Le farmacie conventuali

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Convento di San Francesco della Vigna. Sestiere di Castello

Le farmacie conventuali

Da parecchie incisioni del secolo decimottavo, da un quadro di Pietro Longhi nella nostra Accademia, da qualche stampa delle commedie di Carlo Goldoni edite dallo Zatta si rileva che le botteghe dei farmacisti veneziani erano arredate con mobili eleganti, con bellissimi vasi di ceramica dai caratteri gotici e con le artistiche insegne per lo più scolpite in legno a rilievo, laccate dorate dipinte e intarsiate a colori. Le farmacie vendevano medicine, acque e sciroppi e nel Settecento anche tabacco, e la satira diceva “poche erbe e secchi frutti a peso d’oro“, ma il padre Sebastiano Stefani, carmelitano, in un suo libretto intitolato “Il faro della fede” narra che le farmacie erano ridotti o ritrovi di sfaccendati, patrizi e cittadini, ed era famosa la spezieria del Mariani in Piazza San Marco “sempre ripiena di soggetti cospicui e per lettere e per nobiltà“, quella a San Bartolomeo del Centenari dove non disdegnava di farsi cedere lo stesso doge Alvise Mocenigo, l’altra a San Salvadore all’insegna dell’Aquila d’Oro nella cui retrobottega si giocava a bassetta e a faraone, e quella del Minerva, e quella del Morion a Santa Ternita, cenacolo di permanenza di artisti, filosofi e preti.

Meno eleganti, più serie forse e temute concorrenti erano invece le farmacie conventuali, alcune delle quali potevano liberamente vendere al pubblico le loro medicine poiché l’eccellentissimo Magistrato della Sanità aveva loro accordato tale privilegio fin dalla seconda metà del Seicento.

Queste farmacie, racconta un codice Gradenigo, conservato nel Museo Correr, erano quelle dei conventi di San Giorgio Maggiore, di San Zanipolo, di Santa Giustina, della Croce alla Giudecca, di Santa Maria dei Frari, di San Francesco della Vigna, degli Scalzi e di San Giobbe.

Alcune farmacie conventuali godevano buona fama per certe specialità medicinali che vendevano dapprima con l’autorizzazione dei Signori Giustizieri Vecchi e dopo il 30 settembre 1700 con quella del Magistrato della Sanità.

Il famoso “aceto dei quattro ladri“, rimedio infallibile come cura preventiva contro la peste, era con alcune modifiche una specialità che si preparava e vendeva nella farmacia dei padri Francescani della Vigna e tanta era la gente che accorreva a comperare la portentosa medicina che nel 1711 si dovette costruire un andito o corridoio dietro le scuole di Gesù e di San Francesco, demolite nel 1810, “affinché le persone secolari, senza disturbo, de li Religiosi potessero avere libero il passo alla specieria“.

La farmacia del convento di San Francesco della Vigna era la più vecchia farmacia conventuale poiché si hanno documenti che esistevano prima del 1650 e si sa che dieci ani dopo era diretta da un certo frate laico Bernardino di Venezia “infermiere et speziale assai benemerito per provvedimenti notevolissimi procacciati alla chiesa, al convento et alla spezieria della quale ebbe la direzione fino alla sua morte venuta nel 1688“.

Altra buona farmacia era quella dei padri Carmelitani Scalzi di San Geremia i quali fabbricavano e vendevano una loro invenzione, il famoso Spirito di Melissa, che fabbricano e vendono tuttora, privilegio che ottennero con il decreto sanitario 7 agosto 1754 “et la qual melissa faceva bene per li nervi, mal al capo, deliqui, scosse nervose, dolori allo stomaco et ambascie d’animo“.

Ma tra le farmacie conventuali qualcuna, per ingordigia di denaro, tentava clandestinamente la fabbricazione di medicinali che erano sotto la diretta e rigorosa sorveglianza del Magistrato della Sanità come la triaca, e ben lo seppero i padri del convento di San Zanipolo che nel 1687 per tale falsa fabbricazione ebbero “oltre alle gravi pene anche il sequestro di varie zare (giare) di questo accennato composto“. E tale sorte accadde più tardi al monastero di San Giorgio Maggiore che fabbricava segretamente “l’olio di santa Giustina“, privilegio dei padri di Santa Giustina di Padova; esso si otteneva con una lunga macerazione di molte erbe nell’olio di oliva e si dava ai bambini affetti da vermi, tanto per bocca quanto per frizioni. I padri padovani protestarono e il Magistrato della Sanità condannò il convento di San Giorgio ad una grossa multa sequestrandogli anche centodieci bottiglie dell’olio fabbricato.

Tali condanne fecero rumore a Venezia e i farmacisti della città ebbero tutto l’interesse di ampliarle e diffonderle, ma la concorrenza delle farmacie conventuali fu sempre attiva, e solo all’epoca delle soppressioni degli ordini religiose nel 1805, le farmacie cittadine rimasero sole padrone del campo. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 27 agosto 1931.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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