Chiesa e Monastero dello Spirito Santo

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Chiesa dello Spirito Santo - Dorsoduro

Chiesa dello Spirito Santo. Monastero di Monache Agostiniane. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa e del monastero

Iddio, che dispone con l’infinita sua sapienza i mezzi umani ad eseguire gli oggetti di sua Provvidenza, mosse una monaca del Monastero di Santa Caterina di Venezia, per nome Maria, della civile famiglia Caroldo, a dimostrare un ardentissimo desiderio di fondare un convento sotto l’invocazione dello Spirito Santo.

Comunicò ella questa sua brama a Girolamo Caroldo suo fratello segretario del Senato, e, ad un buon sacerdote per nome Giacomo Zamboni, i quali concordi intrapresero di assisterla, e comprarono col proprio soldo un fondo capace nella parrocchia di San Gregorio. Si presentò indi al patriarca di Venezia Maffeo Gerardi ne ottennero da esso non solo lode, ed assenso, ma (conosciuto prima all’idea idoneo il luogo designato) volle anco interporsi appresso il senato per ottenerne dalla di lui autorità la permissione, che fu concessa con decreto del giorno 17 aprile dell’anno 1483. Essendosi però preventivamente disposte le fabbriche opportune all’abitazione delle monache, si portò il patriarca nel terzo giorno dopo emanato il pubblico decreto al Monastero di Santa Caterina, ed ivi richiese all’abbadessa che a riguardo della nuova fondazione concedere gli volesse la monaca Maria Caroldo con altre tre, una sola delle quali fosse del numero delle coriste.

Resistette alle prime istanze la superiora, ma replicati con forti esortazioni i comandi, ubbidiente consegnò le ricercate monache, che trasferite furono ai nuovi chiostri, e così fu con somma quiete istituito il Monastero dello Spirito Santo. Una tanta tranquillità restò ben presto susseguita da un’orribile tempesta eccitata contro la fondatrice, chiamata in giudizio avanti il sopra lodato patriarca Gerardi per discolparsi di gravissimi turpi delitti, dei quali era stata accusata. Provò ella con evidenti ragioni la verità di sua innocenza, sicchè furono le accuse riconosciute per false da Antonio Saracco arcivescovo di Corinto, e vicario generale del patriarca Gerardi, ed essa dichiarata innocente fu riconfermata nel suo grado.

Da tale sentenza d’assoluzione si appellò alla sede apostolica Cecilia Vacca monaca del nuovo monastero, e la principale fra le accusatrici dell’abbadessa. Che però fu dal pontefice istituito giudice delegato l’abbate di San Gregorio, perché ne riconoscesse, e giudicasse la causa. Mentre dunque pendeva sotto il giudice l’appellazione, Tommaso Donato successore al Gerardi nel patriarcato di Venezia, comandato nuovo processo contra l’inquisita abbadessa, divenne anco a definitiva sentenza, con la quale avendola privata del grado e nome d’abbadessa, e cacciatala dal fondato monastero, la fece rinchiudere in altro assai più ristretto, interclusale affatto la maniera di poter trattare con chiunque. Si appellò alla sentenza di sua condanna la deposta abbadessa al pontefice Alessandro VI, che rimise la cognizione e la decisione della causa al patriarca di Costantinopoli Girolamo Lando, ed ai due di lui colleghi; ma qual giudizio poi ne seguisse non ci è noto per la mancanza dei documenti, o forse perché la morte dell’inquisita avrà terminato senza altre sentenze l’affare.

Frattanto mentre sotto dei giudici si agitava la causa della fondatrice, cercarono le monache di acquistare spirituali decori, e vantaggi alla loro nascente comunità, e nell’anno 1492, impetrarono che il loro monastero fosse incorporato ed unito all’Ospedale di Santo Spirito in Saxia di Roma, e dichiarato membro di quell’ordine; prerogativa che gli fu poi confermata con diploma pontificio segnato nel giorno 29 marzo dell’anno 1493, da Alessandro VI, sommo pontefice.

Desiderosi di partecipare dello spirituale beneficio concesso alle monache alcuni devoti secolari, istituirono una pia confraternita ad onore dello Spirito Santo, e a suffragio dell’anime penanti, innalzando vicino alla chiesa per uso di loro particolari radunanze un oratorio sopra un sito loro concesso dalle monache, alle quali perciò con patto espresso si obbligarono di corrispondere annualmente certe stabilite contribuzioni.

