La vendita di Conegliano

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Porta del Monticano - Conegliano

La vendita di Conegliano

Fin dall’aprile del 1509 l’esercito veneziano combatteva contro i collegati di Cambrai (Francia, Spagna, Impero tedesco, ducato di Milano e lo Stato Pontificio, tutti collegati contro Venezia) e dopo sei anni di guerra le finanze della repubblica erano in pessimo stato. Il 2 agosto 1515 si radunò il Consiglio dei Dieci con la Zonta, per trovar danari et per tratar de vender Conjean. Messer Alvise Pisani del Banco offerse ducati venticinquemila, e vi concorse anche sier Tadio Contarini, ma per una somma minore mentre i Coresi, ricchi mercanti genovesi stabiliti da qualche anno a Venezia, offrivano quasi trentamila ducati.

Il Consiglio non prese nessuna deliberazione; ma la notizia della proposta di vendita, ben presto conosciuta, diede motivo a parecchi patrizi, tra i quali Marchetto Corner il procuratore, di andare a Conegliano per veder il castello, il bosco, i campi e per informarsi delle sue rendite. Messer Marchetto, uomo pratico, si fece accompagnare dall’architetto Bartolomeo Bon, proto all’ufficio del Sale, e con lui fece perizie e calcoli, concludendo che la terra valeva più di trentamila ducati, tanto che lui ne offriva trentatremila.

Intanto la popolazione di Conegliano, da quell’insolito concorso di patrizi, seppe subito del disegno di vendita e il 10 agosto “veneno in Collegio tre ambassadori di la Comunità di Conejan, dove è podestà sier Antonio Viario, et ebeno audentia col dose et con li Cai di Diese“.

Parlò il più vecchio dei tre, sier Zuane Vistoso, e disse a none della Comunità “di non vendar la terra, suplicando la Signoria non vogli alienarli, ma tenerli da boni et fedeli suditi, et si la Signoria vol metar qual taia li par, lori è contentissimi pagarla pur di restar sudditi di la Serenissima“.

Ed i tre ambasciatori si gettarono ai piedi del doge, Leonardo Loredan, ripetendo: Volemo morir sotto san Marco!. Il doge e la Signoria commossi, promisero che Conegliano non sarebbe venduto “et cussì fu, et Conejan mandò a la Signoria trentamila ducati per sette anni“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 20 gennaio 1926

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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