Il teatro Sant’Angelo (1677-1803), in Corte de l’Albero, nel Sestiere di San Marco

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Il teatro Sant’Angelo (1677-1803), in Corte de l’Albero, nel Sestiere di San Marco

Nel 1675 era impresario del teatro San Moisè un certo Francesco Santorini il quale volle iniziare la stagione di carnevale con un notevole ribasso nei soliti prezzi dei biglietti d’ingresso. Questa innovazione produsse ire tremende da parte degli altri impresari, specialmente di quello del teatro di San Luca che minacciò di bastonare il Santorini di comune accordo coi Grimani proprietari del teatro di San Samuele.

La lotta s’inasprì a tal punto che Marco Giustinian, proprietario del teatro di San Moisè, per paura di qualche grosso guaio, ruppe il contratto fatto con il Santorini che si trovò senza teatro e senza lavoro. Tuttavia “paron Francesco” non si sgomentò e pieno d’audacia com’era, e aiutato dai patrizi Vettor Marcello di Santa Maria Formosa e Andrea Cappello di San Simeone, che possedevano un terreno vacuo a Sant’Angelo nell’attuale corte dell’Albero prospiciente il Canal Grande, costruì un teatro su quel terreno, cedutogli con la clausola che dopo dodici anni il teatro dovesse appartenere ai proprietari del fondo.

I lavori subito cominciati progredirono svelti, e ben presto nel mese di maggio del 1676, in occasione della splendida festa della “Sensa” s’inaugurò il teatro con il dramma “Elena rapita da Paride“, versi del poeta Aureli e musica del vicentino Giovanni Freschi, la sua prima opera delle tredici che il maestro doveva comporre in sette anni per i teatri veneziani.

L’apertura del Sant’Angelo fu per Venezia un grande avvenimento; Francesco Santorini aveva pensato a tutto; la sala con quattro ordini di palchi, era bella, spaziosa e bene illuminata; rilucevano fregi dorati dappertutto; tappeti nell’atrio e su per le scale; specchi e fiori nei palchi; sfarzoso l’allestimento scenico.

Il pubblico applaudi entusiasta, ma nelle settimane successive la fortuna del Sant’Angelo parve affievolirsi; i Grimani gli facevano una guerra atroce tanto che dopo qualche mese cominciarono per loro conto i lavori di un nuovo teatro sul terreno delle antiche case dei Polo a San Giovanni Grisostomo, teatro che doveva primeggiare fra tutti offuscando la gloria di Francesco Santorini. E così avvenne: a poco a poco il teatro Sant’Angelo declinò dalla sua prima prosperità e ricchezza: morto il Santorini, passò ai Cappello e ai Marcello che quasi niente capivano di teatri e di arte musicale e continuò una vita stentata per molti anni assistendo ai fiaschi e mediocri successi.

Nel carnevale del 1713, dopo circa trent’anni dalla sua costruzione, il Sant’Angelo ebbe un risveglio, un bel risveglio. In quel’anno si dette un dramma musicale, che destò nel pubblico grande interesse, dal titolo “Orlando furioso“, poesia del dottore Grazio Braccioli di Ferrara, gentile e immaginoso poeta, e musica del bolognese Alberto Ristori, organista e compositore pregevole. Interpreti delle parti principali quattro valenti cantanti: Antonio Carli, Maria Giusti detta la Romanina, Elisabetta Denzio e Margherita Faccioli chiamata la Vicentina. Il successo fu grande e per trenta sere il dramma fu replicato e tenne posto onorevole nel cartello anche nei prossimo anno, nello stesso teatro.

Fu questo l’ultimo degno avvenimento musicale del teatro di Sant’Angelo che poi continuò nella sua solita mediocrità. (1) Alla caduta della Serenissima il teatro sopravvisse pochi anni, chiudendo nel febbraio 1803. Alla fine dell’Ottocento fu demolito e al suo posto eretta la palazzina Barocci dall’architetto Pellegrino Oreffice. (2)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 30 maggio 1928.

(2) Michela Dal Borgo. Catalogo della Mostra “Attività teatrale a Venezia tra legislazione e spettacolo (secoli XVI – XIX)”

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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