Ponte de Cà Giovanelli sul Rio de San Stae o de la Roda

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1926
Ponte de Cà Giovanelli sul Rio de San Stae o de la Roda - Santa Croce

Ponte de Cà Giovanelli sul Rio de San Stae o de la Roda. Campo San Stae – Sotoportego de Cà Giovanelli

Ponte in ferro; struttura in ferro, bande in ferro. Restaurato nell’anno 2004. (1)

E’ un ponte quasi sconosciuto; il Ponte Giovanelli unisce il sottoportico omonimo con il Campo San Stae, e deve il suo nome all’attiguo palazzo Giovanelli, già del Foscarini, ma nel Settecento veniva anche chiamato Ponte dei Tiraoro, dalla scuola “de li Battioro e Tiraoro“, che sorgeva ai suoi piedi, a sinistra della Chiesa di Sant’Eustacchio vulgo San Stae. E’ un piccolo ponte in ferro che attraversa il Rio de San Stae; ponte di poco passaggio, anzi deserto nelle ore notturne, e solo rifugio con il vicino sottoportico alle coppie amorose nelle tranquille notti d’estate.

Palazzo Giovanelli, costruzione classicheggiante del tardo Cinquecento, veniva innalzato dalla famiglia Coccina di Bergamo, fattasi ricca a Rialto con il commercio dei gioielli, passò poi alla famiglia Cavalli, che dopo qualche anno lo vendette a Luca Antonio Giunta, celebre stampatore, il cui figlio Tomaso maritò nel 1625 le sue due uniche figliuole, Lucrezia e Bianca, con i due fratelli, Nicola e Renier Foscarini della contrada di Sant’Agnese. Così il palazzo alla morte di Tomaso Giunta divenne proprietà dei Foscarini, ma nel 1755 fu acquistato dal Giovanelli che tredici anni più tardi, con l’offerta dei soliti centomila ducati, venivano iscritti nel Libro d’Oro del patriziato veneziano, e d’allora il ponte e il sottoportico adiacente abbero il nome dal Giovanelli.

Però il popolo, e qualche cronaca, della primà metà del secolo decimottavo chiamarono il piccolo ponte per qualche tempo dei Tiraoro poiché, come abbiamo accennato, veniva fabbricata ai suoi piedi, sopra un terreno vacuo, attiguo “al famoso tempio di san Stae“, la scuola dei Tira e Battioro, e questo avveniva verso il 1710.

Ma l’arte dei Battioro a Venezia si può far risalire al secolo decimo secondo, poiché nel 1145 in un documento della nostra Biblioteca Marciana, che descrive fra l’altro le vesti e le stoffe che Giberina Memmo recava in dote quando andò sposa a sier Jacopo Polani si fa menzione di due camice “inlistate da collo et da mano de auro batudo fatte con seda et auro“.

L’oro in monete o in oggetti di oreficeria usati, veniva colato e ridotto in verghe, le quali sotto i colpi dati su un’incudine d’acciaio, erano ridotte da venti millimetri a quattro o cinque al più. Ridotta la sottile verga di metallo per renderla più dutile si procedeva alle operazioni successive, lunghe, faticose, meticolose per ricavarne poi quei sottilissimi folgietti d’oro di un millesimo di millimetro, e quei fili più sottili di un capello che servivano i primi per rivestire mosaici, la carta, il legno, il cuoio, il vetro, e molti altri oggetti; i secondi per tessere le stoffe, i drapi, i velluti, le sete.

Fin dal 1512, ricordano le cronache, l’arte dei Tira e Battioro, aveva scuola nella sacrestia e altare nella chiesa di San Lio, ma per certe beghe sorte tra loro e i preti della chiesa, i maestri dell’arte decisero di fabbricare una propria scuola per poter celebrare le “foncioni sacre, fare li Capitoli, conservare li nobili come praticano quasi tutte le arti di questa città“. Trovato il terreno a San Stae, presso la chiesa, misero mano alla fabbrica affidandone la sorveglianza al loro gastaldo Pizin Bassi, e la continuarono togliendo a prestito da tale Vido de Lucaindorador in campo san Cassan“, circa mille ducati, verso ipoteca di una parte della scuola già fabbricata. Così sorse la scuola Scuola dei Battiloro, e nella scuola gli artigiani tenevano capitolo, consumavano il patrimonio comune, le suppellettili, i paramenti sacri, le carte e il pennello del sodalizio, commemoravano i compagni defunti, festeggiavano i Santi loro protettori. E dalla scuola del Campo di San Stae muovevano processionalmente attraversando il piccolo ponte attiguo verso San Marco, preceduti dallo standardo con l’immagine del Santo patrono e il simbolo dell’arte che era un martello, e insieme con le altre consorterie partecipavano in Piazza alle feste civili e religiose che la Serenissima amava spesso celebrare con quello sfarzo famoso di apparati e di ornamenti.

Ma purtroppo la corporazione dei Battiloro non era ricca e si era gravata di debiti per l’erezione della scuola; a Vido de Luca per il debito dei mille ducati aveva pagato soltanto gli interessi ma quando il Vido venne a morte, e ciò accade verso il 1732, si trovò un testamento nel quale si ordinava alla scuola di versare subito la somma prestata alla chiesa del paese nativo del testatore, San Vido del Cadore, per la celebrazione in perpetuo di una messa giornaliera.

Fu un colpo terribile per la scuola che non si riebbe più; pure in mezzo alla sua miseria, trovò nel 1795 tanto patriottismo da elargire alla Signoria ducati duecento. Diceva il decreto del gastaldo: “non attrovandosi dinaro in cassa, così manda parte il Gastaldo che sia gettata una Tansa per testatico sopra tutti gli individui della nostra Arte di ducati duecento per una volta tanto, qual tassa a nome dell’arte tutta sarà data al acorato Principe nostro per la difesa della Terra (città), supplicando voler ricevere si tenue somma, non essendo in grado la miserabile nostra Arte di poter dare una maggiore dimostranza“. Con gran sacrificio, la somma fu raccolta e mandata alla Signoria.

Caduta la repubblica, l’arte dei Battiloro, come tutte le altri arti, fu soppressa da Napoleone, la scuola venduta all’incanto e più tardi venne acqusitata dalla nobildonna Angela Barbarigo che alla sua morte la lasciò alla chiesa di San Stae i cui preti per ricavarne come il solito dei denari, l’affittarono come deposito di carbone.

Così finiva la scuola dei Tiraoro e Battioro, che per qualche tempo aveva dato il suo nome al ponte attiguo, questi ribattezzato coi suoi vecchi nomi “ponte Giovanelli già Foscarini“.

(1) ConoscereVenezia

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 21 novembre 1931

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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