Festa del Giovedì Grasso

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Festa del Giovedì Grasso in Piazzetta San Marco.

Festa del Giovedì Grasso

Fin da quando i Longobardi presero ferma stanza nel Friuli, i Patriarchi di Aquileia molestarono di continuo quelli di Grado soggetti al dominio Veneto, non cessando mai di adoperare e gli intrighi e la forza per rovesciare la Sede Gradense; e fu spesso abbominando spettacolo il vedere sacri pastori, deposta la mitra e il pastorale, prendere l’elmo e la spada, invadere il nemico paese, violare monasteri, abbatter chiese, rapir tesori, e portare da per tutto desolazione e terrore. Che se non giunsero mai ad ottenere il fine da loro sì vagheggiato, ciò si vuole in gran parte attribuire ai Veneziani, che zelanti difensori, come erano, del Patriarcato di Grado avevano sempre opposta la forza e rintuzzati i rabbiosi loro tentativi. Ulrico, eletto Patriarca di Aquileia nel 1162, divorato anch’egli dal medesimo tarlo di rivalità e di odio, ben conobbe che non poteva sfamarlo senza superare sì forte ostacolo, né superarlo poteva senza ricorrere al vilissimo mezzo dell’astuzia. Quindi colse il momento che i Veneziani facevano la guerra ai Padovani e Ferraresi, per radunare egli in fretta un buon sussidio di gente dai feudatari Friulani a lui bene affetti, e per occupare a tradimento l’infelice città. Ma appena il Doge Vital II Michiel udì l’ingiusta aggressione, che armò una flotta, fece vela inverso Grado, circondò la città, pose a terra le truppe, sconfisse il nemico, riacquistò la piazza, e vi sorprese il Patriarca con dodici dei suoi canonici e alcuni dei suoi vassalli, che fece prigionieri, e condusse in trionfo a Venezia.

L’entrata del Doge tanto fu pomposa, quanto cospicua era stata la sua vittoria. Dietro lui veniva Ulrico vinto, abbattuto, disperato di vedersi vittima del suo folle ardire. L’avvilimento e la tristezza, conseguenze ordinarie di una vergognosa sconfitta, il persuasero a fare ogni sforzo per placar la Repubblica e ricoverare la sua libertà. Egli offerse di sottoporsi a qualunque condizione fosse piaciuta al vincitore, e di pagare ad ogni costo il suo riscatto. Le replicate sue offerte e le calde preghiere furono lungamente vane. Due forti motivi mossero il Governo ad usar sommo rigore. L’uno fu quello di annientar l’orgoglio di Ulrico, togliendo al tempo stesso ai di lui successori la voglia di provocare più oltre la vendetta della Repubblica con pretensioni novelle; l’altro fu per rendere la memoria del fatto eterna mente durevole, onde impegnare il popolo stesso a conservarsi pronto a difendere il proprio suolo, la sua indipendenza, e i diritti e i privilegi della nazione. Alfine si permise ad Ulrico di ritornarsene coi suoi a casa, purché subito giuntovi, come pure quindi innanzi ogni anno per il Giovedì Grasso, giorno anniversario della vittoria, avesse a spedire a Venezia un pingue toro e dodici porci per servire di spettacolo e di solazzo alla plebe. Ulrico tutto accordò: ma è credibile, che goffo come era, non si accorgesse di venire rappresentato egli ed i suoi canonici, sotto sì umiliante allegoria?

