Pietro Orseolo un doge fatto santo

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Sala del Maggior Consiglio. Jacopo e Domenico Tintoretto. Ritratto di Pietro I Orseolo

Pietro Orseolo un doge fatto santo

Il 14 gennaio ricorre la festa di San Pietro Orseolo doge di Venezia, poi monaco dell’ordine di San Benedetto, santificato più tardi per le sue grandi virtù da papa Clemente XII.

Il Sagornino nella sua cronaca lo dice un santo, ma la nobile famiglia dei Candiano lo accusava apertamente di essere stato il primo a colpire il doge Pietro Candiano IV, suo predecessore, e ad appiccare il fuoco nel palazzo Ducale nella terribile insurrezione popolare avvenuta nel 976. Terribile insurrezione davvero nella storia veneziana; assassinato il doge con il figlioletto ancora lattante, trucidate le guardie, incendiato il Palazzo il fuoco divampò spaventoso spinto dal vento e arsero le chiesa di San Marco, trecentocinque case, sette chiese, gran numero di fondachi tra grida, pianti, desolazione. Per maggior oltraggio il corpo del principe e del bambino furono posti in una barca e condotti al macello dal popolo furibondo, ma Giovanni Gradenigo, uomo di santa vita, tolse con se quei poveri morti e li fece seppellire nel cimitero della ricca badia di Sant’Ilario.

Il 12 agosto 976, radunatosi il popolo nella cattedrale di San Pietro di Castello venne per acclamazione proclamato doge Pietro Orseolo, nobile ricchissimo della contrada dei Santi Filippo e Giacomo, al quale volle subito riparare al grave disordine che invadeva la città: fece ricostruire, tutto a sua spese, il palazzo Ducale e la chiesa di San Marco, fabbricò vicino al campanile un ospizio per i poveri infermi, comperò alcune case a Rialto e le assegnò come ricovero ai pellegrini che venivano a venerare il corpo di San Marco, fece rifabbricare le chiese distrutte dall’incendio, e vuole la tradizione che l’Orseolo ordinasse a Costantinopoli la famosa “Pala d’oro“, la quale però non fu recata a Venezia che ai tempi del doge Ordelafo Falier nel 1105. Tutta questa sete di opere religiose e benefiche, questo fanatismo religioso che perfino nel suo palazzo lo induceva a menar vita claustrale, separato dalla moglie Felicia e lontano dall’unico figlio, se per alcuni era prova di santità, per molti altri invece, e tra questi tutti i partigiani dei Candiani, era il rimorso del passato che tormentava quell’anima in pena.

Venne intanto a Venezia l’abate Guarino del monastero di San Michele di Cusano nella Guascogna ed ebbe con il doge veneziano frequenti ragionamenti, di quei segreti colloqui nessuno seppe mai il soggetto, ma nel ritorno dell’abate da Gerusalemme, nel mattino del 2 settembre 978 Venezia si svegliò senza doge. In quella notte una barca ducale trasportava a Lizza Fusina quattro passeggeri con i visi quasi coperti da grandi cappucci di seta: giunti a Fusina, la badia di Sant’Ilario aveva approntato quattro dei suoi migliori cavalli e su quelli i fuggitivi a gran galoppo presero la via del confine, verso la strada di Francia. Così fuggiva, il doge Pietro Orseolo; aveva allora cinquant’anni di età e altri diciannove ne visse nell’esercizio della religione nella abbazia di San Michele che venne magnificamente restaurata e ampliata con i molti denari portati appositamente del principe.

Morì nel 997, fu poi nel 1731 santificato e la sua memoria si ricorda ancora in qualche paese di Francia e si ricordava a Venezia solennemente fino alla caduta della Repubblica.

Luigi XV, re di Francia, a momento della santificazione volle regalare alla Serenissima alcune ossa del nuovo Santo che vennero ricevute nelle lagune con grande solennità, e il Senato dichiarava giorno festivo di palazzo il 14 gennaio di ciascun anno, ordinando l’esposizione di quelle reliquie al popolo che di solito venivano gelosamente custodite nel Tesoro di San Marco. Quando giunsero a Venezia, era allora doge Carlo Ruzzini il quale volle ricordare il lieto avvenimento facendo coniare una “osella“, specie di medaglia commemorativa, in cui da una parte vi era il leone alato in piedi con il corno ducale e dall’altra un’urna e verso di essa una colomba volante con intorno le parole: “Ossa del divino Pietro Orseolo“.

Scampate le reliquie alle devastazioni del Governo democratico dopo la caduta della Repubblica, sono oggi racchiuse in una breve urna d’argento, lavoro del secolo XVIII, di autore ignoto, ma non privo di artistico interesse per l’eleganza della composizione e la diligenza della fattura.

Il 14 gennaio di ogni anno “Sua Serenità interveniva alla Messa solenne in san Marco con l’intero Collegio e sull’altare Maggiore venivano esposte le Reliquie del Santo“; il popolo accorreva in folla alla funzione e terminata la messa cominciava la visita alle ossa sante che durava fino al tramonto tra lo scintillare delle numerose cere che attorniavano l’urna.

Pietro Orseolo fu proclamato Santo, ma la storia nella sua logica fredda e austera muove un dubbio: fu per la sua santità o per il suo rimorso? E’ uno dei tanti dubbi storici che rimangono ancora insoluti. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 14 gennaio 1934

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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