L’agonia, la morte e il funerale del doge Leonardo Loredan

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Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Monumento al doge Leonardo Loredan (a sinistra)

L’agonia, la morte e il funerale del doge Leonardo Loredan

La matina del 19 giugno 1521 se intese el doxe esser pesorato, siché non è alcuna speranza di vita et li medici aver dito non c’è rimedio ch’el varisa (guarisca)”. Erano tre i medici intorno al letto di Leonardo Loredan: Agostin da Pesaro, maestro Bartolomeo da Montagnana et il suo solito miedigo Lunardo Butiron, i quali in quella giornata, dinanzi all’ammalato che peggiorava, non trovarono miglior rimedio che di fargli amministrare la comunione.

La notizia si diffuse subito in Palazzo: il Serenissimo aveva poche ore di vita e quindi bisognava pensare a rendere meno disastrosa quella morte per il numeroso parentado. Nello stesso giorno 19 giugno furono con gran lusso “compite le noze di la fia di sier Piero Querini da le Papozze, nevoda dil doxe, con sier Vetor Grimani” cioè perché se avveniva la morte, le nozze si dovevano rimandare a dopo il lutto. I figli del Loredan dal loro canto si affrettarono a vuotare gli appartamenti ducali di tutto ciò che loro apparteneva et anco quelo che non hera suo. Presero perciò in affitto una casa ai Santi Filippo e Giacomo, appartenente al Primicerio di San Marco, e per tutta la notte fu un gran trasporto di mobili, di arredi, di tappeti, perfino di legna.

Il 21 giugno l’ammalato si aggrava; gli si dà l’estrema unzione e frate Lodovico da Chioggia dell’ordine di San Francesco, suo confessore, con tanti altri frati sta in camera a lezergli il passio. Nel mattino del 22 Leonardo Loredan moriva nell’età di 84 anni, dopo ventotto anni di principato.

Le campane di San Marco suonarono allora nove volte, tutti capirono che il Doge era morto: patrizi e popolo corsero subito in piazza, gli arsenalotti presero la guardia del palazzo a loro affidato durante l’interregno, i negozi si chiusero e sulle antenne si abbassarono a mezzo i gonfaloni repubblicani.

Nel palazzo cominciò il lavoro per l’esposizione della salma che, vestita del manto d’oro, col berretto ducale in capo, con gli speroni d’oro ai piedi, con la spada e con la toga accanto, venne portata nella Sala dei Signori di notte, vegliata dai canonici di San Marco e da venti mobili in veste rossa e quivi esposta al riverente ossequio dei patrizi.

Nel mattino appresso anche il popolo fu ammesso alla visita funebre e vi sfilò tutta Venezia silenziosa e triste d’innanzi a quel morto, che rappresentava sempre il simbolo sacro della patria. Spirati i tre giorni dalla morte, come voleva il cerimoniale, si procedette ai funerali ed alla tumulazione.

Splendido era il corteo: precedeva innanzi tutto il clero secolare e quello regolare; indi seguivano le scuole grandi, portando ciascun confratello una torcia accesa; i capi della marina e la maestranza dell’Arsenale; lo “scalco” del Doge o maestro delle cucine tutto vestito in rosso ed il portatore del grande scudo ducale, il baldacchino con feretro scortato dagli scudieri vestiti in nero con i mantelli corti alla spagnola e coi cappelli a falda ripiegata. Dietro al feretro venivano i “comadadori” specie di uscieri ducali, gli ambasciatori esteri; i consiglieri ducali in toga rossa e berretto nero; i tre capi della Quarantia criminale; gli Avogadori di Comun in veste violacea con stola rossa: i capi del Consiglio dei Dieci; i Censori; il Cancellier grande ed i cancellieri inferiori; i segretari del Senato, tutti i Senatori; il cavaliere del doge o maestro delle cerimonie ed i parenti del morto vestiti a lutto; finalmente chiudevano il corteo le varie confraternite e scuole ed i figli dei “pubblici spedali” recando ceri e torce accese.

Il funebre corteo fece il giro della Piazza e giunta la bara d’innanzi alla porta maggiore della chiesa di San Marco, la bara stessa venne per tre volte alzata da quelli che la portavano in grande segno di alto tributo di ossequio. In quel supremo momento il silenzio era solenne, sembrava che quasi nessuno fiatasse, le campane stesse per uno o due minuti stettero mute: al cospetto della morte eminentissimo omaggio era il silenzio.

L’immenso corteo si avviò alla chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, dove sopra altissimo palco, circondato da innumerevoli torce, la bara deposta. Dopo le consuete esequie, la salma di Leonardo Loredano, fu seppellita nell’arca a lui destinata nella chiesa stessa. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 25 novembre 1925 e IL GAZZETTINO, 13 novembre 1923

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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