Il “castelletto” di San Matteo a Rialto, nel Sestiere di San Polo

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Il castelletto di San Matteo a Rialto, nel Sestiere di San Polo

Il “castelletto” di San Matteo a Rialto, nel Sestiere di San Polo

SAN MATTEO (Calle di) a Rialto. Fino dal 1358 troviamo nel libro Novella una legge ove è detto: Meretrices reducantur in unum locum. Crede il Gallicciolli, che da prima venissero confinate a San Matteo in un locale chiamato il Castelletto e veramente il Caroldo, sotto l’anno 1372, nomina una Cattaruzza meretrice nel Castelletto che era luoco in Rialto deputato a peccatrici. Solamente nel 1400 si provvide perchè fosse destinato alle medesime il quartiere denominato Carampane, provvedimento che si attuò compiutamente nel 1421. Carampane è vocabolo proveniente da Cà (casa) e Rampani, cognome di antica famiglia patrizia, che colà possedeva degli stabili.

Installate che vi furono le meretrici, si pose, come scrive il Doglioni, al governo di queste tali una matrona, la quale, tenendo cassa del danaro che da quella tal opera loro si acquistavano, divideva ogni mese per rata il guadagno a tanto per testa, procedendo con ordine sino in questa materia sordida, acciocché si levasse l’occasione del mal fare alla gente. Si comandò inoltre che il circondario di Carampane dovesse star chiuso nelle principali solennità, come di Natale e di Pasqua.

Troviamo che le meretrici vi abitavano anche nel 1484, ma subito dopo tornarono a San Matteo, leggendosi nel Sabellico (che scrisse il suo opuscolo De Situ Urbis nel 1485, circa, e non nel 1492, come fin qui venne affermato): Carampanum vicum unde nuper sublatum lupanar, e queste altre: publicum lupanar in quo vetustum Matthaei fanum. Anzi occuparono nuovamente il Castelletto, poiché Priamo Malipiero notificò nel 1537 di possedere in S. Matio de Rialto parte d’uno stabele chiamato el Casteleto, pel quale dovevano pagare una quota tutte le meretrici abitanti nell’isola.

Fino da quel tempo però, ed anche prima, troviamo che esse erano sparse in vari punti della città. Ad onta che molte di tali donne si trovassero un tempo in Venezia, vi infieriva il vizio della sodomia, laonde si dovette non solo tollerare, ma prescrivere, come accenneremo anche altrove, che esse stessero sulle porte ed alle finestre lascivamente scoperte, mentre una lucerna illuminava di sera il curioso spettacolo. Che se tanto si prescriveva perchè gli uomini, allettati ad un vizio minore, da un maggiore venissero distolti, severissime leggi, fatte in diversi tempi, e che si possono dire epilogate nel decreto 13 agosto 1644, raffrenavano le prostitute.

Non potevano esse aver casa sopra il Canal Grande, né pagar più di ducati 100 di affitto; non andare per Canal Grande all’ora del corso, e vagar per la città in barca a due remi; non entrare in chiesa nelle solennità, perdoni, od altri concorsi di devozione; non portare il faziol bianco da fia (manto, od accappatoio da donzella); non ornarsi di oro, gioie, e perle buone o false ecc.. Erano escluse finalmente (e tale sorte avevano ancora i ruffiani) dal far testimonianza nei processi criminali, e non venivano ascoltate qualora avessero domandato in giudizio il pagamento pei servigi prestati.

La chiesa parrocchiale di San Matteo Apostolo sorse nel 1156 sopra un fondo donato da Leonardo Coronario al patriarca di Grado, ragione per cui venne a dipendere dalla mensa Gradense. Nel 1436 la confraternita dei Macellai ottenne dal pontefice Eugenio IV il juspatronato della medesima, ed il diritto di eleggerne i pievani.

Questa chiesa ebbe un restauro nel 1615, e nel 1735 fu del tutto rifabbricata. Compiuta, si consacrava nel 1743. Si chiuse nel 1807, e poscia si demolì cangiandosi in privata abitazione. (1)

(1) GIUSEPPE TASSINI. Curiosità Veneziane ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia. (VENEZIA, Tipografia Grimaldo. 1872).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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