Pili, bandiere e leoni di San Marco

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Manifattura Veneta sec. XVII. Stendardo in seta rossa e oro, con stemma del Doge Domenico Contarini. Museo Correr

Pili, bandiere e leoni di San Marco

Le prime notizie che si hanno sui vessilli di Piazza San Marco risalgono al 1376 poiché in quell’anno, il 15 di gennaio, il libro “Notatorio” dell’Eccellentissimo Collegio, conservato nel nostro Archivio di Stato, ricorda come venisse deliberato di rifare “pro honore tocius patrie” le bandiere che sventolavano nelle feste solenni a San Marco e si stabiliva che si facessero quanto più belle fosse possibile, “tantum pulcra quantum fieri possunt et de optimo cendalo torto“.

Il “cendalo” chiamato anche “zendalo” si fabbricava a Venezia prima del 1240 ed era una stoffa di lana e di seta coi fili ritorti per maggiore resistenza, stoffa di cui andava famosa l’industria veneziana specialmente nel paese d’Oriente.

Allora le antenne dei gonfaloni, dinanzi alla chiesa di San Marco, erano infissi su semplici pili di legno come appare dal quadro di Gentile BelliniLa processione“, ma essendo nei primi anni del cinquecento Procuratori sopra la chiesa, Paolo Barbo, Antonio Morosini e Nicolò Trevisan, questi pensarono con l’accordo del Senato, di sostituire ai tre pili di legno altrettanti di bronzo e ne affidarono il lavoro ad Alessandro Leopardi, celebre architetto, fonditore, scultore e maestro di zecca.

Difatti sier Girolamo Priuli nel suo Diario scriveva in data 15 agosto 1505: “Il giorno della festa della Assunzione di nostra Dona in ciello fu discoperto uno pilastro de bronzo in piaza de san Marco allora compido. Li pilastri saranno tre e sopra se deve ponere alchuni stendardi che antiquamente se ponevano sopra pilastri di legno il giorno dele feste solenni, tamen (tuttavia) alhora fu deliberato et ben facto per honore dela piaza che se dovessero far de bronzo, et essendo compido fu discoperto quello de mezo cum tre medaglie de la testa del principe cum lettere d’intorno, Leonardus Lauredano Dux, tutte de bronzo dorate et per tuti hera pronostichato che morto il principe se dovesse chavare tute quelle imagini sue per non essere conveniente ad una Repubblica“.

Un mese prima, rifacendosi le bandiere, si era dato incarico di dipingerle a Lazzaro Bastiani, il primo maestro di Vittore Carpaccio, e a Benedetto Diana i quali per seicento trenta ducati s’impegnarono non solo di dipingerle “a perfection ultima” ma anche a dorare “li pomi over le croxe” che dovevano porsi alle estremità delle antenne. “El cendado cusido per dicti tre stendardi havia ad esser per cadaun de logeza braza dieseocto et largo tele tredese“.

Ma nel 1597 le bandiere di San Marco raggiunsero e mantennero sempre, il loro più alto splendore quando il Senato decise la loro rinnovazione perchè ridotte “per vecchiezza di molti anni in termine tale che non possono più senza indignità publica servire nelle solennità alle quali sono dedicate” e deliberava di farle tutte di seta cremisi “con l’ordinamento torto a quattro fili, con franze, passamani et recami d’oro” spendendo la bella somma di circa ducati duemilatrecentocinquanta.

Le bandiere, dopo il trecento, erano rosse col Leone di San Marco andante d’oro, nimbato e alato, con le zampe anteriori poggianti sulla terra, le posteriori nell’acqua per denotare i domini di terra e di mare della Serenissima.

In alcune bandiere la zampa destra del Leone sosteneva un libro aperto che recava le parole “Pax tibi Marce Evangelista meus“, in altre il libro era chiuso, ma la tradizione popolare che il libro aperto volesse indicare la pace e quello chiuso la guerra, come le porte del famoso tempio di Giano, è falsa, poiché si hanno leoni in pace col libro chiuso e in guerra col libro aperto. Le bandiere terminavano tagliate in modo da formare per solito sei code e su queste e tutto intorno al campo vi erano fregi d’oro e piccole immagini, ma qualche volta le code erano cinque o anche quattro soltanto.

Cinque code aveva la bandiera del penultimo Bucintoro costruito nel 1728 e il Leone posava le zampe anteriori sopra una breve lingua di terra con un piccolo monte sul quale sorgeva una croce e sul libro aperto si leggeva: “In hoc signo vinces” riferentesi alla croce.

I colori speciali dello Stato di San Marco furono sempre l’azzurro e il giallo, l’azzurro del suo mare che annualmente sposava e l’oro del suo glorioso Leone, alato e nimbato. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 25 luglio 1930.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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