Chiesa e Monastero di San Giorgio dei Greci vulgo San Zorzi dei Greghi

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Chiesa di San Giorgio dei Greci - Castello

Chiesa di San Giorgio dei Greci vulgo San Zorzi dei Greghi. Monastero di Monache Basiliane. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa

Quantunque per ragioni di commercio, che i veneziani sino dalla loro prima origine intrapresero con le provincie d’Oriente, sia stata sempre grande l’affluenza dei greci in Venezia, pure ella divenne maggiore da che l’imperiale città di Costantinopoli nell’anno 1452 fu miseramente occupata dagli Ottomani. Rifugiatisi in tal incontro molti dei greci in Venezia, ivi desiderarono di fissare la loro dimora, purché aver potessero una chiesa, nella quale si celebrassero i divini uffici, e si amministrassero i sacramenti secondo il rito cattolico di loro nazione. Presentò, e sostentò con fervore le suppliche dei suoi nazionali il cardinal Isidoro Ruttena vescovo sabinense, ed avendo anco per lo stesso oggetto il sommo pontefice scritto un breve apostolico al patriarca di Venezia, acconsentì il senato, che per uno dei greci cattolici fosse destinata dal patriarca una chiesa, e che nel caso che vi fosse difficoltà di rinvenirla, potessero allora i greci fabbricarsene una, ed ivi celebrare secondo i lor riti i divini uffici. Emanò il decreto del senato nel giorno 14 luglio dell’anno 1456, e con vien dire che fosse tosto destinata la chiesa parrocchiale di San Biagio, poiché nell’anno 1470, con altro decreto il consiglio dei dieci stabilì, che in nessuna altra chiesa fuorché in San Biagio di già a tal oggetto assegnata potesse celebrarsi secondo le costumanze del rito greco. Una metà dunque della chiesa di San Biagio fu per qualche tempo ufficiata dai sacerdoti, e frequentata dai nazionali greci, ma riuscendo ciò e per la diversità dell’idioma, e per la differenza delle cerimonie ecclesiastiche di disturbo e d’incomodo non meno ai parrocchiani che ai greci, si determinarono questi di cercar una chiesa, ove senza soggezione potessero soli esercitare l’ufficiatura divina secondo il lor rito. Furono le loro prime mire per la cappella detta di Sant’Orsola, contigua alla chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, ed avendone nell’anno 1473, ottenuta permissione dal pontefice Sisto IV. Maneggiarono con quei religiosi dell’ordine dei predicatori qualche accordo. Caduta poi senza effetto la stabilita concessione, si fermarono ancora i greci per qualche tempo in San Biagio, ove ottenuta nell’anno 1498 dal consiglio dei dieci la permissione istituirono la confraternita di San Nicolò composta di duecento cinquanta persone.

Andava frattanto accrescendosi sempre più il numero dei greci abitanti in Venezia; perloché con più serio consiglio pensarono a fabbricarsi una chiesa in sito opportuno. Ne porsero dunque sotto nome dei soldati greci detti Stradioti riverente supplica al Consiglio dei Dieci, ed ottennero nel giorno IV. di ottobre dell’anno 1511 favorevole decreto per la permissione d’innalzar una nuova chiesa, purché vi concorresse il beneplacito della sede apostolica. Implorarono perciò i greci la paterna provvidenza di Leon X sommo pontefice, che con diploma del giorno 3 di luglio nell’anno 1514, permise agli uomini della nazione greca abitanti in Venezia, di poter costruire una chiesa col suo campanile, e cimitero sotto l’invocazione del martire San Giorgio, ed eleggersi un sacerdote cattolico, che esente da qualunque giurisdizione dell’ordinario fosse immediatamente soggetto all’apostolica sede, la di cui superiorità dovesse per essere riconosciuta col censo annuo di cinque libbre di cera.

Per innalzare dunque una magnifica chiesa, e per disporvi le abitazioni dei sacerdoti, acquistarono i greci un dilatato fondo di terreno nella parrocchia di Sant’Antonino, e destinarono cinque uomini assennati della confraternita di San Nicolò, perché avessero cura dell’avanzamento e direzione della fabbrica. Concorsero a gara i greci ſico sì abitanti in Venezia che altrove a promuovere il sacro edificio, di cui diede il modello Giacomo Sansovino architetto dei suoi tempi il più celebre con tal disposizione, ed ordine, che niente più avrebbe potuto idearsi un Architetto di nazione e rito Greco. Si divide il sacrario dal resto della chiesa con un muro ornatissimo, e sopra l’interno altare del sacrario fu collocata un’immagine della Madre di Dio già famosa, come si dice, per molti miracoli.