Che che sia di ciò, la festa fu decretata; se ne prescrisse la celebrazione ed il metodo, e ciascun anno si rinnovò con solennità, con entusiasmo, con allegria generale. Eccone l’ordine stabilito. Ricevuti dal Patriarca gli effetti stipulati, si custodivano gelosamente nel Palazzo Ducale. Il giorno innanzi la gran festa, si erigevano nella sala, detta del Piovego, alcuni castelli di tavola, rappresentanti le fortezze dei signori Friulani. Ivi pure si raccoglieva il Magistrato del Proprio, che in forma legale pronunziava sentenza di morte contro il toro ed i porci. Il corpo dei Fabbri essendosi altamente segnalato nella vittoria contro Ulrico, come quello dei Casseleri nella liberazione delle Venete Spose involate dai Triestini in Olivolo, meritò il privilegio di tagliar la testa al toro. E perciò la mattina del Giovedì Grasso, armati tutti di lance, di scimitarre ignude e di lunghissime apposite spade, si recavano al Palazzo Ducale con alla testa il loro gonfalone. e preceduti da scelta banda militare. Ad essi si consegnava il toro ed i porci, che venivano condotti con molto apparato sulla piazza di san Marco. Queste vittime passavano in mezzo alla moltitudine, avida di vederle atterrate. Il popolo con l’occhio scintillante e pieno il cuore della propria gloria, usciva in tra sporti di gioia, che erano quasi altrettanti pegni di nuove vittorie. Stava esso attendendo con impazienza il segnale, e gli pareva rivedere il giorno del suo trionfo, e vi applaudiva con altissime grida a punizione e vergogna dei suoi nemici. La grande esecuzione, o diremo piuttosto il simbolico sacrificio, che si faceva alla presenza del Doge e della Signoria, era sempre accompagnato da non interrotti battimenti di mano, e a fischi ed urli di scherno contro i vinti. Ciò fornito, il Doge col suo corteggio passava nella sala del Piovego, dove erano quei castelletti sopra menzionati; e qui Egli ed i suoi Consiglieri, dato di piglio ad un bastone, armato di punta di ferro, ed aiutati dal popolo che da ogni parte accorreva, battevano a gran colpi quei castelletti, sino a tanto che non ne rimanesse più traccia; per significare con ciò la vendetta che si sarebbe fatta dei Castellani feudatari, se mai più avessero favorito le ingiuste pretese dei Patriarchi di Aquileia stessi contro la chiesa di Grado.

Conviene confessare, che oggidì tali spettacoli non avrebbero nulla di piacevole e di giocondo: ma quelli dei Greci e dei Romani erano forse più ragionevoli di questi? Abbiamo inoltre a nostro vantaggio il tempo in cui furono instituiti, tempo di tutta semplicità non disgiunta da una severa giustizia. Con il progredir degli anni si conobbe quanto ridicole fossero tali costumanze, e come poco si addicessero alla dignità di una nazione incivilita. Esse poi erano divenute insignificanti per essere in appresso li prelati della vecchia Aquileia, come pure l’intero Friuli, passato sotto il dominio della Repubblica. L’illustre Doge Andrea Gritti, che visse ornato del Ducal diadema nella prima metà del secolo XVI, ebbe il merito di riformare questa Festa, e a tale la ridusse, che appena appena serbò vestigie di ciò che era stata in origine. Si volle però conservar ai Fabbri l’antico decoroso privilegio di troncare essi soli il capo alla vittima carnascialesca: e di tal privilegio erano sì superbi, che prima di andar la mattina in piazza si arrestavano alle porte dei primari patrizi loro protettori, quasi invitandoli con il suono delle trombe a portarsi ad ammirarli. Anche nel resto si studiò di conservare a questa Festa il carattere popolare; e sotto colore di divertir li plebei, si ebbe la principale mira di esercitarli in tutti quei giuochi, che valgono a sviluppare ed accrescere le loro forze e la loro destrezza; di eccitare l’emulazione mercé l’opposizione dei partiti e di renderli in somma atti a tutte le operazioni sì marittime che terrestri, formandone uomini intrepidi, ardimentosi, gagliardi.

Nella pittura di quest’antichissima Festa noi non vedemmo fin ora che un ignobile simbolo e bizzarro dell’ottenuta vittoria, un sacrificio ridicolo e spiacevole consacrato alla vendetta: qui la scena si cangia, ed apre uno spettacolo nazionale e veramente solenne. Qui tutto diventa interessante e grande non meno in quanto allo scopo, che in quanto agli effetti. Qui il Doge, la Signoria, il Senato, gli Ambasciatori intervengono solo per presiedere, e per aggiunger decoro con la presenza ad una specie di giuochi propri del solo popolo di Venezia, che se non gareggiano in pompa e splendore con quelli dell’antichità, sono degni di competer con essi per la fina politica, onde ebbero origine, e per la ilarità che svegliano nei cuori. Ma prima di far parola dello spettacolo, si dia un’occhiata a due fazioni differenti e sempre tra loro rivali, l’una detta dei Castellani; l’altra dei Nicolotti, dalle due contrade di Castello e di S. Nicolò, che sono tra le principali, l’una di qua, l’altra di là del gran canale, che divenne di ambedue le fazioni il confine.

