Le Furatole e i Fritolini

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Fondamenta e Ponte de la Furatola. Sestiere di San Polo

Le Furatole e i Fritolini

Si chiamavano “furatole” alcune bottegucce dove si vendeva comunemente il pesce fritto, la polenta di granturco e qualche minestra di legumi.

L’etimologia della sua parola è varia: il Gallicciolli nelle sue “Memorie venete antiche” scrive che la voce “furatola” viene da “furare” per le frodi che si commettevano nelle vendite; il Boerio nel suo “Dizionario veneziano” la vuole proveniente dalla parola barbara “furabula“, corruzione del latino “furvus“, che suona “oscuro, annerito dal fumo“; qualche altro invece propende a credere che avesse origine da foro essendo tali bottegucce altrettanti fori o piccole stanze.

L’origine più vera e la più accettata di questa stranissima voce è quella che le dà il Boerio poiché le furatole erano appunto certe botteghe oscure, tetre, caliginose, poste ordinariamente in luoghi remoti, privi di sole, talvolta vili, veri stambugi della povera gente. Erano frequentate specialmente di sera quando il popolo smetteva i suoi lavori giornalieri al suono della Marangona, venivano illuminate da un lumicino ad olio appeso al soffitto e la gente si raccoglieva intorno alle tavole sudicie, sulle quali s’imbandivano le minestre e il pesce fritto, ma per una curiosa legge era severamente vietato di vendere vino, di condire il cibo con il formaggio, “con l’onto sotil” o con qualche altro grasso.

Doveva bastare l’olio soltanto e fin dal 1480 un decreto degli Avogadori stabiliva gravi punizioni di multe e carcere per i trasgressori, multe che andavano fino a cinquanta ducati d’oro, carcere che saliva a più di qualche mese ed erano chiamate “le pene della Furatola“. Ciò nonostante le “furatole” crescevano di numero, e nei primi anni del Cinquecento la confraternita degli “osti e caneveri di Rialto e San Marco” si querelava alla Signoria affermando che “la loro arte andava in dissoluzione di giorno in giorno, a motivo d’essere levata gran quantità di Magazzeni e Furatole che vende al menudo al popolo et a li nobili barnabotti“, i patrizi che abitavano per lo più nella contrada di San Barnaba, da cui traevano il nomignolo, e che andavano a comperarsi il pesce fritto e la polenta spendendo nelle furatole pochi “bagatini“.

Le furatole non amavano molto la pulizia, e un tanfo d’olio bollito e di pesce stantio regnava sempre nell’aria delle oscure bottegucce, che molto spesso, a dispetto delle leggi, tenevano nascosto, a disposizione degli avventori, qualche boccale di vino che si beveva di straforo in piedi presso il banco.

Famoso era verso la fine del Seicento la furatola sotto il portico e attigua al ponte che portavano, e portano tuttora il suo nome, e alla quale si poteva andare dal Campiello Albrizzi, quanto dalla Calle Cavalli nella contrada di Sant’Apollinare.

Era meno sporca delle sue consorelle, più illuminata nelle ore notturne e anche più vasta, e dopo i pasti gli avventori passavano qualche oretta “col dilettevol ziogo della mora“, ma sopra di essa pesava un brutto destino poiché nella sera del 15 maggio 1692 un grave fatto di sangue avvenne nel locale.

Ad una tavola stava seduto certo Zuane Cataldobecher in calle de li Boteri“, che con dei compagni giocava a dadi, quando per una questione di gioco, scoppiò tra loro una vivace discussione che ben presto degenerò in una lite violenta, inasprita anche dal vino bevuto, fornito loro di nascosto. Grida e bestemmie, poi un urlo e uno dei giocatori cadde ferito mortalmente da un tremendo colpo di coltello vibrato dal Cataldo; tutti fuggirono e alla pattuglia accorsa non rimase che trasportare il morto nella sacrestia della vicina chiesa di San PoloZuane Cataldo, il giorno dopo venne arrestato.  (1)

Tuttora esistono a Venezia molte di queste vecchie furatole, alcune delle quali per un processo di trasformazione verificatosi nell’Ottocento, si sono trasformate in botteghe di friggipesce o fritolin, mentre le altre sono rimaste alle antiche leggi, ed offrono ai loro clienti capaci scodelle di zuppa di paste e fagioli, o di trippe, o di guazzetto, piedini di maiale e di vitello e lesso, milza o spienza di manzo, ed altre frattaglie. Le furatole si trovavano sempre vicino a qualche osteria, perché, dopo il pasto, il cliente potesse trovar pronto, alla distanza di pochi passi, un buon bicchiere di vino. (2)

Ricordo una bottega che vendeva “trippa e rissa” (per indicare le parti più pregiate dell’esofago e dell’abomaso) in calle dei Do Mori a Rialto quasi di fronte all’osteria omonima. La trippa veniva servita calda su un pezzo di carta con la sola possibilità di aggiungere un po’ di sale.

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 15 gennaio 1931.

(2) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 21 luglio 1932.

Fondamenta e Ponte de la Furatola. Sant’Aponal, Sestiere di San Polo

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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