Festa per la traslazione del corpo di San Marco a Venezia

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Il trafugamento del corpo di San Marco. Jacopo Robusti detto Il Tintoretto (1519-1594).

Festa della traslazione del corpo di San Marco a Venezia

La religione fu sempre di grande  aiuto ai Governi, sia per condurre le  armate a pericolose ed importanti imprese, sia per soffocare in mancanza di leggi le passioni e le discordie della plebe, sia per accrescere quello splendore, che gli uomini utili alla patria trassero dalle loro azioni, sia per seppellire i malvagi nell’obbrobrio insieme coi loro disegni distruttori dell’ordine e del bene pubblico; sia finalmente per forzare gli uomini non inciviliti a rispettare certi utili istituti, e certi regolamenti, dei quali il solo legislatore conosce lo scopo e le conseguenze. Quando questo potente mezzo esiste in uno stato, e lo spirito di vera pietà per gli oggetti consacrati dal culto si conserva in un popolo, riesce più facile allora di spingere la credulità sino a quelle cose, che appoggiate sono a semplici tradizioni umane, e ad utili opinioni, senza discutere altro, ma che ornai credute celesti rivelazioni, vengono più volentieri accettate, ed esser possono uno stimolo fortissimo a nobili azioni, a generose imprese. In tutti i paesi gli avveduti politici non solo tollerarono, ma altresì favorirono cosiffatte opinioni, secondo che la loro prudenza e l’utile dello stato le fecero credere opportune. L’autorità di quegli uomini rispettabili produsse mai   sempre una credenza universale. Chi sa che in queste lagune non si fosse a bello studio disseminata tra il popolo la fama di certa profezia, che aveva fatto breccia in tutti i cuori? Ci sentiamo portati a crederlo dai felici effetti che produrre doveva, e che realmente produsse in vantaggio della Repubblica. Lo Spirito Santo, si diceva, aveva annunziato a San Marco per bocca di un angelo, che un dì le sue ossa riposerebbero in queste lagune; ed si aggiungeva, che la nostra Repubblica, sotto la protezione di quell’Evangelista, aveva a divenire grande e possente, e si sarebbe conservata in perpetuo.

Simile tradizione era per quest’isolani un gagliardo incentivo per procurare ad ogni costo di acquistare quel sacro deposito, che alcuni monaci custodivano con somma vigilanza e gelosia in Alessandria d’Egitto. Ma se per l’una parte gli sforzi della navigazione sempre crescenti, e i replicati viaggi a quelle spiagge davano motivo a sperare del buon esito, per l’altra l’interesse dei menzionati monaci, più assai che la loro divozione, rendeva scabrosa l’impresa. Ed infatti riuscì vana per assai lungo tempo. Finalmente un fortunato accidente presentò favorevole occasione all’industria dei nostri illustri conquistatori d’impadronirsi di quel sacro Palladio.

Nell’anno 828 due mercanti, Bono di Malamocco, e Rustico di Torcello partiti di qua sui loro vascelli approdarono in Alessandria: dove appena giunti andarono, com’era il solito pio costume di tutti i veneti navigatori, a visitare la chiesa dove riposava il corpo di San Marco. Vi trovarono i religiosi, che ne facevano la guardia in gran cordoglio; e chiestane la ragione, seppero da loro stessi, che i Saraceni entrati testé in quel Tempio, avendo veduto la quantità di marmi preziosi e rarissimi che là si chiudevano, li giudicarono di buon acquisto, e li fecero trasportare sui loro vascelli per impiegarli nel palazzo, che il Califfo di Alessandria faceva costruire nella sua capitale. I nostri mercanti mostravano vivo dolore e somma indignazione d’una si esecranda rapina, ed insieme spiegarono assai destramente il loro timore   per tutto ciò che poteva avvenire di peggio. Fecero vedere, che i Saraceni non erano gente da contentarsi di questo, ma sì bene da venire ad eccessi vieppiù detestabili. E chi può sapere, aggiunsero, che non aspirino ancora al corpo di San Marco? La sola idea di ciò (gridavano maliziosamente i nostri) ne fa fremere, e desta in noi un ragionevole batticuore; quindi è che pieni di zelo conclusero, che sarebbe tornato meglio affidar loro questo Santo Corpo, il quale avrebbe ottenuta convenevole collocazione, e sarebbe stato salvo da ogni insulto. La proposizione non poteva essere né più saggia, né più giusta: gli stessi religiosi li confessarono; ma come privare   se stessi di sì preziosa reliquia, che per loro era fonte inesausta di profitti?

