Verona ritorna a Venezia

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Piazza delle Erba. Verona

Verona ritorna a Venezia

Venezia nel 1517, dopo circa otto anni di guerre, era riuscita a superare la lotta contro la famosa Lega di Cambrai mercè la perseveranza e la destrezza dei maneggi politici, i sacrifici immensi cui prontamente e generosamente si erano sobbarcati i suoi cittadini, la fedeltà e il buon volere dei sudditi.

Le città di terraferma erano state quasi tutte recuperate, Andrea Gritti e sier Zuane Gradenigo con quattrocento cavalli e duemila fanti entrarono il 24 gennaio 1517 nella tanto agognata città di Verona accolti festosamente dal popolo al grido di “Marco! Marco!” e dalla nobiltà veronese “osequiati con riverentia“.

Il 3 febbraio dello stesso anno giunsero a Fusina dodici deputati di Verona, quattro nobili, quattro dottori e quattro cittadini, e furono ricevuti da dieci patrizi mandati dalla Signoria con “uno peatone dil dose“, magnificamente addobbato di velluti, tappeti e damaschi. Precedeva il corteo la gondola di sier Piero Gradenigo, consigliere del sestiere di San Marco, con il gonfalone della Repubblica, seguiva una gran barca di suonatori con pifferi e tamburi e trombe, “et po’ venia il peatone de li horatori con in mezo la bandiera di Verona a mo’ de penello“.

Le imbarcazioni giunte “a la doana da mar in ponta di la Salute” voltarono per il Canal grande e il corteo passò tra il popolo plaudente accalcato sulle fondamente, mentre le nobildonne salutavano dai veroni dei palazzi e la musica suonava tra le grida festose dei cittadini. Giunsero così “a san Cassan in casa dove stava la Raina de cha’ Corner” dove la Signoria aveva fatto preparare gli alloggi per gli ambasciatori.

La mattina dopo, il 4 febbraio, c’era adunanza solenne del Collegio, presiedeva il doge Leonardo Loredan, e i rappresentati di Verona, “veneno per terra passando per Rialto a do a do, prima el marchese Zuan Filippo Malaspina vestido di veluto lionato et domino Galeoto di Nogarole vestido di raso negro fodrà di lovi con una cadena d’oro al collo, po’ li altri tutti vestidi molto somptuosi“.

Nella sala del Collegio si era radunato gran numero di patrizi curiosi di veder i Veronesi e di udirne i discrosi, e tra questi amche Marin Sanudo, il famoso diarista, che forse non credeva di tramandare ai lontani posteri la solenne seduta.

Entrarono i dodici deputati e furono accolti con manifesti segni di simpatia, sedettero su sgabelli coperti di arazzi messi appositamente dinanzi al doge e alla Signoria e parlò primo il marchese Malaspinacomenzando a dir che quella fidelissima Comunità havea mandato loro horatori a far riverentia“, e presentò le credenziali soggiungendo “che da uno di soi coleghi, la Serenità del Principe intenderà quanto hanno auto in commission“.

S’alzò poi il domino Guglielmo Guarienti, “homo eloquentissimo qual comenzò una elegantissima horation vulgare, ma ben composta et molto bella“. Disse la contentezza di Verona per esser ritornata sotto San Marco “et laudò molto questo Stato, la gran guerra sostenuta, la gran difesa e la spesa fatta“, ringraziò la Signoria di aver perdonato a tutti “li cittadini ancora che havesseno deviato da quello doveano” e pregava fossero concessi a Verona tutti i privilegi “che haveano prima quando quella città si sperse sotto li barbari todeschi che l’hanno dominata“. Da ultimo offerse alla Signoria, dono della fedelissima città di Verona, sedicimila ducati d’oro e l’offerta accompagnò con tali parole che la solenne adunanza ne fu commossa e i patrizi non poterono trattenersi dall’applaudire “la bella et magnifica horatione“.

Il Serenissimo Leonardo Loredan rispose molto accomodatamente; accettò il dono a nome del Governo, promise i privilegi richiesti, accordò a tutti il perdono aggiungendo che se qualcuno “ha fato qualche operation sinistra, l’animo era però neto et bon verso la Signoria nostra“.

Finito il doge di parlare, s’alzò uno dei cittadini: “Serenissimo Principe son Francesco Brenzon vostro sviserato servitor, qual ha patido dannni grandissimi, preson, esilio et altro per la fedeltà verso questa Signoria, et non dimando altro premio si non un segno de fedeltà ch’è la cavaleria“. Il doge sorridendo rispose: “Savemo missier Francesco che vui siete et le operation vostre!, et fato venir avanti el cavalier suo, dito Brenzon inzenochiato fo fato cavalier!“.

Così finiva la solenne adunanza, e quando gli oratori, preceduti dalle trombe, scesero nel cortile del Palazzo Ducale, una gran folla di gente patrizia e cittadina, proruppe in grida di “Viva Verona, la nostra fidel Verona“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 17 giugno 1924.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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