Il principio di quella contrarietà, che il tempo non valse ancora a distruggere, è non meno antico che incerto. Potrebbe essere anteriore all’epoca in cui queste isole non erano per anco congiunte in una sola città, e potrebbe dire, che la caccia, la pesca, i limiti non ancora fissati del loro territorio, facessero nascere e mantenere certe dispute e querele fra gli isolani, che in appresso si convertirono in odio e divisione di partiti. Si potrebbe anche a tali congetture aggiungere, che ai tempi calamitosi dell’Italia, quando Venezia apriva il suo grembo consolatore a tutti gli sventurati, che vi si rifuggivano, gli abitanti di Equilio e d’Eraclea, formanti due fazioni fra di loro molto accanite, venissero qui a cercare un asilo, e che secondando probabilmente gli impulsi dell’avita loro avversione, si piantassero nelle due opposte sponde del gran canale, onde vivere gli uni segregati dagli altri; e che mischiandosi quelli coi Castellani, questi coi Nicolotti vi diffondessero tra loro lo spirito di partito, il quale venne crescendo in proporzione dell’aumento della popolazione, e delle rispettive cause di odio scambievole. Gli stranieri poi, per i quali il nome di Veneziano e di politico sono quasi sinonimi, attribuiscono a conseguenza di sistema politico, che il governo soffrisse, anzi fomentasse questa ereditaria animosità di fazioni; giacché, dicevano essi, per simile divisione di popolo nella capitale, la sospettosa Aristocrazia si assicurava, che non sarebbero nate trame contro di essa. Ma tale opinione potrebbe perdere alquanto del suo credito, poiché vediamo le due fazioni ora più che mai accanite. Tuttavia non crediamo ingannarci sul loro spirito attuale. Più che avversione, ella è concorde vaghezza di far rivivere una fra le Venete antiche consuetudini già perdute, rinnovando gare, rivalità e disfide, che negli animi delle classi meno incivilite, dopo avere eccitato il più vivo trasporto, vanno a trasformarsi in soggetto di trastullo e di gozzoviglia.

Ma ritornando ai tempi primitivi, senza perderci in congetture più ingegnose che solide per stabilire l’origine di questa opposizione di partiti, è da osservarsi, che da per tutto dove gli uomini respirarono l’aura salutare e vivifica della libertà, il popolo usò accarezzarne e santificarne le istituzioni e le usanze; che fu sempre non meno zelante in nutrire e coltivare i primitivi sentimenti inspirati dalla natura, perpetuando tutto ciò che aver potesse legame con questa originaria dote dell’uomo. Quindi è, che in tutte le società nascenti, gli esercizi del corpo, le sembianze di pugna, le lotte, il pugilato, i ginnasi, le palestre, le corse, vennero singolarmente praticate e tenute in onore. I nostri padri pertanto, scorti prima dall’istinto dell’uomo ancor barbaro, indi rischiarati dal genio delle scienze ornai fatte adulte, seppero rivolgere a profitto della patria le passioni tutte, l’industria e le forze del popolo, col presentargli continui motivi di gloria, di superiorità, d’ interesse. Per questa via seppero cangiar la gelosia e la rivalità delle due fazioni plebee in quella nobile emulazione e in quell’entusiasmo, che si alimenta della cosa pubblica, della prosperità comune, o della grandezza dello Stato. Fu da tali giuochi, e da tali combattimenti, sì analoghi ad un popolo libero e indipendente, che scaturirono tutti quei mezzi efficaci, per i quali Venezia nel corso di tanti secoli ottenne quella superiorità che sì la distinse fra tutte le altre nazioni di Europa. Ed infatti non si serve mai bene la patria, se non si chiude in seno un’anima forte e generosa in un corpo robusto e consumato nella fatica. A questo fine mirarono tutte le Repubbliche più celebri, e posero tutte in opera gli stessi mezzi. Vogliamo noi convincerci di ciò senza rimontare ai Greci ed ai Romani? Leggansi le storie delle piccole Repubbliche di Firenze, di Siena, di Pisa e di Bologna, e si troverà, che tutte a certi tempi avevano le stesse feste, gli stessi giuochi, gli stessi esercizi e spettacoli, diretti a mantenere lo spirito di libertà e l’amor della patria, requisiti necessari, perché una Repubblica possa consolidare la sua esistenza e perpetuarla.