Avevano un bel dire i due veneziani, ora assicurandoli della loro riconoscenza, ora dei premi che dovevano aspettarsi dalla Repubblica, e ancora meglio da Dio per sì grande sacrificio. Nulla valse a persuaderli. Si pose mano finalmente a quel metallo sì seducente e sì ricercato, che a somma   vergogna della nostra specie, assai spesso fa nascere l’equilibrio tra l’onore e l’infamia, tra la giustizia e il tradimento, tra la riconoscenza e l’esecrazione, tra i talenti e l’ignoranza; l’oro in una parola fu impiegato come un onesto compenso, che non lasciava luogo ai rimorsi. Ci sogliamo d’ordinario dolere, che l’ingordigia umana abbia malamente trionfato della   natura, la quale con gran ragione   aveva rinchiuso questo dannoso e funesto metallo nelle viscere più profonde e più dure della terra; ma l’uso che in tale incontro di esso fecero i nostri navigatori, non può meritare biasimo; ne avverrà, che l’uomo il più severo se ne scandalizzi, quando il lucido incanto ad altro non servì, che a far dissotterrare un morto con intenzioni sì pie, che bastano a giustificare la scelta del mezzo.

Superato un inciampo, se ne presentarono degli altri. Siccome conveniva celare ai fedeli di Alessandria il sacro furto perciò si ebbe ricorso ad uno stratagemma. Si stabilì di trasportare il corpo di San Marco in tempo di notte, sostituendovi quello di San Claudio, che non otteneva fama e venerazione sì grande. Ma ciò non bastava essendovi motivo di temere venisse scoperto dai Saraceni presidi alla dogana, soliti a visitare con gran rigore ogni sorta di mercanzia per esigerne il diritto di uscita. Era uopo adunque o lo scansare questa visita, o renderne vani coll’astuzia gli effetti. Parve quindi opportuno collocare il santo corpo nel fondo di un corbaccio, ricoprirlo di erbami, e riporvi sopra molti pezzi di carne porcina. Il ribrezzo che provano i Musulmani per questo cibo è tale, che non sì tosto i gabellieri vi posero l’occhio sopra, lo rivolsero altrove, né più oltre cercarono. Per tal modo riuscì ai nostri veneziani di recare felicemente il corbaccio nel naviglio, dove appena giunti spiegarono le vele.

Prospero da principio fu il viaggio; ma poi insorse fiera burrasca, che pose la nave in gran rischio. Non temevano però i pii marinai di naufragio avendo il corpo del Santo per mallevadore della loro salvezza, e questa buona fede gli empì di un coraggio, che valse realmente a salvarli. Se si ammira l’ardimento, quando pur non produce se non se misfatti e rovina negli uomini, ardiremo noi prenderlo in burla, allorché viene eccitato da una bonarietà devota, e produce effetti non meno innocenti che la loro origine? Sopravvenne alfine la calma ed i viaggiatori arrivarono alla patria, annunziando qual sacro deposito avventurosamente recassero. Sul fatto stesso il Doge, il clero e tutto il popolo accorsero in riva al mare per accogliere quelle spoglie da sì gran tempo desiderate, e con processione pomposa e insieme devota le trasportarono nella cappella Ducale, collocandole entro una cassa sotto l’altar maggiore.

La consolazione dei buoni veneziani di possedere un sì prezioso tesoro sorpassò ogni espressione. Da quel momento San Marco fu acclamato il Protettore della città, che quasi contemporaneamente aveva ricevuto il suo formale principio. L’ immagine del Santo e il suo Leone, divennero il contrassegno di tutti i pubblici monumenti, lo stendardo delle flotte, l’impronta di tutte le monete, la dolce speranza di tutti i cuori. Non vi fu mai eccitamento più valido a tutte quelle imprese che dovevano far prosperare la Repubblica, la cui sorte, secondo la profezia, dipendeva dal possesso di questa reliquia.

