con due facciate, quella sul Canal Grande e rio di Cannaregio, disegnata dal Cominelli e l’altra che prospetta il campo dal Termignon, della stessa famiglia del valente maestro della cappella di San Marco.

I Labia erano considerati tra i più ricchi e più esperti mercanti d’Europa, ma dopo la loro iscrizione nel Libro d’Oro e la costruzione del palazzo che costò un milione di ducati d’argento, circa tre milioni attuali, un vento di follia dissipatrice era corso sulla famiglia ed erano spese pazze, lussi esagerati, erogazioni enormi. In palazzo San Geremia le feste seguivano le feste ed è proberbiale il convito dei quaranta gentiluomini, serviti con posate d’oro, alla fine del quale Marco Labia ordinò che tutti gli ori fossero gettati nel sottoposto canale di San Geremia esclamando boriosamente: “Li abia o non li abia sarò sempre Labia“.

Nelle antiche case dei Turioni alla Madonna dell’Orto, presso San Girolamo, comperate dai Labia, fu dato nel 1746 per molte sere uno spettacolo gratuito di varie opere in cui sulla scena figuravano delle marionette splendidamente vestite, mentre gli artisti cantavano dietro le quinte con grande accompagnamento d’orchestra. L’originale spettacolo fu dato con tale lusso e tale magnificenza da sorpassare qualunque immmaginazione e si dice costasse circa duecentomila ducati.

Antonio Labia aveva, per sé solo, cinque gondole, e quando usciva per il Canal Grande nella gondola prescelta, le altre dovevano seguirlo supermamente addobbate.

Però in mezzo a questa folle devastazione di ricchezza, sorgeva nel 1760 nalla famiglia Labia un austero veneziano, Angelo Maria, il poeta che sferza le mollezze, i scialacqui e le vanità mondane come in questi versi profetici:

Che lusso in ogni grado de persone!
Che teatri in bersò! che simetria
De Piazza! Oh che regata! oh che bissone!
Che popolo! che gran foresteria!
Che canal! che traghetti! oh Dio che done!
Epur, no so el perché, mi pianzeria!

Il poeta sentiva vicina la caduta della sua Patria dopo tanti secoli di gloria.

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 17 ottobre 1924.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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