Mancarono dopo qualche anno d’osservanza i confratelli al debito assuntosi verso il monastero. Che però ricorse nell’anno 1508, le monache all’autorità del pontefice Giulio II, stabilì questi, che il patriarca di Venezia dovesse come giudice delegato amministrare loro ragione, e nello stesso tempo il maestro generale del Sacro Ordine di Santo Spirito con efficaci lettere eccitò la veneta confraternita all’adempimento dei suoi doveri.

Sortì dopo quattro anni di litigio la sentenza patriarcale di Antonio Contarini successore del Donato, che confermò tutte le cose già stabilite, e dichiarò essere la confraternita obbligata ad osservare inviolabilmente i patti dell’accordo già prima concertati. Emanò la sentenza del patriarca nell’anno 1517. Eppure quegli uomini litigiosi andarono con varie arti procrastinandone l’esecuzione, finché nell’anno 1530, furono da lettere di Leonardo Bonafede maestro generale dell’Ordine di Santo Spirito, e vescovo di Cortona, obbligati sotto pena di scomunica a riconoscere il monastero con quelle onorificenze, che gli aveva solennemente promesse.

Ma né pur ciò bastò per ridurre alla dovuta ubbidienza l’ostinazione dei confratelli; che però Giovanni Pietro dei Santi succeduto al vescovo Bonafede nel grande magistero dell’Ordine di Santo Spirito, con risoluta sentenza estesa in sue lettere segnate nel giorno 8 di agosto dell’anno 1532, dichiarò la confraternita priva di tutte le grazie, ed indulgenze, ed in conseguenza sciolta e annullata, qualunque volta più ricusasse di adempire quei doveri, che ingiustamente si aveva addossati verso del monastero. Perché però il decreto giustissimo del grande maestro avesse irrevocabile, e pronta la sua esecuzione, fu nel giorno seguente confermato con diploma apostolico da Clemente VII pontefice massimo, con che ebbero finalmente fine i lunghi dispendiosi litigi.

Confermò poi i privilegi tutti del monastero nell’anno 1533, il sopra lodato papa Clemente VII, ma avendo poi per giuste cagioni sospeso le indulgenze sì dell’Ospitale di Santo Spirito in Saxia, che degli altri ospitali, e pii luoghi, papa Paolo III, per soccorrere all’estreme indigenze del monastero bisognoso di pronti ripari le rinnovò a di lui favore nell’anno 1539. Si celebra la dedicazione della chiesa nel giorno 22 del mese di luglio. (1)

Visita della chiesa (1839)

La contigua chiesa, che colla soppressione del convento era stata chiusa, nel 1808 venne riaperta. Piantata essa insieme col monastero, solo che nel secolo XVI ricevette il compimento. Gli altari rispettabili per ricchezza di marmi non solo adesso per le opere di pittura, collocate nel tempo del riaprimento della chiesa. Sol che nel primo altare si può considerare la tavola, stimata di uno dei Vivarini, col Redentore ed i Santi Girolamo e Giorgio; e nel terzo meriterà una osservazione la pala per il soggetto in essa trattato, del mistico sposalizio cioè della beata Giovanna Collalto fatto da San Cataldo, opera moderna già appartenente alla chiesa di San Biagio della Giudecca. La facciata della porta è tutta coperta da un magnifico mausoleo alzato nel secolo XVII ai due fratelli Paruta: Paolo, morto nel 1589, Andrea nel 1622, nonché a Marco figliolo di Paolo, morto nel 1629.

Accanto a questa chiesa sta ancora il locale della Confraternita dello Spirito Santo fabbricata alla fine del secolo XV da ulcuni devoti per ridursi ad esercitare le solite opere pietose a suffragio delle anime penanti. Dispensava quella confraternita due annue grazie di dieci ducati l’una; ma soppressa nel 1807 con tutte le altre scuole, caddero con essa gli spirituali benefici. (2)

Eventi più recenti

Il convento dello Spirito Santo fu soppresso nel 1806, concentrandosi le monache con quelle di Santa Giustina. In tale occasione si chiuse anche la chiesa, la quale aveva avuto un restauro nel secolo XVI, ma due anni dopo venne riaperta come sussidiaria della parrocchiale di Santa Maria del Rosario. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

(3) GIUSEPPE TASSINI. Edifici di Venezia. Distrutti o vòlti ad uso diverso da quello a cui furono in origine destinati. (Reale Tipografia Giovanni Cecchini. Venezia 1885).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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