I nostri provvidi legislatori che assai bene conoscevano quanto importasse il mantenere sempre scolpita profondamente nei cuori una devozione da cui scaturivano tanti vantaggi, vollero istituire una festa da celebrarsi ogni anno il giorno 31 di gennaio, nel qual giorno il sospirato deposito approdò a Venezia. Essa si celebrò sino ai nostri ultimi giorni, ma non consisteva che in una messa solenne a cui interveniva il Doge colla Signoria. Quali altri segni di giubilo si siano dati il primo giorno dell’istituzione, non potremmo dirlo; mentre non si trova su di ciò veruno documento. Ma qual che si fosse la festa, parve sempre di poco momento ai nostri avi per sfogare la loro esultanza, e perciò pensarono d’innalzare un tempio al nuovo Protettore, in cui riporre il suo venerabile Corpo. Il luogo scelto a quest’oggetto fu quello dove stava la piccola chiesa di San Teodoro, che sino allora era stato il solo Santo tutelare dei veneziani.

Ottima fu la scelta del sito, venendosi in tal guisa a congiungere il nuovo tempio al palazzo Ducale già intrapreso, e adempiendosi cosi l’avvertimento del Salmista, il quale vuole, che la giustizia sia strettamente legata colla pace e colla religione. L’edificio fu assai presto terminato, se non che nell’anno 976 un terribile incendio lo ridusse quasi tutto in cenere. Alcune   ragioni politiche e devote concorsero a far considerare questo accidente come un favore speciale della Provvidenza; e sull’istante fu decretato, che si costruisse un tempio, il quale superasse ogni altro in nobiltà, ricchezza e buon gusto.

Quindi si consultarono i migliori artisti di ciascun paese, benché non ne mancassero in Venezia di eccellenti; ma quando trattasi di cosa di somma importanza, è sempre migliore consiglio il raffrontare le opinioni e le idee di molti. E perché le belle arti tenevano a quei giorni il loro regno in Costantinopoli, di là si chiamarono lì più rinomati professori, e fu loro ordinato di formare il disegno di un tempio, che a qualunque costo riuscisse senza pari al mondo. L’ ordine fu eseguito, il disegno approvato, e la grande opera ebbe principio nel 977 sotto gli auspici del Doge Pietro Orseolo. Si aggrandì l’area, che prima era troppo angusta, e parve, tale quale è oggi, abbastanza spaziosa; essendo eguale a quella di Giove Capitolino in Roma. E infatti gli antichi nell’erigere i templi, non facevano tanto caso dell’ampiezza, quanto della magnificenza. Il Vescovo di Venezia ne gettò la prima pietra sotto gli occhi del Doge, e di tutto il popolo accorsovi. Il lavoro durò più di tre secoli, nei quali non si cessò di far trasportare dalla Grecia i marmi più rari e più fini destinati ad onorarlo. Lungo sarebbe il descrivere le superbe e numerosissime colonne di porfido, di granito e di altre preziose qualità, come pure le insigni sculture, e i mosaici, che adornano e dentro e fuori questa famosa Basilica, ha una galleria di cose mirabili, è un edificio illustre e portentoso. La facciata, benché in minore stima del resto, rispetto all’architettura, merita tuttavia d’esserlo assai, per i fregi e gli ornati che ci presenta. Si vedono nelle statue e bassirilievi gli eroi della religione misti a quelli del paganesimo, e figure mitologiche ed allegoriche. C’è di tutto, dice il Temanza; ma questo tutto è un tesoro di singolari e bellissime produzioni dell’arti. Fra le statue ve ne sono alcune dei primi secoli della Repubblica, e così di mano in mano sino al celebre Sansovino.

