La leggenda della testa di vecchia di Corte del Teatro, a San Luca, nel Sestiere di San Marco

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Corte del Teatro. Sestiere di San Marco

La leggenda della testa di vecchia di Corte del Teatro, a San Luca, nel Sestiere di San Marco

Merita uno sguardo quella testina di marmo, rappresentante una donna in vecchia età, che, unitamente agli stemmi dei Bembo e dei Moro fra essi congiunti, nonché allo stemma della Confraternita di San Rocco, si scorge sopra una muraglia in Corte del Teatro a San Luca. Se il buio dei tempi non ci permette di sapere chi raffiguri quella testa, possiamo dedurre che essa fosse fatta collocare ove esiste dalla famiglia Querini.

Infatti i Querini anche nel secolo XIV possedevano vari stabilimenti contermini a quello che si parla, e quando esso nel 1387, 8 novembre, fu dato in possesso dai Giudici dell’Esaminador a donna Chiara di ser Dionisio de Rebusatis, merciaio a San Salvador, non si omise di dire nel relativo istrumento, rogato dal notaio pre’ Bartolammeo dei Ricovrati, esservi sopra il muro una testa d. petra a d.na que debet removeri q.m placuerit d.no Bertucio Querino. Ciò si ripete nell’altro istrumento 25 giugno 1388, con quale Cattaruzza, moglie di Nicolò Paruta da Santa Croce, di consenso del proprio marito, alienò a Lucia da Lago relit. del nob. Nicolò Dandolo, lo stesso stabile medesimo. Esso nel secolo XVI era dei Bembo, e da Domenico Bembo q. Tommaso venne lasciato, con altre facoltà, nel 1545 alla sorella Lucia, vedova d’Antonio Moro, che, morendo il 1° marzo 1546, lo lasciava ai figli Giacomo, Tommaso, e Nicolò Moro, dall’ultimo dei quali, rimasto superstite ai fratelli, passava in commissaria, per virtù del testamento marzo 1552, e codicillo 17 maggio successivo (atti d’Antonio Marsilio), all’arciconfraternita di San Rocco.

Non è improbabile poi aver avuto origine dalla testina l’insegna della Vecchia, che porta da secoli la farmacia in Campo di San Luca, poiché il casamento ove è situata arriva fino alla Corte del Teatro e per di dietro ha un uscio sottoposto precisamente alla testina.

Una vecchia donna della Parrocchia di San Paterniano, di avaro temperamento, tutto ciò che ricavava dal suo lavoro, o altra industria nascondeva e cuciva tra le fodere di un vecchio ed inutile tabarro, il quale tra le straccie teneva nella parte più dimenticata della soffitta della propria casa; così celando al suo discolo quanto pietoso figlio tanto denaro. Un giorno nella più rigida stagione d’inverno, mosso egli da fervida compassione di un ignoto e nudo povero interricito su la strada dal freddo, si risolse di donare a lui il tabarro stesso, credendo non aver bisogno di implorare permissione alla Madre per un mantello sì stracciato.

La settimana seguente occorrendo alla genitrice di aumentare il deposito e non ritrovandolo, essa interrogò finalmente il figlio se ne sapeva dar notizia, palesandogli, per ultimo quanto oro vi era cucito, onde lasciarlo in tempo di sua morte in di Lui eredità. Penetrato il giovine da tale impensata informazione, si diede tutto l’impegno di rintracciare il mendico: ma non sortiva nell’impegno. Si risolse allora di vestirsi a modo di uomo stolto, inginocchiato sugli scalini del Ponte di Rialto, cioè dove ogni momento concorre l’affluenza degli uomini che girano la città.

Finché non vide il povero e chiamatolo a sè con animo lieto gli disse: fratello, sono così colpito dalla tua condizione, che penso di cambiare con il tuo il mio tabarro, che potrà coprirti meglio di questo, vecchio e sdrucito. Non fu difficile convincere il bisognoso forestiero, sorpreso dalla umanità del pio veneziano, e ringraziatolo con mille benedizioni, prese il dono e se ne andò con la buona ventura. Allora, senza perdere tempo, il figlio ritornò alla madre e, con reciproca soddisfazione ripristinarono a loro buon pro l’opulente borsa.

Così continua il misterioso simbolo a rammentare il fatto: stante che con il mezzo del soldo si fondò florido negozio di accreditata farmacopea, contraddistinta da un significante intaglio, che presenta la vecchia sedente con la rocca, ed il fuso, ai cui piedi sta il fanciullo torcendo il filo con il mezzo di un naspo. Il fanciullo stesso si chiama Vincenzo Quadrio, spizier all’ “Insegna della Vecchia“.

Lasciando da parte quanto vi può essere d’inverosimile e di favoloso in questo racconto, egli è certo che il protagonista del medesimo viveva a Venezia nel secolo XVI, poiché, scorrendo alcuni testamenti del nostro Archivio, trovammo quello di Ambrogio q. Antonio Maria di Vincenti, nella parrocchia di San Luca, ove figura, come uno dei commissari, Vincenzo Quadrio spicier all’insegna della Vecchia.

E’ debito poi di contare che, se da principio, come vuole il Gradenigo, si scorgeva nell’insegna la Vecchia filante, col fanciullo ai piedi contorcente il filo ad un naspo, vi rimase, col progresso del tempo, la Vecchia soltanto, alla quale nel nostro secolo s’aggiunse il Cedro Imperiale, insegna d’altra farmacia, allora soppressa, e con quella della Vecchia concentrata. (1)

(2) GIUSEPPE TASSINI. Curiosità Veneziane ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia. (VENEZIA, Tipografia Grimaldo. 1872).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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