I fanti dei Provveditori alle Pompe e una grande festa in casa Navagero a San Trovaso

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Fondamenta Bonlini, dove esisteva la Corte Navagera, al posto del giardino. Sestiere di Dorsoduro

I fanti dei Provveditori alle Pompe e una grande festa in casa Navagero a San Trovaso

Il Senato, il 4 gennaio 1507, osservava che la rovina delle famiglie proveniva “dal variar et mudar molto spesso da una foza (foggia) a l’altra dil vestido, dal lusso, da le zoie et da li conviti“. E con un vertiginoso succedersi di decreti si proibivano vesti, gioielli e feste in cui si passasse un certo limite di spesa, sebbene, dice il Sanudo, fosse un “oficio odiozo” per i giudici, “et pieno di pericoli” per i fanti, esecutori della legge.

Il 20 aprile 1509 c’era gran festa in casa di Francesco Navagero in contrada di San Trovaso, e i fanti dei Provveditori alle Pompe avevano saputo dai servi che il lusso doveva essere superbo, le vivande prelibate, le vesti degli invitati magnifiche. Quattro fanti, il cui capo era Anzolo da Murano, stabilirono di cogliere in fallo i contravventori e verso il vespero, ora in cui doveva cominciare il banchetto, si presentarono a ca’ Navagero ordinando ai servi di condurli nella sala da pranzo e nella cucina, come stabiliva l’ultimo decreto del Senato.

La festa era nel suo splendore, e la comparsa dei fanti produsse nei commensali una vera ribellione: alle prime parole di Anzolo da Muran in nome dei provveditori, volarono “pani, naranze er carote ne la testa dei fanti“, ma non contenti di questo, i giovani patrizi Loredan, Venier, da Molin e parecchi altri si gettarono su di loro; e parecchi altri si gettarono su di loro; a spintoni li fecero scendere le scale e giunti sulla fondamenta li gettarono nel rio di San Trovaso. La baraonda aveva chiamato una folla di gente che parteggiava per i nobili, e le gentildonne, invitate alla festa, uscite sui poggioli, ridevano alla scena gettando contro i poveri diavoli “limoni per curarli da la bile“.

I fanti ritornarono scornati dai Provveditori e questi, conosciuti i patrizi che avevano compiuta la presuntuosa bravata, li condannarono ad una grossa multa, ma i condannati, ricorsi agli Avogadori di Comun, ottenevano l’annullamento della sentenza.

Cussi (conclude il Sanudo) le cosse va sempre pezo, et per questo afar de le pompe, legge venetiana dura una setimana“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 22 novembre 1925.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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