Non si deve lasciar d’osservare l’eccellente lavoro in mosaico, che si trova   appunto sulla facciata. La scelta del soggetto che rappresenta è analoga al luogo e alla circostanza. Vi si vede espressa per intero la storia della traslazione del corpo di San Marco in Venezia. E in vero si ha campo di ammirare l’ingegno dell’artista, che seppe infondere tanta verità, tanta somiglianza, tanta naturalezza nelle fisonomie e nei gesti de’ suoi   personaggi. Sui volti dei veneziani si legge la svegliatezza e la penetrazione del loro spirito; poiché mentre stanno mostrando ai Saraceni i pezzi di maiale, la malizia del loro sguardo, e il movimento delle loro bocche palesano in maniera assai viva la compiacenza che provano nel corbellarli. Dall’altra parte si nota nelle fisonomie dei Saraceni una certa rustica goffezza, e una specie di ripugnanza religiosa nel mirare oggetti dalla loro legge vietati, che gli allontana dal sospettare d’altro. Finalmente per tacere del resto, nel bel mezzo della facciata si collocò l’emblema di San Marco, cioè il suo alato Leone tutto di bronzo dorato. Questo Leone si moltiplicò in infinito non solamente nella Città, ma in tutti i paesi ancora, die appartenevano alla Repubblica; giacché presso i Veneziani il Leone, cioè il nome di San Marco, s’identificò talmente con quello dello Stato, che esso colpisce l’orecchio, e tocca il cuore, diremo così, più che la memoria delle tante vittorie ottenute dalla Repubblica. Il buon popolo Adriatico vi accoppia una certa idea di affezione mista a rispetto e a divozione nazionale che trae anche in presente dal petto sospiri di tenerezza, o di dolore al solo vederne le immagini.

Convincente prova di tal verità si è quanto avvenne l’anno 1796, allorché le vicende politiche atterrata avendo una macchina di quattordici e più secoli, si volle tolto anche lo stemma rappresentativo del Veneto Governo. Il popolo tutto ne fu vivamente afflitto, e in particolare la porzione meno incivilita, e conseguentemente più prossima alla natura e alla schiettezza, non poté nascondere il suo grande cordoglio. Tutti i sudditi della costa marittima   del Levante, della Dalmazia, dell’Istria né diedero i segni più manifesti. Lunga sarebbe, quantunque commovente cosa, il narrarli tutti: mi sia però concesso il delinear qui la scena interessantissima accaduta in Perasto. Io mi lusingo che non potrà a meno di non ispirare ai miei lettori i sentimenti medesimi, da cui furono agitati quegli affettuosi abitanti.

Per il Trattato di Campo Formio la Dalmazia doveva passare all’Austria. Quindi il generale Rukovina ebbe ordine di prenderne possesso. Il 22 agosto del 1796 arrivò egli con una flotta, e mille soldati da sbarco a Pettana, che è un miglio e mezzo lontano da Perasto. I costernati Dalmati vedendo che nulla più rimaneva a sperare, vollero almeno rendere gli estremi onori al grande stendardo di San Marco. A tal fine i Perastini, non che le genti del vicino contado, ed altri ancora si radunarono dinanzi al palazzo del Capitan Comandante, il quale con dodici soldati nazionali armati di sciabole, seguiti da due alfieri, e preceduti da un tenente, si recò nella sala, dove stava quello stendardo, e la bandiera di campagna, che da molti secoli la Repubblica Veneta aveva affidato al valore e alla fedeltà dei bravi Dalmati. Dovevano essi levare quelle amate insegne; ma nel punto di eseguire un atto che squarciava i loro cuori, perdettero le forze, e tante solamente ne conservarono, quante bastavano per versare un diluvio di pianto. Il popolo affollato, che stava in piazza aspettando, e che non vedeva più uscire nessuno dalla sala, non sapeva che pensarsi. Si mandò uno dei giudici del paese per ritrarne il motivo; ma questi rimase egli stesso si commosso, che colla sua presenza altro non fece, che aumentare la tristezza degli altri. Finalmente il capitano, vincendo per necessità sé medesimo, uno sforzo doloroso; stacca le insegne dal luogo dove erano erette, le inalbera su due picche; le passa in mano ai due alfieri, che scortati dai soldati e dal tenente escono in ordinanza dalla sala, e sui loro passi vengono e il capitano e il giudice e tutti gli altri. Appena fu visto a comparire l’adorato vessillo, che diventò comune il lutto, e universale il pianto. Uomini, donne, fanciulli, tutti mandano singhiozzi, tutti spargono lagrime. Altro più non si ode, che un lugubre gemito, contrassegno non dubbio dell’ereditario attaccamento di quella generosa nazione verso la sua Repubblica.