Trent’anni di tempo si consumarono nella fabbrica, che si vide ridotta a perfezione nell’anno 1561, e nel frattempo la confraternita di San Nicolò elesse nell’anno 1527 al ministero della chiesa un sacerdote assegnandogli in mercede quei proventi, che derivavano dai battesimi e dagli sposalizi. Frattanto crescendo il numero dei greci, né potendo alle loro spirituali urgenze supplire un solo sacerdote, stabili il Consiglio di Dieci nell’anno 1534, che da Arsenio vescovo cattolico di Malvasia nella Morea, cacciato dalla sua sede, ed abitante allora in Venezia fossero eletti coll’intervento del vicario patriarcale due sacerdoti greci cattolici, che servissero nella chiesa di San Giorgio al culto divino, ed alla cura dell’anime.

Perché però in questo frattempo si era sparsa voce, che alcuni della nazione greca sentissero poco bene, e parlassero, ingiuriosamente del dogma cattolico, il pontefice Clemente VII, avvisatone dal patriarca Girolamo Querini sospese, e ritirò dai greci la protezione della sede apostolica già loro da Leone X accordata. Onde credette opportuno il consiglio dei dieci stabilire con legge nel giorno 11 di maggio dell’anno 1542, che i sacerdoti greci eletti al governo della chiesa di San Giorgio, dovessero esser prima esaminati e riconosciuti per cattolici dal patriarca di Venezia. Atteso dunque tal decreto, accolse Paolo III sommo pontefice le istanze dei greci cattolici abitanti in Venezia, e con apostoliche lettere del giorno 22 giugno 1549, commise all’arcivescovo di Benevento suo nunzio in Venezia, che presa diligente informazione della verità delle cose, dovesse con autorità pontificia confermare e rinnovare ai greci gli antichi privilegi accordati loro dal suo antecessore Papa Leone X. Affinché però con maggior decoro fossero nelle principali solennità celebrati i divini misteri fu chiamato a Venezia nell’anno 1557. Epacumio vescovo greco del Zante, acciocché presedesse all’ufficiatura, e cerimoniali della chiesa, lasciata la cura dell’anime a due sacerdoti perciò destinati. Uno fra questi fu Gabriel Seviro da Malvasia destinato nell’anno 1573. Dalla confraternita di San Nicolò alle parrocchiali funzioni, che poi eletto dal patriarca di Costantinopoli in arcivescovo di Filadelfia fu dalla suddetta confraternita costituito rettore e amministratore della chiesa, a cui anche il senato nell’anno 1584 assegnò annualmente in stipendio 180 ducati d’oro chiamati in lingua veneziana zecchini. Pensò questo prelato d’istituire in vicinanza della chiesa di San Giorgio un monastero di monache sotto la regola di San Basilio, ed avutane nell’anno 1609 permissione dal senato, comprato un sufficiente sito, vi innalzò un ristretto monastero, ove vivono in rigida osservanza, ed in perpetua clausura alcune monache, non mai da esso partendosi, se non per intervenire in luogo appartato, e rinchiuso nella Chiesa di San Giorgio alla partecipazione dei divini misteri. Dopo aver sostenuto per trentasette anni il titolo di arcivescovo di Filadelfia morì il Seviro nell’anno 1617 in Dalmazia, ove portato si era per suoi particolari affari.

Successe al Seviro nel governo della greca chiesa in Venezia, e nei titolo pure di arcivescovo di Filadelfia Teofane Xenachio, a cui si defunto nell’anno 1632, essendo stato sostituito Nicodemo Mataxà vescovo greco del Zante, per non aver questi secondo le leggi della chiesa greca potuto ottener il titolo d arcivescovo di Filadelfia, convenne che la Confraternita di San Nicolò passasse a nuova elezione. Cadde questa in Atanasio Valeriano vescovo di Cerigo, che nell’anno 1637, ottenne il titolo d’arcivescovo di Filadelfia, e poi con decreto del senato fu dichiarato abbate del ricco Monastero d’Agaranto nell’Isola di Candia. Passò poi nel governo e nel titolo correndo l’anno 1657. Melezio Cortaccio Candiotto, di cui vent’ anni dopo fu successore Metodio Moronio stato prima patriarca Greco di Costantinopoli. Due anni presedette Metodio alla Greca Chiesa in Venezia, al di cui governo fu assunto Gerasimo Olaco sacerdote della chiesa stessa, che ad esempio dei suoi antecessori fu onorato del titolo arcivescovile di Filadelfia.

