I chioggiotti fedeli

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Rio de Palazzo o de la Canonica

I chioggiotti fedeli

Nel settembre 1511, in piena lega di Cambrai contro Venezia erano richiuse nei tre camerotti del carcere “Nuovissima grande, apresso la riva dil Palazo” circa cinquanta persone per aver sparso a Venezia i bandi dell’imperatore Massimiliano di Germania che eccitava il popolo alla sollevazione, ma “li cai di Diese no badavano a dite polize né altro era che meter in preson chi li portava“.

Nella notte del 15 settembre dopo un paziente lavoro, rotte le porte di comunicazione tra un camerotto e l’altro, i cinquanta carcerati si radunarono tutti nella prima prigione e scassinarono con lime e scalpelli le due inferriate che davano sul canale. Ormai la strada era libera. Nove barche di Chioggia stavano ormeggiate a ridosso del muro del Palazzo, aspettando l’ordine della Signoria per portare a la Motta, minacciata dai tedeschi, settanta cavalli di domino Todaro Paleologo (capo degli stradioti); una vera fortuna per i fuggitivi, ma appena i due o tre di avanguardia si calarono sulle barche, i chioggiotti balzarono fuori armati di bastoni e s’impegnò una vera lotta con grida, urla e bastonate. Al violento tarrefuglio accorsero le guardie, i fuggitivi vennero fermati “sì che ditti chiozotti fo causa di sto ben, et ventuti po’ li capitani fonno reposti in la preson Orba tutti cinquanta“.

Al mattino il segretario dei Dieci si recò a visitare i danni alla Nuovissima grande e constatò che occorrevano quasi cento ducati per le riparazioni. Si raccolse nella stessa mattina il Consiglio e subito prese la parola sier Alvise Malipiero, il severo Inquisitore, dicendo: “L’è cossa inaudita: tali homeni fonno zizania in la terra despendando cartelli de rivolta et nu li mantenemo, cercano de fuzir et nu ghe perdonemo, ma l’è cossa nova haver pietà de questi rebaldi. Semo in guerra cum tuto el mondo, recordeve! Meto parte de li amazar tuti cinquanta“. Ma, il Consiglio non accettò la terribile proposta: si fece il processo e fu deciso di soppremere segretamente i due capi della ribellione, tali Gasparo da Ferrara e Zuane di Oderzo; gli altri durante la prigionia furono condannati a pane ed acqua fino a pagare i cento ducati per i danni prodotti. Quasi tre mesi durò il digiuno. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 11 luglio 1927

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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