Giunta la mesta comitiva in piazza, il capitano toglie dalle picche le insegne, e ad un tempo si vede calare la bandiera di San Marco dalla fortezza, che tira ventuno colpi di cannone. Due vascelli armati per guardia del porto le rispondono con undici spari e così fanno tutti i vascelli mercantili; fu questo l’ultimo addio, che la fama posta a lutto diede al valore nazionale. Le sacre insegne furono poste sopra un bacino; il tenente le ricevette in presenza dei giudici, del capitano e del popolo. Indi marciarono tutti con passo lento e melanconico alla volta del Duomo. Colà giunti, vennero accolti dal clero e dal suo capo, al quale si fece la consegna del sacro deposito, ed ei lo pose sul l’altare maggiore. Allora il capitano comandante proferì il seguente discorso, che fu tratto tratto interrotto da rivi sgorganti ancora più dal cuore che dagli occhi:

 “In questo momento crudele, che lacera il nostro cuore per la fatale perdita del Serenissimo Governo Veneto, in quest’ultimo sfogo del nostro amore e della nostra fede, con cui onoriamo le insegne della Repubblica, deh! siaci almeno, o miei cari concittadini, di qualche conforto il pensare, che né le nostre passate azioni, né quelle di questi ultimi tempi hanno dato origine a questo amaro ufficio, che per noi ora di viene anzi virtuoso. I nostri figli sapranno da noi, e la storia farà sapere all’Europa intera, che Perasto ha sostenuto degnamente sino agli estremi respiri la gloria del vessillo Veneto, onorandolo con quest’atto solenne, e deponendolo irrigato di lagrime universali e acerbissime. Esaliamo, miei concittadini, la nostra  disperazione; ma in mezzo a questi  ultimi solenni sentimenti con cui  suggelliamo la gloriosa carriera da  noi percorsa sotto il Serenissimo  Governo Veneto, rivolgiamoci tutti  verso questa amata insegna, e sfoghiamo la nostra afflizione così: Oh  vessillo adorato! dopo trecento e  settantasette anni, che ti possediamo senza interruzione, la nostra fede  e il valore nostro ti conservò sempre  intatto non men sul mare, che ovunque fosti chiamato dai nemici tuoi, che furono pur quelli della religione.  Per trecento e settantasette anni le nostre sostanze, il nostro sangue, le vite nostre ti furono sempre consacrate, e da che tu fosti con noi, e noi con te, fummo sempre felicissimi, fummo sul mare illustri e vittoriosi sempre. Niuno con te ci vide mai fuggire, niuno con te ci potè vincer mai. Se i tempi presenti infelicissimi per imprevidenza, per viziati costumi, per dissensioni, per arbitrii illegali offendenti la natura e il jus delle genti, non ti avessero perduto in Italia, tue sarebbero state sempre le nostre sostanze, il sangue, le vite nostre; e piuttosto che vederti vinto e disonorato il nostro valore, la fedeltà nostra avrebbero preferito di restar sepolti con te. Ma poiché altro a far non ci resta per te, sia il nostro cuore la tua tomba onorata, e la nostra desolazione il tuo più grande elogio“.

Terminato questo discorso, Monsignor Abate ne pronunziò un altro sullo stesso soggetto e con sentimento eguale. Indi il capitano si levò, ed afferrato un lembo dello stendardo vi pose su le labbra senza le poterne divellere, e ciascuno a gara concorse a baciarlo tenerissimamente, irrigandolo di calde lagrime. Ma dovendosi una volta por fine alla cerimonia dolente, si chiusero quelle care insegne in una cassa, che l’Abate collocò in un reliquiario sotto l’altar maggiore.

Poiché fu compito quest’atto di verace attaccamento, non che gli altri uffizi dettati dal cuore, il popolo taciturno uscì di chiesa, portando in volto l’impronta della tristezza e dell’ambascia, contrassegni i più infallibili della procella dell’animo. (1)

(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell’industria.)

 

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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