Chiesa e Monastero di Santa Maria di Nazareth vulgo degli Scalzi

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Chiesa degli Scalzi - Cannaregio

Chiesa di Santa Maria di Nazareth vulgo degli Scalzi. Monastero di padri Carmelitani Scalzi. Monastero parzialmente demolito.

Storia della chiesa e del monastero

L’illustre istituto della riforma carmelitana, fondato dalla serafica vergine Santa Teresa nelle Spagne, pose la primiera sua stazione in Venezia nell’anno 1633, in cui il padre Agatangelo da Gesù Maria, uomo d’esemplare austerità e zelo apostolico, essendo definitore generale dell’ordine, avendo ottenuta dal Senato nel giorno 6 di maggio la facoltà di erigere alla sua religione (che volgarmente si chiama dei Padri Scalzi) un ospizio, si ritirò a vivere con un compagno dentro una piccola casa, presa ad affitto nella parrocchia di San Canziano. Quivi con la santità del loro vivere, e con la soavità di loro conversazione avendosi i buoni religiosi acquistato l’amore universale, per aver maggior comodo d’attendere alla salute pensarono di trasferirsi nell’anno 1635 ad una abitazione più capace nell’isola della Giudecca. Quivi dimorarono per un anno in circa, finché essendo loro dal Senato nel giorno 16 di settembre dell’anno 1636, stata accordata la permissione di fabbricarsi un monastero, fintanto che opportuna si presentasse loro l’occasione di acquistare un fondo, si ritirarono nell’antica Abbazia di San Gregorio, lusingati dalla speranza di poter per via di contratto ottenerne il possesso. Inutili però essendo riusciti i maneggi per l’esorbitante prezzo, che se ne pretendeva, abbracciarono nell’anno 1649 l’incontro offertosi di comprare uno spazioso fondo nella Parrocchia di Santa Lucia. Diffusasi la notizia di tale ideata fondazione per la città, accorsero tosto molti di voti con liberali offerte di soldo a promuoverne la fabbrica, e nello stesso anno ivi fu eretta una angusta chiesa, la quale benedetta dal patriarca Francesco Morosini fu denominata Santa Maria di Nazareth per un’antica immagine della Madre di Dio ivi collocata. Questa si venerava fino da principi del secolo XV nell’isola di Santa Maria di Nazareth ora chiamata Lazzaretto Vecchio, abitata allora da frati eremitani di Sant’Agostino; ma avendo dovuto questi cedere il luogo al raccoglimento degli infetti da morbo contagioso, seco nella loro partenza portarono la sacra immagine, e la offersero in pio dono alle monache di Sant’Anna. Queste poi, affinché fosse con più religioso culto venerata, la consegnarono ai padri Carmelitani Scalzi, che fecero di essa il titolo della loro nuova chiesa. Concorrendo però con mirabile affluenza le elemosine dei fedeli, perché al divino onore, ed alla frequenza del popolo fosse eretto un tempio più magnifico e capace, ne furono di esso gettati i fondamenti, e si vide ridotto a nobile perfezione nell’anno 1680, e se ne accrebbe poi la sontuosità per l’esteriore facciata di marmo sceltissimo di Carrara fatta innalzare con gravissimo dispendio dalla pietà di Girolamo Cavazza patrizio veneto. A spirituale compimento del sacro edificio lo consacrò poi nel giorno 11 di ottobre dell’anno 1705 Elia da Sant’Alberto, tratto dall’ordine degli stessi Carmelitani Scalzi al titolo di vescovo Aspaense.

Nobilissime sono le reliquie, delle quali restò arricchita quella chiesa da molti devoti. Poiché Andrea Lumaga pio mercante dopo avere sborsata in sovvenimento della fabbrica grossa somma di soldo, ed assegnata nel suo testamento la necessaria spesa per un nobile altare di scelti marmi, dedicato a Gesù Crocifisso, offrì un inestimabile dono, cioè l’intera punta di uno dei chiodi, coi quali il Redentore fu affisso alla Croce, ed una riguardevole porzione di essa adorabile Croce; collocati essendo ambedue questi strumenti di nostra redenzione in due ricchi, ed ornati reliquiari; decorosamente pure riposti si conservano un dente della serafica Santa Madre di questa religione, un dente con un pezzo di carne di San Giovanni della Croce, ed un pezzo d’osso del Santo doge di Venezia Pietro Orseolo (1)

Visita della chiesa (1839)

È l’interno del tempio ad una sola navata, e comunque sia stato eretto da Baldassare Longhena, architetto capace talvolta di qualche nobile ispirazione, non riusciva di gusto più puro dell’esterno. Ad ogni modo e l’uno e l’altro sono mirabili per la ricchezza e per l’abbondanza dei marmi di che sono incrostati, e per un certo verso fare grandioso, che se non alletta sempre però incanta.

