Volevano “tosegar” un pozzo a Santa Sofia

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Campo Santa Sofia. Sestiere di Cannaregio

Volevano “tosegar” un pozzo a Santa Sofia

Si erano trovati a Fusina il 13 aprile 1530: Cosmo Bianchi veniva da Rimini e Zuanecalegher popular venetian” ritornava da Padova. Ambedue fecero amicizia all’osteria del “Gallo” e cenarono assieme aspettando la barca che doveva condurli a Venezia. Con la buona cena, ma più con numerosi bicchieri di vino, i due si confidarono molte cose e fra l’altro Cosmo Bianchi narrò all’amico una lunga storia di contese tra il suo padrone prete Cataldo della contrada di San Giovanni di Rimini e un prete veneziano suo cugino che abitava in Calle Priuli a Santa Sofia, tale don Tita Frescura. Era una grossa questione d’interessi che si andava trascinando da qualche anno.

Finita la cena i due compari s’imbarcarono per Venezia. Giunti a San Nicolò al traghetto di Lizza Fusina, Cosmo disse a Zuane: “Vòi guadagnar venti ducati?“, “Si ben” rispose Zuane, “Doman mattina te aspetto in la chiesa di santa Sofia“. E alla mattina Cosmo propose: “Ho con mi doi libre e mezzo de tossego per tossegar el pozzo di don Tita Frescura; voe tossegar el pozzo?“.

Zuane accettò, prese il “tossego“, cinque ducati in acconto e gli diede appuntamento per la sera alla malvasia della “Torre” a San Felice. Ma invece di rivolgersi verso la casa del prete, egli scantonò per il campo dei Santi Apostoli e corse difilato in Palazzo Ducale, dove a sier Alvise Venier, capo dei Dieci, mostrò il “tossego” e narrò tutta la storia.

In quella sera nell’osteria della “Torre” a San Felice un ufficiale dei Dieci arrestava Cosmo Bianchi che veniva nella stessa notte sottoposto alla tortur. Egli confessò la proposta fatta a Zuanecalegher“, ma disse trattarsi di uno scherzo poiché “el tossego no era bon, et era polvere bianca non de danno“.

Lo faremo provar!“, rispose severamente Alvise Venier, mostrandogli il cartoncello contenente il veleno. Cosmo fu rinchiuso in prigione “Forte“, ma non ne usci vivo perché su di lui veniva provato se il “tossego” fosse proprio veleno vero “et fu cossa bona, dice il Sanudo, mazar questo marano che voleva tossegar tutto un pozo“. Prete Cataldo quando intese fuggì subito da Rimini, mettendo fra lui e la Repubblica la più grande distanza possibile. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 28 settembre 1926

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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