L’ultimo degli arcivescovi di Filadelfia, che amministrassero questa greca chiesa, fu Melezio Tipaldo eletto nell’anno 1680. Uomo per pietà e per dottrina chiarissimo, e di sommo zelo per il cattolico dogma, a cui procurò di ridurre tutti quelli di sua nazione, che conosceva vagar fuori della vera credenza. Per trentotto anni assistette egli con zelo pastorale alla chiesa, ed alla cura dell’anime, finché nell’anno 1718, fu da Dio chiamato all’eterna retribuzione dei giusti; e dopo lui restò la chiesa sotto la sola direzione dei sacerdoti greci eletti, e amovibili a piacere della confraternita di San Nicolò, che ne possiede il giuspatronato. Più che dalle ricche suppellettili viene adornata questa chiesa dalle molte reliquie dei santi conservate in decenti ripostigli, vicini alle porte del santuario. Sono queste: Un frammento della Santissima croce legato in oro, ed una mano di San Basilio Magno, che da Costantinopoli, dove si venerava, trasportò in questa chiesa il soprannominato Gabriel Seviro. Un osso di San Quirico martire alessandrino. Un dito di San Simeone Stilita, ed un altro dito di San Giovanni Damasceno. Un osso di San Macario egizio abbate, ed un osso di San Giovanni Grisostomo. Un osso di Santa Teodora imperatrice vedova, ed un osso di Santa Teodora alessandrina solitaria penitente. Un osso di San Policarpo vescovo di Smirne e martire, e molte altre reliquie di santi tutte venute dall’Oriente.

Contiguo alla chiesa fu eretto per pio legato di Tommaso Flangini, mercatante di Corfù, un collegio per l’educazione di Giovani Greci, avendovi il pio fondatore destinate sufficienti rendite per il loro alimento, e per la mercede di due maestri. Per la redenzione pure degli schiavi greci, e per la collocazione in matrimonio di vergini della stessa nazione assegnò il pietoso testatore ricchi annui legati, e comandò, che i sacerdoti greci dovessero ogni anno nel giorno festivo di Sant’Atanasio portarsi alla Chiesa di Santa Croce della Giudecca per venerarvi il corpo del santo patriarca, che ivi riposa, e cantarvi solennemente i vesperi secondo il rito della chiesa orientale. (1)

Vista della chiesa (1815)

Sulla fabbrica di questa chiesa riferiremo l’uniforme giudizio del Temanza e di Flaminio Corner. Jacopo Sansovino in tal opera si è fatto più onore che in qualunque altra ordinata da lui e in Venezia e in Roma. Si adattò per modo al rito di quella nazione, che la sembra architettata anzi da un greco, che da un latino artefice. E piena di maestà e magnificenza; e come per conto di eleganza sembra che vi abbia toccato il sommo, così per conto di solidità sembra innalzasse un amatissimo castello. Non ci voleva ad innalzarla che l’oro di quella gente ed il periodo d’oltre ad anni trenta. Quando si completò, lo sappiamo dalla greca esteriore iscrizione, la quale nel nostro linguaggio suona così: A Cristo Salvatore e al santo martire Giorgio i Greci abitatori e quelli che si conducono a Venezia , per potervi venerare Iddio secondo il patrio costume, di lor facoltà offrendo gran copia, eressero questo tempio l’anno 1561. Il vicino Campanile, alzato intorno a vent’anni dopo la morte del Sansovino, è certamente di suo carattere, all’asserire del Temanza; e n’è stato esecutore uno dei fratelli Contino, architetti di qualche merito.

Sopra la porta della chiesa esteriormente nella mezza luna vi è a mosaico l’immagine del Salvatore. In altri tre ovati superiori vi è pure a mosaico il Salvatore nel mezzo, e alle parti Nostra Donna e il Battista. A mosaico similmente è il San Giorgio a cavallo nella mezzaluna del la porta laterale; e vi son poi nei due muri laterali dipinte dieci mezze figure in altrettanti ovati.

Entrando in chiesa, si osserva nella parete a destra un quadro con Nostro Signore, la Vergine e il Battista, e dopo la finestra vi è altro quadro con la figura del Salvatore. Sopra la porta vi è un ornato monumento alla memoria del dottissimo arcivescovo di Filadelfia Gabriele Severo, morto nel 1617, e più alto vi si vede dipinta la figura di San Nicolò. Fra la porta e la seguente finestra vi è un altro quadro con la immagine di Nostra Donna, e passata la finestra, un gran mosaico con la Trasfigurazione di Nostro Signore, mosaico lavorato, come vi si legge, l’anno MDCLXVI I marzo.

Male vi si adatta il quadro, che vi fu dipinto da Spiridione Diagonà V anno 1809, e che sta sopra al mosaico, con Cristo che chiama Pietro sulle acque. Tutta coperta di pitture è la parete che divide la chiesa dal luogo santo. Cominciando lo esame alla destra, si vede tra la parete laterale e la prima porta un quadro vestito tutto d’argento. Sopra la porta vi è in tre piccoli comparti San Stefano, la Presentazione di Nostra Donna e San Michele. Tra questa e la porta di mezzo si vede al basso un quadro con la figura di San Nicolò vestita d’argento, e vari piccoli comparti con fatti della sua vita, e quindi, l’una sopra l’altra, le figure di Mosè, di San Damiano e di San Michele. Nell’alto vi è il Battesimo del Signore. Al pilastro della porta di mezzo sta appoggiato un quadro con la figura del Redentore vestita d’argento, e in una breve lista laterale vi è dipinta la figura di Santo Alipio.