Condotti adunque da sì sublime principio di comune utile, noi abbiamo sfiorati e con gelosia serbati tutti i preziosi avanzi degli antichi usi di Grecia e d’Italia. In particolare l’ultimo giovedì di Carnovale, detto volgarmente Giovedì Grasso, le due fazioni dei Nicolotti e Castellani faceva o i maggiori sforzi per superarsi a vicenda. Seguiva lo spettacolo nella piazza di san Marco sotto gli occhi (siccome abbiamo di sopra accennato) del Doge vestito a gala, della Signoria, del Senato e degli Ambasciatori, collocati dignitosamente nella galleria del palazzo Ducale, che guarda la piazza.

La Festa cominciava dal sacrificio del toro; cerimonia che teneva dell’antico, e la sola che si conservasse della prima istituzione, della quale abbiamo parlato. Ciò che vi era di più osservabile del popolo, ciò che eccitava per parte sua i maggiori gridi di gioia, gli applausi i più vivaci, si era la destrezza di quello che decollava l’animale, la cui testa doveva cadere e rotolare sulla terra ad un sol colpo di sciabola, ed il ferro non doveva, malgrado la violenza del colpo, toccare il terreno.

A questo spettacolo succedeva il volo di un uomo armato di ali, che si vedeva partire da una barca ancorata alla sponda della piazzetta, ed innalzarsi sino alla camera del gran campanile di san Marco. Traversava costui sì grande spazio di aria, mercé di una gomena fortemente assicurata da uno dei cavi alla barca, dall’altro al comignolo del campanile. Egli veniva legato a certi anelli infilzati nella gomena, e col mezzo di un’altra fune e di parecchie girelle lo si faceva ascendere e calare con gran velocità e agevolezza, come se adoperasse le sue ali. Il suo cammino aereo era tracciato in modo, che dopo essere asceso al campanile, calava sino all’altezza della galleria del palazzo, dove presentava al Doge un mazzetto di fiori ed alcuni sonetti; indi ritornava all’alto della torre, e quinci di nuovo scendeva alla sua barca. Si usava scegliere a tal fine un uomo di professione marinaio, forte di petto e di reni, che potesse lungamente resistere ad un viaggio sì violento e sì strano: perciocché gli anelli non lo ritenevano che non ai piedi e alle spalle, affinché agli occhi degli spettatori si presentasse, per quanto si poteva sotto il vero aspetto del messaggero celeste, che fende l’aria per eseguire i comandi di Giove. Il leggiero farsetto onde era vestito, i nastri che gli svolazzavano indosso, i sonetti che per l’aria spargeva, il suo volto composto a letizia, i suoi gesti, le sue voci di gioia, tutto giovava all’illusione, ed inspirava nella moltitudine spettatrice ammirazione, premura, trasporto.

A questa scena venivano dietro le Forze di Ercole, che così i Veneziani solevano chiamare certa gara tra i Castellani e Nicolotti. Di esse non si può formar idea giusta senza averle vedute. Immaginiamoci però di scorgere sopra un apposito palco costrutto in sul fatto, perché il popolo anche da lungi tutto mirar potesse, erigersi a vista d’occhio un bellissimo edificio composto di uomini, gli uni sovrapposti agli altri sino ad una grande altezza. Mercé delle loro positure e scorci diversi, questo edificio si rappresentava sotto differenti forme, a norma del loro immaginato modello. Or era una piramide egizia, ora la famosa torre di Babilonia, ora ciò che può offrire alla vista di meglio l’architettura navale e civile. Nel far ciò non si valevano d’altro aiuto che delle proprie braccia, degli omeri loro, ed alcune volte di certi lunghi assi che si posavano sulle spalle, o su qualche altra parte del corpo, onde vieppiù legare e stringere tutti i membri di questa fabbrica equilibrata, di cui essi medesimi erano gli architetti, inventandone il disegno, ed erano anche i materiali, somministrandovi i loro corpi e la combinazione delle loro forze.

Volevano, per esempio, innalzare una sublime piramide? Essa veniva formata da quattro o cinque file d’uomini gli uni montati sulle spalle degli altri, che poi terminava in un solo. Sull’ultimo apice di questa piramide colossale si arrampicava con somma destrezza un giovinetto, il quale, poiché vi ‘era giunto, si teneva ritto e fermo in piedi sulla testa dell’ultimo uomo in modo meraviglioso. Né ciò basta va ancora. Se ne vedeva un altro salire velocemente d’ordine in ordine fino a quest’ ultimo, e volto il proprio capo in giù, lo poneva sul capo di quello, facendosi puntello delle sue mani sulle mani dell’inferiore, agitava per campi dell’aria i leggieri suoi piedi, e faceva con essi galloria. Talora anche si rivolgeva, e stando ritto sull’estremo apice ne formava il cimiero, e coll’agitare delle braccia, e col battere delle mani dava il segnale della comune allegrezza. Gli spettatori che temere non potevano pericolo in quelli atleti, perché vedevano non temerne essi alcuno, gli rispondevano battendo anche essi le mani, vociferando e gridando meravigliati, e tutti ebbri di gioia.

