La Giustizia a Venezia; le condanne per i giocatori d’azzardo

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Il Ridotto, ora Hotel Monaco & Grand Canal. Calle Vallaresso - Sestiere di San Marco

La Giustizia a Venezia; le condanne per i giocatori d’azzardo

Il gioco d’azzardo fu una delle più ardenti passioni dei Veneziani sebbene il governo fin dal 1390 avesse cercato di porvi un freno proibendo specialmente “li zuoghi par carte et dai“, ma la passione essendo più forte della legge si giocava dappertutto persino sotto i portici delle chiese, nei parlatori dei conventi, nelle anticamere dei Dogi.

Nel cinquecento poi si giunse a tanto che si può parlare di una vera e propria mania: si aprirono casini da gioco a San Barnaba, ai Carmini in Calle dei Ragusei, a Rialto in Calle dei Cinque, a San Geremia “in horto ditto di pre Galante” a san Moisè nella casa di certa Elenacortesana” e due ritrovi sorsero in Ghetto “dove andavano cristiani et hebrei a zuogar zorno et nocte“. Si proibì allora la vendita delle carte e dei dadi, si aumentarono le pene pecuniarie aggravandole con la berlina, la galera, il taglio del naso e delle orecchie, si promisero premi ai denunziatori, ma il vizio continuò lo stesso malgrado gli ammonimenti del Consiglio dei Dieci.

Nel 1530 una Laura, “qual fo mier dil quondam Francesco Bartato feva a casa soa a san Samuele recapito a zuogadori de carte” scoperta, venne condannata a quattro mesi di carcere; così pure Franceschinaditta China da li Crosechieri“, l’attuale contrada dei Gesuiti, ed ambedue ad una multa di cento ducati.

La sera del 5 maggio 1540 nella casa a San Lorenzo di un gentiluomo bolognese, il conte Giulio Serego, veniva perduta dal patrizio Nicolò Dolfin la somma di seicento ducati d’oro vinta da un tale Bastian mercante di panni a Rialto. Quando lo seppero. e fu il giorno appresso, gli Esecutori alla Bestemmia che avevano anche giurisdizione sopra i giuochi d’azzardo, fecero arrestare il Bastian e rinchiuderlo in prigione “fino che haverà ristituida la somma vinta“. La curiosa sentenza non garbò punto al Consiglio dei Dieci che la volle modificata decidendo che la vincita non dovesse essere restituita a sier Nicolò Dolfin, ma fosse data in vece a beneficio “mità a l’hospicio de la Pietà e mità a l’hospedal de li Incurabili“. Così erano puniti vincitore e vinto.

Il nobiluomo Giacomo Longo delle Zattere, nel febbraio del 1589 si univa in società con un suo amico Marco Gobbo il quale aveva una maniera particolare, che tornava tutta a suo vantaggio, di gettare i dadi e di mescolare le carte. Il patrizio dava al Gobbo la sua protezione e i suoi consigli e questi “zirava del continuo, assae volte col patrizio, ziogando avantagiosamente in magazeni et hosterie di questa città“. Denunziato Marco Gobbo ebbe una multa di duecento ducati, ma non potendo pagarla fu condannato a trenta tuffi nell’acqua e a due anni di carcere. Il 7 aprile la sentenza venne eseguita nel bacino di San Marco verso il Molo: due robusti fanti del Consiglio presero il condannato, che aveva le braccia e i piedi legati, e per ben trenta volte lo tuffarono nell’acqua, pio, più morto che vivo, lo chiusero in prigione. Sier Giacomo Longo fu bandito de Venezia per tre anni.

La Repubblica vedendo che le pene non servivano a nulla, pensò di regolare il gioco con legge concedendo nel 1638 a Marco Dandolo il permesso di aprire nel suo palazzo a San Moisè una pubblica casa di gioco, “Il Ridotto” durò quasi un secolo e mezzo; fu chiuso nel 1774 con grande malcontento di nobili e cittadini. La satira allora scriveva: “Tutti sono diventati ipocondriaci; gli ebrei gialli come poponi, i mercanti di merci non vendono più nulla, i venditori di maschere muoiono di fame, e a certi nobili barnabotti, avvezzi a mischiar le carte dieci ore al giorno, si sono aggrinzate le mani; assolutamente i vizi sono necessari alla civiltà di uno stato“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 4 luglio 1928

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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