I nobili “barnabotti” o “subioti”

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Campo e Chiesa di San Barnaba. Sestiere di Dorsoduro

I nobili “barnabotti” o “subioti”

In ogni tempo, ma più specialmente negli ultimi tre secoli, i patrizi veneziani erano tanto gelosi della preminenza avuta in retaggio, che persino tra loro non egualmente si apprezzavano, distinguendo nei segni di onoranza i nobili di antica origine dai recenti, i nobili ricchi da quelli poveri.

L’antagonismo fra i rappresentanti delle case vecchie, chiamati “i longhi” e quelli delle nuove, chiamati “i curti“, si manifestò per la prima volta nel 1486, nella elezione del doge Agostino Barbarigo, appartenente alle case nuove, e durò fino al 1620 in cui “i longhi” ripresero il sopravvento con la elezione inopinata di sier Marco Antonio Memmo.

Ma quello che durò sempre fra la casta nobiliare fu il malanno dei patrizi poveri, classe turbolenta, invidiosa, esigente, chiamati dapprima “squizari” e poi “barnabotti“, della contrada di San Barnaba, dove la maggior parte di loro abitavano, al di là del Canal Grande. I gentiluomini ricchi, che pur si compiacevano dei titoli boriosi, non avevano vergogna di comperare i voti dai “barnabotti“, i poveri e dispregiati loro colleghi, per essere eletti nel Maggior Consiglio ai più alti uffici, e lo afferma anche il Sanudo nei suoi Diari quando scrive: “Chi vol honori bisogna dar danaro a questi poveri zentiluomeni sempre afamadi“.

Sebbene gravi pene, come grosse multe e il bando perpetuo, fossero statuite contro i patrizi che miravano a conseguire “con mezzi illeciti magistrati, offizi, reggimenti et altre dignità, la distributione delle quali conviene sia fatta con justitia et severità“, pure le legge non impediva il mercimonio, e il Sanudo si sdegnava vedendo spesso i pubblici uffici concessi, non già all’ingegno e al merito, bensì a chi meglio pagava “et cussì va la justitia di questa terra, che è matto che se fatica de più“.

Ma di contro a parecchi nobili, che accrescevano anche nel Cinquecento le loro pingui sostanze con una saggia amministrazione o con fortunate imprese andavano sempre aumentando i patrizi impoveriti, invidiosi, cupidi, che mostravano pubblicamente la loro miseria e chiedevano apertamente allo Stato i mezzi per vivere e un tetto sotto cui riparare. Non c’era più ritegno, la miseria dei “barnabotti” non conosceva più vergogne e gli Annali Veneti del Malipiero raccontano: “che a tre de marzo 1499 sier Andrea Contarini è andà con gran esclamation davanti la Signoria, digando che l’è nobele de cha’ Contarini; et ha solamente fioi alle spale; et no ha habù officio za sedese anni et no sa guadagnarse el viver con nissun mestier; et per sessanta ducati de debito, l’ufficio de le Cazue (imposte arretrate) ghe ha venduto la casa che l’habita, pregando che se habia pietà de lui, et, et che no ‘l se vogia mandar sotto i porteghi“.

E come Andrea Contarini ce n’erano molti e molti, i nobili ricchi destinavano somme ingenti alla costruzione di case per i patrizi caduti in miseria, il Governo pensava poi a concedere a qualcuno di loro, tra i migliori, qualche ufficio dalla rendita annua di circa cento ducati, ma spinti sempre dal bisogno il loro provento più proficuo era il traffico illecito dei voti.

Del resto non era questa soltanto una piaga di Venezia, Genova ne aveva un numero maggiore e i “poveri nobili genovesi” vivevano miseramente dei lasciti provenienti dalle compere di San Giorgio, e nelle elezioni del doge vendevano pubblicamente il loro voto al migliore offerente nelle logge dei Banchi.

Nel Settecento il nobile spiantato traeva un discreto guadagno anche dal Ridotto dove si faceva regalare dai vincitori qualche ducato o ai banchi del gioco, con qualche inesperto, correggeva un po’ di fortuna, ma quando il Ridotto venne chiuso nel novembre del 1774 cessarono i proventi, e allora tra i “barnabotti” furono riunioni e proteste e tutti uniti presentarono alla Signoria una supplica che cominciava: “Have sera el Ridotto, ma cossa magnaremo nu poveri barnabotti se ne togliè el pan? Vu altri godè dele bone entrade e con quele ve la passè da Siori; ognun de vu gha el suo palasso, la so puta, vin bon e bona tola, e dopo de haver magnà da crepar, vegnì in Piazza col curadenti de hosso o de oro, mentre nu se spassemo i dentii a stomego nuo per far credar che gh’avemo magnà“. E la supplica proseguiva narrando le loro misere condizioni e concludendo che “per dar le nostre bale contra el Redoto havè promesso molto ma mantegnudo gnente, minchionado cussì tutti nualtri“,

La supplica fece ridere molti: si era in carnevale, la Piazza era sempre gremita di gente, di maschere, di venditori tra i quali primeggiavano i venditori di zufoli che si sgolavano a gridare: “El nobile subioto, el nobile subioto!“. Il popolo, sempre proclive alla satira, fece suo quel grido e vedendo i “barnabotti“, boriosi ma affamati, tra quella folla allegra li battezzò per “li nobili subioti“, che vivevano del fiato altrui, e fino alla caduta della Repubblica il motto rimase. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 31 agosto 1926

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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