Il carnevale nel Settecento

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Giandomenico Tiepolo, Maschere del carnevale di Venezia con Pantalone Affresco Villa Valmarana Vicenza

Il carnevale nel Settecento

Celebre, e a ragione, era la giocondità del carnevale veneziano specialmente nell’ultimo secolo della Repubblica: era quello il tempo delle follie, e tutte le follie divenivano perdonabili; maschere di tutte le forme, di tutte le fogge, purché non ad insulto della religione e dei governi; grida, urli, suoni frammisti a discorsi di loquaci avvocati, a motti e frizzi, ad arguzie; saltimbanchi, pulcinelli, marionette, canzoni, banchetti e fra tanto chiasso, fra tanta gioia sfrenata, in mezzo a tanta folla non un insulto ad una maschera, non un furto, non un’offesa.

Il carnevale di Venezia cominciava il 26 dicembre, giorno consacrato a San Stefano e la licenza di portare la maschera era concessa dal governo per mezzo di uno dei suoi “comandadori“, il quale compariva verso il vespero sulla piazza di San Marco, grottescamente travestito, tra le grida e gli urli del popolo in festa. E allora si travestivano tutti, vecchi e giovani, patrizi e plebei, ricchi e poveri. Non soltanto le nobildonne, ma le stesse mogli dei bottegai e le cortigiane apparivano “mascherate con abiti, merli, bordi che valevano centinaia di ducati, e tutte sembravano dame di primo rango“. Molte madri in maschera portavano i loro bimbi in collo, molte fantesche uscivano per la spesa col volto finto, molti accattoni in tabarro e bauta stendevano la mano, oppure con il vestito a brandelli, chiamato “del bernardone“, fingevano infermità, sorretti dalle grucce.

Erano giorni di ebrezza e di follia, scriveva alla metà del secolo decimottavo un viaggiatore francese il Saint-Didier, il quale aggiungeva che i Veneziani, anche i più dignitosi, sembra acquistassero un’anima nuova col cambiar dell’abito.

Sebbene l’allegria si facesse sentire più intensamente a San Marco pure si diffondeva spensierata e vivace per tutta la città e nel carnevale del 1783 una compagnia di centoventi giovani patrizi innalzava un anfiteatro nel Campo San Polo e dava uno spettacolo magnifico ad imitazione del giovedì “gnoccolaro” di Verona. A Santa Margarita, a San Giobbe, a Rialto, in quella stesso anno si faceva la caccia dei tori; in campo a Santa Maria Formosa giostre, tornei e finte battaglie; ai Santi Apostoli musiche e danze, a San trovaso giochi, marionette e lotte fra Nicolotti.

Venezia era tutta una festa e nella seconda metà del Settecento per non offuscare l’allegria, la gioia e la giocondità carnevalesca si sospendevano anche le esecuzioni capitali fra le due colonne del molo: eccezion fu fatta negli ultimi anni per Veneranda Porta di Sacile col suo amante Stefano Fantini di Udine per aver ucciso, squartato “e gettato nei pozzi e canali di Venezia i pezzi di Francesco Centenari, marito di detta Veneranda“. Tale fu l’orrore di questo che il Consiglio dei Dieci, non badando al carnevale, ordinò che il 12 gennaio 1781 venisse eseguita la sentenza di mattina presto tra le due Colonne e i due cadaveri fossero subito sepolti nel breve cimitero dei giustiziati di San Francesco della Vigna.

La rocca forte del carnevale era a San Marco: passavano a centinaia le maschere schiamazzando e gettando confetti, e la folla ridente, chiassosa, entusiasta ai apriva per lasciar passare le comitive mascherate da ninfe e da pastori, da diavoli che empivano l’aria di altissimi strilli, da cocchieri che facevano rumorosamente schioccare le fruste, da finte donne del volgo con bambole in braccio, da furlani con ceste di ciambelle, da assassini da strada, da buranelli con canestri di pesce che erano poi di zucchero e di pasta frolla.

Nel 1791 apparve per la prima volta la famosa compagnia mascherata dei Chioggiotti, lussuosa e ricca, prodiga di musica e di canzoni pescherecce, ma la maschera del Chioggiotto, che infiora di saporite arguzie i suoi discorsi, con la curiosa cantilena di quel dialetto, esisteva molto prima poiché la si vede ritratta in un fresco di Giambattista Tiepolo del 1797 nella villa Valmarana a Vicenza.

Al carnevale della strada corrispondeva quello dei palazzi: feste, balli, rappresentazioni e banchetti sontuosi; i quattordici teatri veneziani erano tutti aperti e negli spettacoli musicali si sfoggiava uno sfarzoso e complicato allestimento scenico; i caffè, le osterie, le malvasie sempre affollate; chiasso e baccanale dappertutto. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 21 gennaio 1932.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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