Il doge Agostino Barbarigo sotto inchiesta dopo la sua morte

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Chiesa di Santa Maria della Carità, luogo di sepoltura di Agostino Barbarigo

Il doge Agostino Barbarigo sotto inchiesta dopo la sua morte

Ai primi di agosto dell’anno 1501 il vecchio doge Agostino Barbarigo di oltre ottantadue anni, ottenuto per causa di malattia un breve permesso dal Senato, si recava a Padova, ma né le arie miti del padovano né la quiete della sontuosa dimora, recarono alcun sollievo all’illustre vegliardo.

Ritornato a Venezia dovette mettersi a letto e aggravandosi sempre più la malattia, il 13 settembre chiamò i Consiglieri e disse loro che la Repubblica aveva bisogno di un doge fattivo, un principe operoso, e non di un povero vecchio ammalato, e togliendosi dal dito l’anello dogale lo consegnava al consigliere più anziano, sier Marco Contarini esclamando: “Ve spazerò (sgombrerò) il palazo e andremo in la nostra casa a san Trovaso et li finiremo la nostra vita et pregove per ben vostro e de Vinetia aceptè la mia refudason“. Ma i Consiglieri commossi risposero: “Serenissimo, nui speremo in Dio ve renda la vostra sanità et non aceptemo la vostra refudason. Vostra Serenità attendi a verir (guarire) et lassè sti pensieri!“.

Dopo sette giorni, nel vespero del 20 settembre, il Serenissimo Agostino Barbarigo moriva tra le braccia del genero sier Zorzi Nani, marito di sua figlia Elena, che lo aveva assistito con cure filiali e che durante il dogado era sempre stato per il Barbarigo l’uomo di fiducia non solo, ma l’amico affezionato e fidato.

Ma il doge era appena morto e già per la città si mormorava che egli aveva accettato doni da sovrani stranieri, che non aveva mai pagato i suoi creditori, che “aceptava presenti da chadauno et ne aceptava tanti che hera cosa incredibile” e gli si faceva colpa “de gran indelicatezze, angarie et extorsion“. E crescendo il mormorare e citando ognuno contro il defunto fatti concreti lo stesso Consiglio dei Dieci dovette intervenire, tanto più che alla lettura del testamento ducale si trovò una clausola abbastanza strana, che dimostrava nel defunto un carattere imperioso, dominante, autoritario.

La clausola riguardava il genero Zorzi Nani e diceva: “Nui ordenemo et he de nostra volontà che li libri et conti per conto de el dogado nostro, tenudi per Zorzi nostro amatissimo zener sia cussì cretti (creduti) chome si da nostra mano fusse sta tenudo, però che de la soa fede et consientia ne he ben notto, et però non volemo che per alguno sia contradito et questa è la nostra voluntà, la nostra voluntà de dose di Venetia“.

Il Consiglio dei Dieci volle veder chiaro in quei libri ducali e constatato che molte ma molte scritture apparivano irregolari, e così si poteva spiegare che mentre il Barbarigo prima di salire al ducato possedeva una mediocre ricchezza, ora lasciava una sostanza tra mobili, vesti e preziosi di più che ottantamila ducati, che con i depositi in zecca, le ville e i palazzi si calcolava arrivasse quasi ai quattro milioni di franchi.

Una legge nuova fu subito votata e vennero creati “li tre inquisitori del dose defunto“, da eleggersi ala morte di ogni doge con l’incarico d’investigare e indagare scrupolosamente in quali cose egli avesse mancato, ascoltare le querele contro di lui portate, esaminare scritture e testimonianze e procedere secondo i casi ai risarcimenti dovuti.

Il Maggior Consiglio, il 24 settembre elesse i primi tre inquisitori nei patrizi Lunardo Grimani, Antonio Tron e Antonio Loredan i quali cominciarono l’inchiesta contro il Serenissimo Barbarigo: si arrestarono due scudieri del defunto, tali Battista da Murano e Matiello da Bresciaper non haver pagato daci per vino dil doxe” e furono condannati ad un anno di prigione: gli eredi Barbarigo vennero interrogati sotto il vincolo del giuramento, ma sier Zorzi Nani, avvilito per l’infamata memoria del suocero, “se misse in tanta meninconia che si amalò, ita (così) che a dì 29 morite, et stete amalado zorni sie“.

Le somme ricuperate dalla faticosa inchiesta salirono, a carico degli eredi, a circa diecimila ducati “et questo per li libri del Nani sequestrati“, ma in tutti rimase la convinzione che ben più forti fossero le somme sfuggite al controllo degli inquisitori.

Così passò tra i più il Serenissimo Barbarigoet fo molto vituperato et biasimato et questo denigrò et maculò molto la fama soa“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 4 gennaio 1931

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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