L’ultimo giorno di carnevale dell’anno 1530

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Cortile di Palazzo Ducale

L’ultimo giorno di carnevale dell’anno 1530

Nel 1530 l’ultimo giorno di carnevale cadeva proprio come quest’anno, il primo di marzo, Venezia, uscita quasi dalla fredda stagione invernale, si riversava sulle strade: “il sole era tiepido, a San Bortolomio era la cazza dei tori a San Luca el ballo di le furlane a San’Anzolo li compagni de la Calza con canti et soni in cadauno luogo maschere et maschere“. Il doge Andrea Gritti pensò anch’egli di festeggiare quella fine di carnevale e infatti nel pomeriggio di quel giorno il Palazzo Ducale era tutto un lieto convegno di gentildonne e di patrizi, i giovani in maschera, i vecchi in toga e le dame, nonostante il decreto uscito proprio in quei giorni dei Provveditori alle Pompein circa al vestir de le done” erano splendide di gioielli, di sete, di panni d’oro. Principiò la festa nel cortile del Palazzo “con una musica di virtuosi con piferi, et balavano batendo alcuni martelli su peltri di rame; poi veneno li tamburi et le maschere cum sparo di fuoghi”. Nell’appartamento del doge si diede il banchetto sontuoso e magnifico e alla fine si cominciò la “momaria“, una rappresentazione ridicola il cui nome veniva da Momo, il dio pagano delle burle.

Nell’azione scherzosa erano principali attori quattro giovani patrizi: Zuane Donà, Alvise Dandolo, Domenico Priuli e Piero Loredan. Alvise Dandolo ad un certo momento propose ai compari, mascherati burlevolmente, un quesito: “Qual cosa era mior (migliore), esser inamoradi in una donzela, in una maridada, o in una vedova“.

Rispose Piero Loredan: “La donzela me dise poco, l’è el fuogo sacro, una favilla basta a impiarlo (accenderlo) et un po’ de cenere a destuarlo (spegnerlo) , et po’ ghe el pare, la mare, i fradeli, li nonni, li barbi (gli zii) e tutto el santo parentado a guardia de quel fogo. No me va!“. Sier Donà rispose: “La maridada no val, l’è rischio de bote et de gran dolori et se tase el mario, parla li ducati per farlo contento e bon“. E sier Domenico Priuli, il più matto fra tutti: “La vedoa è compia! L’ha fato scola, se pol chieti laorar su la parola, no ghe nissun che cria, l’è strada averta, soto se va e se vien di la coverta!“, e fatto ardito dagli applausi, buttò un bacio alla bella vedova Marieta Bragadin che stava tra un gruppo allegro di giovani patrizie.

A mezzanotte finiva la festa ducale ma per le strade continuava rumorosa la baldoria carnevalesca, e narra il Sanudo che tra i fiumi del vino e la pazza allegria “fo ferito da maschere per zelosia de pute sier Domenego Gritti quondam Homobon verso Santa Iustina et morite“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 1 marzo 1927.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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