Scaldini e foghere nel Settecento, a Venezia

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Molmenti Pompeo, Scaldini veneziani della collezione Tivan da http://velasquez.sns.it/dedalo

Scaldini e foghere nel Settecento, a Venezia

Nel Settecento, come si può ben immaginare, non esistevano ancora i moderni termosifoni né le metalliche stufe all’americana per riscaldare le case nei mesi invernali.

Nei grandi palazzi veneziani, se non c’erano feste, le sale maestose e le ampie stanze venivano nella stagione fredda abbandonate e, nelle consuetudini quotidiane, i patrizi si ritiravano nei moderni mezzanini a conversare e a giocare, e le vecchie gentildonne avevano il loro scaldino sebbene nella stanzetta ci fosse il caminetto che riscaldava male e consumava molta legna, e a cui soltanto ricorrevano le giovani per intiepidire le mani. Lo scaldino veneziano nel Settecento era molto spesso una piccola opera d’arte; ornato di rilievi, disegni, ricami a filigrana, minuscole scene campestri, e qualche volta abbellito dall’effigie degli uomini allora in voga, “eleganza, dice il Molmenti, che i nuovi tempi hanno dimenticato del tutto“. Ce n’erano anche di metallo, specialmente di rame, ma si preferivano quasi sempre quelli di argilla con la vivacità dei loro colori, delle vernici e degli smalti che davano un maggiore e più gradito risalto alla varietà dei disegni e delle forme.

Nel 1743 le fornaci dei Briati e dei Bertolini nell’isola di Murano erano celebri per la eleganza delle loro ceramiche che nobilitava pure gli umili oggetti di maiolica e di argilla tra cui “foghere” e scaldini e il popolo ricorreva ad esse per l’acquisto del tradizionale regalo alla fidanzata nelle prime sere del novembre: lo scaldino per le veglie d’amore. Nelle fredde serate, nelle cucine appena illuminate dalla scialba lucernetta, avveniva sovente, narra il Baffo, un breve dialogo tra baci e scherzi tra i due innamorati seduti accanto. Egli scriveva: “Le man go frede, solo el cuor xe in fogo – lassime sul scaldin un po’ de logo“, mentre lei ridendo ammoniva: “Metile pur, qua no se paga bessi – ma quieto co ‘le man, no far manessi“.

Il caffè Menegazzo in Merceria a San Giuliano aveva inaugurato nel 1750 una “bella foghera sempre piena de bronze (brace) vive” ed era assai frequentato d’inverno per la sua tiepida temperatura quasi primaverile, tanto che fu il caffè prescelto dal patrizio Daniele Farsetti e da altri nobili, tra i quali i fratelli Gozzi, per la sede della loro famosa accademia dei “Granelleschi“, accademia dapprima burlona e beffarda di cui era stato proclamato presidente un tale Giuseppe Sacchellari, prete di Castello alquanto scemo, ma che aveva la pretensione di esser nato poeta.

Negli inverni più rigidi, verso la fine del Settecento, le nobildonne più vecchie non disdegnavano di andare in gondola o in chiesa col loro scaldino, ma esso non fu quasi mai causa di disgrazie, come spesso accade invece nei nostri giorni. Una sola volta avvenne che la vecchia patrizia Paula Grassi di San Samuele, si addormentò il 15 dicembre 1785 con lo scaldino sulle ginocchia ed essendosi questo capovolto durante il sonno, le vesti le preseo fuoco e gli accorsi alle grida della povera martire la trovarono avvolta dalle fiamme. Paula Grassi morì dopo due giorni a venne sepolta nella chiesa di San Samuele.

Il cav. Vittorio Tivan, un entusiasta dell’arte veneziana, ebbe la felice idea di fare una raccolta di scaldini, tutti del Settecento ed è una raccolta leggiadra e graziosa, da cui emana quel profumo di eleganza delle vecchie cose nostre, oggi purtroppo scomparso. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 11 novembre 1927.

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