Nei portelli che chiudono la porta di mezzo, vi sono dipinte due bellissime figure di Abramo e di Melchisedecco. Sulla porta vi è in cinque comparti Cristo che ascende l’Oliveto, che cala al limbo, che dispensa la cena, che sale al cielo, e discende sugli appostoli. Vi è quindi una immagine di Nostra Donna coperta tutta d’argento, alla quale sta sopra gran figura della Croce, e nell’alto ai lati di una finestra rotonda vi è il mistero dell’Annunziazione in mosaico. All’altro pilastro della porta sta appeso un quadro con la figura di Nostra Donna vestita d’argento, e in una breve lista laterale vi è dipinta la figura di San Simeone. Tra questa e l’altra porta vi è un quadro, pure vestito d’argento, con la figura di San Giorgio, e sopra ad esso si vedono dipinti, l’un sopra l’altro, i Santi Elia, Cosma e Pietro, e nell’alto la Nascita di Nostro Signore. Sopra la porta sono dipinti in tre piccoli comparti i misteri dell’Annunziazione, della Nascita e della Trasfigurazione. Tra la porta e la pareti è appeso un altro quadro, mezzo coperto di argenti, con la figura del Battista. Non giova dire degli altri minor fregi pittorici, che adornano tutta quest’ampia parete. Tutte queste opere sullo stile dei greci si potrebbero credere eseguite da quel Benedetto Emporio, che lasciò il suo nome nella Cena di Nostro Signore, la quale si vede all’altra parte di questa parete, che chiude il Sancta Sanctorum.

Qui vi sono tre altari; e quel di mezzo tiene i pittorici suoi ornamenti a mosaico. Nella mezza luna sopra di esso vista il Salvatore: nel giro del vólto vi sono le figure di Nostra Donna e del Battista. la pala offre Nostra Donna fra due angeli, e al basso, dietro l’altare, si vedono le figure dei quattro dottori della chiesa greca e dei Santi Spiridione e Nicolò. Uno dei due altari laterali offre dipinta l’Ascensione di Nostro Signore, e l’altro la Crocifissione: nella cupola sopra di questo si osserva il Padre Eterno, e nella cupola sopra l’altro altare la Discesa del Signore sopra gli appostoli. Tutto intorno però questo piccolo luogo è coperto di minori pitture, i cui soggetti sarebbe lunga e inutile cosa il volere partitamente descrivere. Vi potrebbero aver avuto parte e quel Filippo Kabetzà, che lasciò il suo nome soscritto in un quadro col Giudizio Finale, quadro che sta nell’alto del coro sopra l’atrio della chiesa, e quegli che nel ritratto del vescovo Atanasio Valeriano morto nel 1656, quadro esistente nella Scuola, di cui diremo, si soscrisse Costantinus Zane Retemnensis.

Nella parete all’altra parte di questo tempio si troverà un quadro con la Cena di Nostro Signore, quindi dopo la finestra altro quadro con Cristo in croce. Vi sta nel mezzo un pulpito assai elegante, sopra il quale vi è un quadro con la figura di San Giorgio: finalmente laterali all’altra finestra vi stanno due quadri, il primo con altra figura di San Giorgio, il secondo con la Discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo.

Contigua alla chiesa sorge una Scuola, la quale si riconosce eretta nel secolo XVII. Nella stanza inferiore vi è assai bello un gran quadro con la Risurrezione di Nostro Signore sulla maniera di Bonifacio, e nella stanza superiore vi sono parecchi piccoli quadri con i misteri delle principali solennità, e che di qua si sogliono trasportare opportunamente nella chiesa, di mano in mano che le ricorrono. (2)

Eventi più recenti

Compiuta la chiesa di San Giorgio, vi si stabilirono accanto in povere cellette alcune monache Basiliane, per le quali l’arcivescovo Gabriele Seviro fece fabbricare nel 1609, con permissione del Senato, un convento, che si prestò a tale scopo fino al 1829, e che ora si presta ad altri usi della Greca nazione. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) GIANNANTONIO MOSCHINI. Guida per la città di Venezia all’amico delle belle arti. (Tipografia Alvisopoli. Venezia 1815)

(3) GIUSEPPE TASSINI. Edifici di Venezia. Distrutti o vòlti ad uso diverso da quello a cui furono in origine destinati. (Reale Tipografia Giovanni Cecchini. Venezia 1885).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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