L’assedio di Tiro, i colombi e le monete di cuoio

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Antonio Vassilacchi. La conquista di Tiro. Sala dello Scrutigno, Palazzo Ducale

L’assedio di Tiro, i colombi e le monete di cuoio

I Veneziani battevano la città dalla parte del mare, gli alleati di re Baldovino da quella di terra, ma la città marittima di Tiro, nella Palestina, non capitolava. Comandava la flotta il doge Domenico Michiel ed eravamo nel 1124 quando il doge, contro alcune voci maliziose degli alleati, racconta il Sanudo, “fece tirare un magiero ovvero tavola per ogni nostra galera dalla parte di fianco at quella diede nelle mani dell’armata di re Baldovino, acciocché fossero ben cauti che i Veneziani prenderebbero Tiro o non mai si leverebbero dall’impresa fuzendo per il mare“.

Gli assedianti intanto negli ozi di quel lungo assedio avevano osservato un va e vieni di colombi tra Tiro e Damasco; presone uno gli trovarono un biglietto con il quale Damasco prometteva soccorsi a Tiro e sostituito con altro che consigliava la resa, dettero al colombo la libertà del volo. Lo stratagemma riuscì, Tiro si rese il 30 giugno 1124 e come dai patti la terza parte della città fu data in possesso ai Veneziani.

Una cosa curiosa di questo assedio e di cui scrissero molti storici fu la coniazione di una speciale moneta fatta dal doge Domenico Michiel. Essendo durante l’assedio mancato il soldo onde pagare le truppe, pensò il doge di far battere certe monete di cuoio con la stampa di San Marco promettendo che le monete di cuoio sarebbero state cambiate in altrettanti ducati d’oro quando fossero giunte da Venezia le somme che aveva richiesto. Promessa di doge veneziano valeva in quell’epoca qualunque giuramento di re e la nuova moneta corse i mercati di Oriente.

Molti storici di allora non sono d’accordo sulla qualità della moneta, qualcuno dice di rame, altri di piombo, altri ancora d’argento, ma Faroldo, Sanuto, Barbaro, Agostini, Paolo Morosini la dicono di “corame” e sui mercati d’Oriente le nuova monete venivano chiamate con il nome di “Michelotti“, dal doge Michiel che le aveva coniate, monete che tennero per qualche anno “il principato in quelle parti nei pubblici negotii di mercantie et nei pagamenti“.

Il Minizzi nelle sue “Monete Veneziane” dice che uno di questi famosi Michelotti di cuoio era posseduto nel 1742 da un certo abate Boni, ma l’asserzione sulla esistenza e sulla autenticità di tale moneta è molto dubbia non avendola egli né descritta né disegnata, e sapendo d’altronde di quante falsificazioni furono in ogni tempo passibili le monete e le medaglie antiche.

Le monete di cuoio del doge Michel furono in gran parte cambiate, come egli stesso aveva promesso, appena si ebbero da Venezia le somme in oro, ed a ricordo sullo stemma dei Michiel, sulle sei fasce di azzurro e d’argento, furono messe ventuno monete d’oro in ordine triangolare. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 11 giugno 1924.

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