Il “cason”, una prigione per ogni Sestiere

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Campiello de la Cason - Sestiere di Cannaregio

Il “cason”, una prigione per ogni Sestiere

Una deliberazione del Maggior Consiglio in data 19 marzo 1551 comincia così: “In cadauno sestiere di questa nostra città si ritrova un cason, ovvero carcere, nei quali si pongono i debitori“, ecc. Di questi antichi “cason“, che nelle cronache troviamo qualche volta di genere femminile (la cason) ne conosciamo tre soltanto: quello dei Santi Apostoli, quello di San Giovanni in Bragora e quello presso la Frezzeria a San Marco.

Ai Santi Apostoli il “cason” si alzava nell’attuale Campiello de la Cason, dietro la Chiesa, ed alla Bragora, confinava col Sotoportego del Cason (oggi Calle de Cà Rizzo), mentre quello presso la Frezzaria s’innalzava dove ora si trova il “Bacino Orseolo“, quasi dirimpetto all’osteria del “Salvadego“.

Fra gli ospiti del Cason dei Santi Apostoli si trova nel 1592 un tale Filippo Rota, prete di San Felice, che non voleva sempre ascoltare le confessioni, si rifiutava di dare l’olio santo agli infermi e, come procuratore di capitolo, non si accontentava di tre scudi, ma pretendeva tre ducati per seppellire un morto. Si mormorava inoltre che costui tenesse relazioni con donne di mal affare e difatti fu arrestato in casa di certa Angela, in Calle dei Proverbi ai Santi Apostoli, “femena disonesta e di vita molto licenziosa“.

Nel 1582 Marin Morosini notificava ai Provveditori di Comune di possedere “porcion del locho della Cason” a San Giovanni in Bragora, appigionata al Consiglio dei Dieci. Dai processi della Santa Inquisizione di Venezia appare che in questo carcere venissero rinchiusi gli imputati di eresia, e difatti nel 1548 troviamo alloggiato nel cason alla Bragora Antonio Brucioli, letterato fiorentino, per aver stampato libri dichiarati eretici. Più tardi il Brucioli, per recidiva fu bandito dal territorio della Repubblica e i suoi libri furono bruciati nel cortile interno del Seminario, che stava accanto alla Basilica di San Marco dal lato verso il Rio de la Canonica.

In generale i “casoni” che non contenevano mai delinquenti di fama, ma poveri untorelli del delitto, erano sorvegliato da un solo custode e forse qualche volta neppur questo, facendo solo fidanza nella robustezza dei chiavistelli e nella timidità dei detenuti. Ma qualche volta la troppa fiducia giocava qualche brutto tiro come appunto racconta Girolamo Priuli nei suoi diari manoscritti esistenti alla Marciana.

Il 20 gennaio 1510 stava rinchiuso nella Cason di Frezzeria Alvise Soranzo colpevole di grossi debiti che non poteva pagare. Alcuni giovani patrizi, amici del detenuto e scavezzacolli della sua tempra, vollero liberarlo e rompendo a forza di martello il muro della prigione trassero fuori il debitore insolvente. Al grande rumore fatto accorse la guardia della Piazza, ma i giovani patrizi la fecero fuggire e poi tranquillamente si dispersero con l’amico liberato. Girolamo Piuli non racconta più avanti, ma il Sanudo soggiunge che il Soranzo fu bandito dalla città per tre mesi coi caporioni dell’audace impresa. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 23 giugno 1923.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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