La giustizia a Venezia; i Babai di San Marco

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Palazzo Ducale. Sala degli Inquisitori di Stato.

La giustizia a Venezia; i Babai di San Marco*

Due magistrature veneziane tra le più importanti, il Consiglio dei Dieci e gli Inquisitori di Stato, furono sempre oggetto di favole paurose e di perfide accuse. La singolarità della costituzione politica, il misterioso aspetto della città con le sue calli oscure e i suoi canali tenebrosi, il segreto da cui erano circondate specialmente le due suddette magistrature suggerirono a romanzieri e poeti e alla storia stessa ignorantemente o maliziosamente scritta le più strane fantasie lugubri e atroci.

Fu detto che gli Inquisitori giudicavano senza processo, sopra semplici denunzie anonime, e che, ordinavano di strozzare in carcere, o di affogare nel famoso canale dei “Marani” le innocenti vittime della spietata tirannide oligarchica. E’ falso! falso come tutto ciò che si è scritto contro la Repubblica all’epoca della sua caduta; gli Inquisitori facevano sempre regolare processo, udivano testimoni e difese, presentavano nel Maggior Consiglio le loro sentenza e non tenevano conto delle accuse anonime.

Il Sanudo narra nei suoi Diari che il 5 ottobre 1507, fu trovata in una “bocca di leone” del Palazzo Ducale una lettera anonima nella quale si accusavano tre patrizie, Lucia Soranzo, Marina Emo, e Adriana Cappello di mandare in rovina le famiglie col loro lusso sfrenato, proibito dalla legge. La lettera, afferma il Sanudo, non fu letta! “pubblice, per la leze non vuol si leza letere senza sotoscrition“.

Il mistero e la segretezza scrupolosamente mantenute erano l’anima di quel tribunale, ed era ciò che rendeva cotanto temuta la suprema magistratura punitrice, ma la sala destinatale nel Palazzo Ducale, anziché tappezzata a nere e rischiarata anche di pieno giorno da grani torce gialle, tante volte descritta nei romanzi di tenebrose avventure veneziane, aveva invece le pareti coperte di cuoio con scintillanti rosoni d’oro, il soffitto una festa di colori, superbamente dipinto da Jacopo Tintoretto, ed era allietata dal sole che entrava dalle due ampie finestre che danno sul vasto cortile del Palazzo.

Gli Inquisitori di Stato erano tre: due scelti dal Consiglio dei Dieci e si chiamavano “i neri“, il terzo proveniva dai Consiglieri del Doge e si diceva il “rosso” dal colore delle toghe nella loro carica precedente a quella inquisitoriale e che continuavano a portare nel nuovo importantissimo ufficio. Quasi mai l’imputato vedeva la faccia dei suoi giudici, i quali comunicavano soltanto per mezzo di un segretario che sentiva le discolpe, riceveva le suppliche, interrogava i testimoni, preparava e formava il processo, annunziava la sentenza.

Il Tribunale aveva alle sue dirette dipendenze “un fante“, educato secondo i riti del tribunale stesso, misterioso e solenne: citava le persone a comparire, intimava verbalmente i supremi decreti, portava ai luoghi di pena i delinquenti, faceva eseguire le sentenze di morte qualche volta coadiuvato da Missier grande, da numerosi fanti e perfino dalla forza militare che il tribunale doveva richiedere al Savio della Scrittura, cioè al Ministero della Guerra.

Questa misteriosa magistratura, specialmente nei due ultimi secoli della Repubblica, era il terrore dei patrizi che conteneva nei limiti dell’onesto e delle istituzioni, impediva qualsiasi violenza a una depravata minoranza di nobili insofferente di legittimo freno. Il popolo invece, che vedeva in essa una difesa e una protezione contro le prepotenze nobiliari, amava la severità del famoso tribunale inquisitoriale, pur chiamando, per antonomasia, i tre giudici “li babai di san Marco“, i diavoli di san Marco, poiché nel loro segreto nulla sfuggiva, nulla passava inosservato, “a sostenimento dello Stato e della pubblica libertà, e disciplina e moderazione dell’ordine patrizio“.

Circondata da un ampio e ameno giardino, era la villa Albrizzi alle Grazie sul Terraglio, costruita dall’architetto trevigiano, Andrea Pagnossin, dove negli ultimi anni della Repubblica trascorse molte ore serene Isabella Teotochi Albrizzi. La Isabella maritata col patrizio Antonio Marin di San Salvatore, d’aspetto non attraente e rozzo di modi, ottenuto il divorzio nel 1792, passò un anno dopo a nuove nozze col gentiluomo Giuseppe Albrizzi.

Nella villa si raccoglievano spesso, patrizi, e nobildonne e qualche ragguardevole forestiero fra cui una dama inglese discendente dal duca di Marlborough, che più volte aveva pregato la Isabella di farle vedere un Inquisitore di Stato, vogliosa di provare un po’ di spavento dinanzi alla lugubre figura. Una sera un patrizio dalla toga rossa allietava la compagnia con la sua giovialità, prontezza d’ingegno, acutezza di spirito, amabilità di modi tanto che la dama inglese entusiasta pendeva dal suo labbro, e ne fece gli elogi alla padrona di casa. Ridendo Isabella le disse: “Ecco un Inquisitore di Stato … ve piase?“. Era suo marito, Giuseppe Albrizzi, un inquisitore rosso, il più severo fra “i tre babai di san Marco“. (1)

* Babai, si diceva per antonomasia nei tempi Veneti agli Inquisitori di Stato, così chiamati famigliarmente dal Babao, che fa paura ai fanciulli, e dal terrore che inspirava il loro tribunale. Giuseppe Boerio. Dizionario del Dialetto Veneziano.

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 13 luglio 1933.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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