Ma già l’altro partito preso da nobile emulazione ardeva di voglia di ottenere anch’esso gli stessi applausi, né tralasciava nulla per sorpassare in destrezza la fazione rivale. Quindi quei prodigi e quegli sforzi che non si potrebbero ne narrare, né credere, ma che pur succedendosi da banda a banda quasi per incanto, raddoppiavano le apparenze di un’architettura superiore ad ogni modello, benché passeggiera e fittizia. Il popolo in tal guisa ammaestrato, quando occasione gli si fosse offerta, non avrebbe avuto mestieri, come gli altri popoli, di ricorrere al comun aiuto delle scale per ascendere ad una fortezza; poteva pur anche di leggieri manovrare un vascello in burrasca, montare sull’estremità degli alberi e dei cordaggi per quanto soffiasse il vento; tenersi saldo su piedi, o piegare il corpo in modo, che secondasse le scosse del bastimento, e 1’agitazione dell’onde sbattute o dalla burrasca o dal combattimento e tutti questi vantaggi preziosissimi per lo Stato erano l’effetto delle sue gare da scherzo.

Compiuto questo spettacolo, tanto veniva un altro, motivo anch’esso di nuova emulazione tra i due partiti. Era esso una specie di lotta o scherma tolta dai Saracini, che volgarmente si diceva la Moresca, la quale non men dell’altra esigeva agilità, pieghevolezza di membri e gagliardia. Li combattenti si accingevano con sì grand’ardore, che avresti detto trattarsi dei loro interessi più cari e del loro più importante trionfo. Gli spettatori cogli occhi ed i cuori fissi sui bravi atleti, osservavano il principio di quest’esercizio guerriero, ne seguivano i progressi, ne aspettavano l’esito con quella inquietudine piacevole, con quel palpito, con quell’ impegno, che fa sospendere il respiro, quasi per tema di turbare con picciolo sussurro l’azione dei lottatori. Ma lo stato di estasi, d’immobilità e di silenzio che teneva tutti i moti dell’anima in freno, ben presto cessava, e si scioglieva in un immenso scroscio di viva, di applausi, di trasporti, di cui rintronava la piazza, e che a poco a poco mancando, si cangiava in quel cupo mormorio, che nasce dal contrasto di tante migliaia di uomini, che si sforzano colla voce di attribuire la vittoria a quella fazione che ciascun favorisce. Questa Festa era infine la festa di tutti, ed ogni cittadino portava impressa nel volto una porzione del diletto comune; e chi non vi interveniva, chiedeva almeno con ansietà le nuove agli altri, e se ne faceva narrare gli accidenti. La nobiltà stessa, che pur ai nostri dì affettava di sdegnare la popolarità di tali giuochi, e, per mostrarsi superiore alla plebe, riguardava lo spettacolo come un decrepito avanzo di ridicola barbarie, non poteva alla fin che rimanere indifferente. Stupiva di se stessa in sentir, suo malgrado, un occulto diletto, che la attaccava a quei giuochi.

Terminava questa Festa una superba macchina di fuochi d’artificio, che pur destava i popolari viva, malgrado allo stravagante costume di accenderla a chiaro giorno. Anticamente la ragione ne fu per lasciar il tempo necessario alla nobiltà di apparecchiarsi ad un ballo, che la medesima sera il Doge dava nel suo palazzo. Questo ballo non ebbe più luogo in appresso, ma non per tanto non si cangiò l’ora dei fuochi, poiché si tiene il più che si può alle abitudini. Il sole, è vero, scemava il loro splendore, pure non distruggeva il loro effetto sulle anime di un popolo sempre disposto ad applaudire con trasporto a tutto ciò che si faceva in nome della patria, e che aveva qualche legame colla gloria della nazione. Esso gioiva perché era felice; si abbandonava ad una dolce e vera ilarità, perché aveva cittadino il cuore e lo spirito, e perché l’amor patrio e quei sentimenti che da esso provengono, sono una fonte inesausta di piacere, di grandezza e di prosperità. (1)

(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell’industria.)

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