Il pranzo dei Povegioti

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Appartamento del doge. Sala dello scudo. Palazzo Ducale (foto dalla rete)

Il pranzo dei Povegioti

Fra Malamocco e l’isola di Santo Spirito sorge l’isoletta di Poveglia che formava una delle “comunità” veneziane ed aveva una chiesa dedicata a San Vitale. Al tempo della guerra di Chioggia nel 1380 tutte le case di quell’isola furono demolite perché i genovesi, occupandola, non potessero trovarvi ricovero; e così quei di Poveglia vennero a Venezia e si stabilirono nel sestiere di Dorsoduro e precisamente alla Giudecca e nelle contrade di Sant’Agnese e San Trovaso.

La tradizione vuole che durante la guerra, prima della demolizione della case, essi consigliassero i genovesi di recarsi a Venezia con delle zattere da loro fabbricate ed agevoli a navigare per le paludi della laguna. I genovesi accettarono, ma le zattere erano costruite in modo da sconnettersi ai primi urti, per cui i soldati in parte rimasero affogati ed in parte uccisi dai Veneziani accorsi alla difesa. Sia per premio di tale vittoria o per compenso dell’abbandono dell’isola, il fatto è che i Povegliesi avevano dalla Serenissima molti privilegi, fra i quali quello di ricevere dal Doge un pranzo nella domenica susseguente al giorno dell’Ascensione.

In quel giorno i “Compagni di Povegia“, scelti dalla “Comunità“, in numero di diciassette, si presentavano, tutti vestiti in gala, con alla testa il loro cappellano, a palazzo Ducale chiedendo del Doge.

Condotti alla sua presenza, il cappellano diceva: “Dio ve dia el bon dì messer lo Dose et semo vegnui a disnar con vu“. E il doge rispondeva sorridendo: “Sieu ben vegnudi“. Ed essi: “Volemo la nostra regalia“. Ed il Serenissimo replicava: “Volentiera, che cossa?“. Ed essi rispondevano: “Ve volemo basar“.

Et così per mezzo la bocca ad uno ad uno basa sua Serenità perché così è la sua regalia antica, et poi il Cavalier (maestro delle cerimonie) li mena a tavola nell’anticamera. Il Cavalier sta in cavo (capo) de tavola che rappresenta il Principe; compiuto che hanno da desinar, il Gastaldo mette man alla borsa, e dà lire ventisei de soldi piccoli (circa dodici lire d’oggi) al Cavalier li quali denari sono del Doge; il Cavalier poi li mena in Camera del Doge a tuor licenza, et poi se ne vanno con Dio“. Così la cronaca del Sanudo.

Nel partire i convitati avevano licenza di portar seco gli avanzi del pranzo, volgarmente chiamati “la borida“, e venivano ancora regalati di buona qualità di confetture e di un garofano: le confetture per i “putei de casa” ed il garofano per la “mujer“, quale gentile omaggio di sua Serenità “el Dose de Venetia” (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 25 novembre 1925

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