L’eremita di San Stefano, nel Sestiere di San Marco

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Campiello Novo o dei Morti a San Stefano - Sestiere di San Marco

L’eremita di San Stefano, nel Sestiere di San Marco

Alla fine dell’anno di grazia 1490 il capitano di due galere Tommaso Zeno, trovandosi nell’Adriatico, incontrò nelle acque di Ragusa il feroce e temuto corsaro Paolo da Campo di Catania. Il corsaro, d’innanzi alle due galere, tentò di fuggire, ma Zeno che aveva previsto l’intenzione, gli troncò la strada: la lotta fu accanita, ma breve, Paolo da Campo fu fatto prigioniero e fu condotto a Venezia dove, con sentenza 28 gennaio 1491, fu condannato a perpetuo confine nella stessa capitale della Serenissima.

Qui a Venezia il da Campo cambiò divisa, e da corsaro feroce divenne santo eremita, e vestiti panni laceri si dette tutto alle pratiche religiose e per sua dimora scelse il cimitero di Santo Stefano, che stava nell’attuale Campiello Novo, tra la Calle del Pestrin e la Salizada del Traghetto. Dice il Sanudo parlando dell’eremita. “Costui dorme sulle teste di morti, et ha conzato una caxa di dette teste et monti di ossi; va discalzo et senza nulla in capo, mai manza (mangia) de cotto et sempre dise oratione“.

La gente, specialmente le donne, correvano a Santo Stefano a vedere l’eremita e gli regalavano qualche “bagattino” che gli serviva per acquistare un po’ di pane e qualche frutto.

Paolo da Campo ebbe anche fama di predire il futuro, e qualche nobildonna fu vista nelle prime ore del mattino ricorrere a lui per conoscere il proprio destino, e qualche altra per consigli d’amore nei quali si diceva provetto il temuto corsaro penitente.

Confinante quasi con cimitero c’era la contrada di San Samuele, e precisamente la calle che oggi si chiama delle Muneghette, e che allora era abitata da meretrici fra le quali c’era una tal Orsolina da Campalto, la più matta fra tutte quelle matte della “dicta calle stricta“. Orsolina si mise in testa di voler sedurre l’eremita ed un bel giorno verso il vespero gli comparve d’innanzi mezza nuda, ed ora mostrandogli una coscia, ed ora una poppa, si mise a ballare la “moresca” seguita dalle compagne e da una grande quantità di putti che facevano un baccano infernale. Accorsero i birri e la povera Orsolina, per quelle poco oneste tentazioni, fu condannata alla pena di lire “diexe et scuriate venticinque“.

Alcuni autori, tutti però di età successiva a quella in cui visse Paolo da Campo, scrissero che egli morì da santo e fu sepolto nella chiesa di San Stefano, ed un anonimo del seicento, traendo la notizia da un libriccino “Compendio della Sacra Cintura“, giunse perfino ad affermare che, in detta chiesa, venne appunto ritrovato il suo corpo incorrotto.

Senonché ben diverse notizie ci dà il contemporaneo Sanuto, testimonio di veduta, intorno a Paolo da Campo, poiché egli dopo avere descritta, come abbiamo detto, la vita del penitente, così continua in data 28 settembre 1499: “Or questo (il da Campo) dato a vita sancta, ma meo juditio, maninchonica, tolse licentia di andar su la galla del capitano zeneral; si parte questa notte contra Turchi, et cussì li fo concesso, tamen (tuttavia) il seguito di lui scriverò poi“. Il qual seguito l’illustre diarista compendiò nel 1501 con le seguenti parole, che distruggono tutta la leggenda di questo santo che correva, qualche secolo dopo, intorno al pentito corsaro. Dice il Sanuto: “accidit (accadde) che si partì di Venezia, et in questo mese di luio se intese era passato al Turco, et fo lo spione“.

Spione dei Turchi! Paolo da Campo non aveva cambiato né il pelo, né il vizio. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 12 settembre 1923.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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