Tutta la volta della chiesa fu dipinta a fresco da Giambattista Tiepolo, operandovi Girolamo Mingozzi Colonna gli ornamenti e le illudentissime prospettive. Tiepolo rappresentò il trasporto della santa casa di Loreto fatta dagli angeli. Le eresie contrastanti i prodigi della Vergine fuggono spaventate, ed è ottenuto per esse la massima leggerezza nella parte principale.

Trascurata la statua di San Giovanni della Croce nella prima cappella, l’altare della cappella di mezzo, eretto sul disegno di frate Giuseppe Pozzo, è magnifico. Lo scultore Baldi fece la statua di Santa Teresa trafitta dall’Angelo. Non si curi più che tanto al manierismo; ma certo una grazia, un sentimento sono in quelle statue. Giambattista Tiepolo fece in gioventù il leggiadro soffitto di questa cappella esprimente la gloria di Santa Teresa. Gli scorci delle figure, la leggerezza in quegli angeli sono graziosi. I due quadri laterali poi di questa medesima cappella sono di Nicolò Bambini. Il primo alla sinistra raffigura il miracolo dell’Ostia spiccata dalle mani del sacerdote per volare a Santa Teresa; ed il secondo, alla destra, Santa Teresa liberata da San Giuseppe e da alcuni angeli nei pericoli di un viaggio. Molta correzione è in questi dipinti, molta arte; ma come opere del secolo trascorso purtroppo non si curano.

Nella terza ricca cappella è di Melchiorre Bartel la statua del Battista. Pietro Liberi dipinse nel soffitto il Padre Eterno che sostenta il mondo.

Ogni parola vien meno a dire della incomparabile cappella maggiore della ricchezza dei suoi marmi e dei suoi splendidi ornamenti. Solo pregevoli le sei grandi statue laterali rappresentanti altrettante Sibille. I fratelli Giuseppe e Domenico Valeriani, producendo grande illusione, dipinsero nel coro il primo le figure ed il secondo gli ornati. Alle pareti di quel coro stanno appesi due quadri; quello alla destra con Nostra Donna e vari santi è di Michele Sobleo ovvero Desubleo; quello alla sinistra con Santa Teresa ferita dall’Angelo, è di Francesco Cairo. Tuttavolta sull’altarino, dietro l’altare maggiore, è mirabilissima l’immagine di Nostra Donna con il Bambino di Giambellino. Quale grazia! Quanto amore in questo quadretto!

Venendo a dire dell’altro lato della chiesa, Bernardo Faldoni scolpì per l’altare della prima cappella la statua di San Sebastiano. In quella cappella sono due busti di Angelo e Sebastiano Venier padre e figlio, il secondo dei quali, abate e protonotario apostolico, eresse la cappella medesima.

La seconda cappella, appartenente alla famiglia Manin, ed eseguita sul disegno del detto frate Giuseppe Pozzo, ha sullo altare un gruppo manieratissimo con la Sacra famiglia di Giuseppe Torretto. Ludovico Dorigny con fiacco colorito, ma con molta intelligenza, ne dipinse il soffitto.

Giambattista Tiepolo nei giovanili suoi anni dipingeva nel soffitto dell’ultima cappella Cristo all’orto, ed un’ignote vi scolpiva il Crocefisso dell’altare, non che il bassorilievo del parapetto. Finalmente Gregorio Lazzarini nel 1710 operava nella bellissima mezzaluna sopra l’organo la visione avuta da Santa Teresa e l’incoronazione di lei. Bello si è impasto delle carni; saporita è ogni tinta, ed il fare semplice e leggiadro di quell’autore anche quivi inavvedutamente ci rapisce.(2)

Eventi più recenti

Soppresso il convento nel 1810, parte ne fu ridotta a private abitazione da chi lo aveva comperato dal fisco, e parte, cioè quella risguardante la Fondamenta, vendute alla società imprenditrice della Stazione Ferroviaria, che, per suo uso, vi fece succedere una rifabbrica. Non sono molti anni però che i Carmelitani ricomperarono la prima parte coll’annessa ortaglia, per congiungerla all’ospizio, nel quale, fino dal 1840, hanno dimora. (3)

Il soffitto della chiesa fu distrutto da una bomba austriaca (24 ottobre 1915) e alcuni grandi frammenti sono conservati all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. La decorazione del soffitto fu sostituita da una grandiosa tela di Ettore Tito, che vi lavorò negli anni 1929-1933. Il complesso del monastero fu inserito in parte, come gli edifici circostanti, nel piano di trasformazione dell’area sulla quale venne edificata la stazione ferroviaria. (4)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

(3) GIUSEPPE TASSINI. Edifici di Venezia. Distrutti o vòlti ad uso diverso da quello a cui furono in origine destinati. (Reale Tipografia Giovanni Cecchini. Venezia 1885).

(4) https://www.carmeloveneto.it/joomla/convento-venezia

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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